L’eliminazione selettiva di genere

(di Giuliano Guzzo) Sollevato per la prima volta da Mary Anne Warren col suo Gendercide (Rowman & Allanheld, 1985), il problema dell’eliminazione selettiva di genere, e più precisamente quello dell’aborto selettivo ai danni delle bambine ‒ soppresse a milioni ‒ è stato a lungo trascurato.  Questa “dimenticanza” – determinata dal fatto che l’aborto è un tema scomodo e che quello selettivo ha riguardato per lo più il continente asiatico – potrebbe essere superata dalla diffusione di It’s a girl, un docufilm presentato nei giorni scorsi a Bruxelles, al Parlamento europeo.

La cosa inaspettata e per molti versi sorprendente è che la notizia di questo film ha finora trovato spazio anche sulla stampa progressista, a partire dal britannico “Independent”. Attenzione, però: It’s a girl non riguarda solamente gli aborti selettivi: si parla anche a di strangolamenti ed annegamenti, di infanticidi. Particolarmente scioccanti sono le parole di una donna che, nel film, ammette di essersi in prima persona resa autrice di ben otto omicidi di bambine. Un altro aspetto interessante del film è che – come ha notato Giulio Meotti ‒ «sfata il mito per cui a pagare siano le bambine delle famiglie povere e analfabete (…) è la classe media benestante e urbana, che usa gli strumenti di analisi prenatale (…) più sono emancipate più utilizzano l’aborto selettivo» (“Il Foglio”, 15 novembre 2012, p. 2).

Grande è dunque il merito che va riconosciuto a Evan Grae Davis e ad Andrew Brown, rispettivamente regista e produttore del film. Anche se pare che finalmente – dopo il vastissimo e sanguinario “svuotamento demografico” femminile – del continente asiatico siano in corso, anche se lenti e parziali, dei significativi ripensamenti. Il riferimento è qui alla Cina dove qualche settimana fa la Fondazione per la ricerca sullo sviluppo ha messo in chiaro come l’ormai trentennale politica del figlio unico debba essere rivista. Subito. Si, perché «pochi figli, Cina vecchia, crescita addio» (“Corriere della Sera”, 1 novembre 2011, p. 21).

Certo, non sarà facile nel breve termine rimediare a decenni di aborto selettivo. I numeri, infatti, sono impressionanti, basti dire che dal censimento indiano del 2011 è emerso che l’equilibrio fa maschi e femmine è sceso a 1.000 contro 914 mentre nel 1981 le femmine erano 962, nel 1991 945 e nel 2001 927: un calo costante e drammatico. Che – lo abbiamo detto ‒ non sarà facile da arrestare e da invertire anche se indubbiamente denunce forti come quella di It’s a girl non possono che sortire effetti positivi. Rimane da capire quando si aprirà gli occhi non solo sull’aborto selettivo ma sull’aborto in generale nel mondo occidentale, dove i bambini nascono in numero largamente inferiore rispetto all’Asia e dove ce n’è un grandissimo bisogno.

Perfino per uscire dalla crisi economica come dimostrano le considerazioni di studiosi come i due Nobel come Gary Becker e Amartya Sen, i quali – ribadendo cose già dette da Alfred Sauvy (1898 – 1990) – da tempo hanno sottolineato come la crescita demografica sia fondamentale per lo sviluppo economico (Cfr. AA. VV. Emergenza Demografia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 69). Ne consegue non già la possibilità bensì la necessità, soprattutto per noi italiani ‒ che notoriamente abitiamo il Paese più vecchio del mondo – di un ripensamento di cui abbisogna l’intero sistema sociale. E chissà che non venga prodotto pure per noi, prossimamente, un film che ci apra gli occhi sui danni demografici che ha prodotti in Occidente l’aborto di massa. (Giuliano Guzzo)

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