Leggendo Martini e Verzé bisogna ricordarsi che i cattolici progressisti esigono un Vaticano III

(Il Foglio – 28 maggio 2009)  “Siamo tutti sulla stessa barca”, 96 paginette a 14 euro e 50 per conto dell’Editrice San Raffaele piene della solita roba: la morale sessuale della chiesa da buttare, i divorziati risposati da ammettere alla Comunione, il celibato dei sacerdoti da mandare a ramengo, l’ottusità dell’etica cattolica da scrollarsi di dosso, e poi la sinodalità, l’apertura al mondo, il popolo di Dio che elegge direttamente i vescovi come se fossero dei borgomastri.

(Il Foglio – 28 maggio 2009)  “Siamo tutti sulla stessa barca”, 96 paginette a 14 euro e 50 per conto dell’Editrice San Raffaele piene della solita roba: la morale sessuale della chiesa da buttare, i divorziati risposati da ammettere alla Comunione, il celibato dei sacerdoti da mandare a ramengo, l’ottusità dell’etica cattolica da scrollarsi di dosso, e poi la sinodalità, l’apertura al mondo, il popolo di Dio che elegge direttamente i vescovi come se fossero dei borgomastri. Tutto spruzzato di snobistico orrore per “le fiumane di gente” che “quando arriva il Papa, hanno più o meno il valore delle carnevalate”. Se non ci avesse dato almeno il brivido di firmare questa operina a quattro mani con il suo antico avversario don Luigi Verzé, verrebbe da chiedersi come mai il cardinale Carlo Maria Martini si sia dato la pena di tornare così di fretta in libreria con la solita litania progressivo-modernista. Perché, dal punto di vista editoriale, la notizia, neanche tanto fresca, è giusto questa: dopo gli anni di guerra tra la curia milanese e l’Ospedale San Raffaele, il cardinale che coltiva il dubbio e il prete che insegue l’immortalità hanno firmato la pace.

Ma, in questi termini, il quesito sarebbe ozioso. Il fremito clerical-chic del dialogo con don Verzé è giusto una carezza consegnata dal cardinale ai suoi seguaci, un discorso della Luna per chi avrebbe voluto vederlo Papa al posto di Benedetto XVI. Per gli altri, grati che lo Spirito Santo in conclave abbia disposto diversamente, il messaggio è un altro: nel merito e nel metodo.
Per quanto riguarda il merito, è presto detto. Il cardinale, con uno sparring partner come don Verzé, ha buon gioco a mostrare con studiata ritrosia il suo disegno di una nuova chiesa. A un don Verzé sicuro che quando Cristo tornerà sulla terra troverà ancora la fede perché ci sarà ancora il San Raffaele (il suo ospedale, non l’Arcangelo), risponde evocando le zone grigie dell’etica su cui ama tanto avventurarsi senza portare un solo contributo per discernere il bianco dal nero. A un don Verzé che parla di morale cristiana incongruente col mondo confida con rammarico che, in effetti, “oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele”. A un don Verzé ossessionato da una chiesa che non rincorre abbastanza velocemente la scienza consegna i suoi “non so”, “non voglio giudicare” vuoti di dottrina e di speranza.

Il cardinale sta un’ottava sotto il prete manager, ma tra le righe il colpo d’ala c’è. Solo che il cardinale lo cela in una questione di metodo: per rimettere un po’ d’ordine in questa barca, caro il mio don Verzé, “non basta un semplice sacerdote o un vescovo. Bisogna che tutta la chiesa si metta a riflettere su questi casi”.
Per farla corta, urge un Concilio Vaticano III. Chi altri, se non il cardinale antagonista, potrebbe evocarlo senza cadere nel ridicolo? Anzi, potendo vantare di averlo addirittura sognato fin dal Sinodo per l’Europa del 1999. Ma per arrivarci, non basta enunciare una nuova dottrina, serve un metodo per farla passare nell’opinione pubblica. E il metodo consta nella ripetuta pubblicazione di opere e operine, di cui quella con don Luigi Verzé è soltanto l’ultimo esemplare. Nella strategia martiniana, opere e operine progressivo-moderniste sono altrettanti schemi preparatori sul genere di quelli, che fino al Vaticano II compreso, redigeva la Curia romana e sui cui i Padri conciliari erano tenuti a discutere. Il fatto che ora vengano diffusi a mezzo stampa invece che consegnati ai vescovi tramite corriere dipende dalla natura che avrà il Vaticano III, quella di Concilio mediatico. Verrà celebrato sui giornali, in tv, sul Web ed è ovvio che gli schemi preparatori si trovino in quei luoghi piuttosto che nelle curie polverose.

Dopo l’elezione di Benedetto XVI, un concilio mediatico è l’unica carta rimasta in mano ai progressisti. Nei conclavi del 1978, i dossettiani di Bologna avevano fatto circolare tra i cardinali un promemoria intitolato “Per un rinnovamento del servizio papale nella chiesa alla fine del XX secolo”. Sette capitoli che esordivano definendo la chiesa del dopo Paolo VI “sempre più inadeguata alle esigenze della vita degli uomini”. Per poi proseguire con la necessità che “l’Evangelo sia proclamato nella su distinzione dall’ethos”, l’istituzione di un “organo collegiale che si situa al livello della guida suprema della chiesa cattolica”, “il sinodo dei vescovi con una capacità legislativa vera e propria”, i vescovi eletti in loco “tra spontaneità e comunione ecclesiale”, fino alla visione notarile del papato. Da allora, nessun Pontefice ha dato corso allo smantellamento della chiesa cattolica, ma non per questo i progressisti hanno cessato di pensarci. Nel corso degli anni hanno dato voce a un magistero alternativo che ha preso mediaticamente le sembianze dell’arcivescovo di Milano. Non a caso, il dossettiano Alberto Melloni parla apertamente di “chiesa di Martini”.

L’operazione è riuscita più che discretamente poiché ciò che a orecchi mediamente cattolici appare come un’eresia nella maggior parte della pubblica opinione ecclesiale appare del tutto normale.
E allora, si sono detti i fedeli della “chiesa di Martini”, perché non arrivare fino in fondo convocando un Vaticano III mediatico? A rigore, lo si potrebbe considerare come già in corso visto che gli “schemi preparatori” controfirmati da Martini sono già oggetto di ossequioso dibattito nelle aule di catechismo, nei corsi per fidanzati, nelle omelie, sulle cattedre degli insegnanti di religione, nei seminari e vanno come il pane quando uno non sa che regalo fare al parroco o alla vecchia zia che è tanto di chiesa.
Ma c’è di più. Un Vaticano III mediatico permetterebbe di buttare a mare un Vaticano II che comincia a perdere qualche colpo. Gli atti più clamorosi del pontificato di Benedetto XVI, dal discorso alla Curia romana del 2005 al Motu proprio sulla Messa in rito romano antico fino alla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, non lasciano dubbi. E i progressisti, pur continuando a ritenerlo valido nei punti che hanno permesso di mettere in mora la chiesa preconciliare, oggi sentono che il cosiddetto spirito-del-concilio funziona meno. Il mito scricchiola, meglio munirsi di uno nuovo fiammante, un Vaticano III che permetta di operare una revisione nella concezione dell’etica e dei sacramenti da cui uscirebbe una religione nuova con una nuova morale, un nuovo sacerdozio.
Un’alternativa, forse provocatoria, ci sarebbe: portiamo a compimento il Vaticano I, che attende di essere concluso dal 1870.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

 

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