Le responsabilità di mons. Vincenzo Paglia

(di Mauro Faverzani) L’intera vicenda pecuniaria è stata ripercorsa, con dovizia di particolari, venerdì 24 marzo dal quotidiano La Verità: riguarda il processo, presso il tribunale penale di Terni, relativo alla compravendita del castello di San Girolamo, a Narni. Nell’estate di quattro anni fa tre persone, per questo, vennero arrestate: secondo la Procura umbra, quell’antico complesso, di proprietà comunale, sarebbe stato venduto formalmente ad un’immobiliare, utilizzando però per l’operazione i soldi di una Diocesi già pesantemente indebitata.

Non solo: anche il prezzo parve molto strano, 1,7 milioni contro i 5,6 di valore reale e senza escutere le fidejussioni previste a fronte degli inadempimenti del compratore. Ora, a risponderne, sono l’ex-direttore dell’ufficio tecnico diocesano, l’ex-economo, l’ex-Sindaco di Narni, un membro del cda dell’Istituto diocesano per il Sostentamento del Clero ed un dirigente del Comune di Narni. All’epoca, vescovo era mons. Vincenzo Paglia, 72 anni, “storico” consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio ed oggi, per volere di papa Bergoglio, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per gli Studi sul Matrimonio e sulla Famiglia.

In merito a questa imbarazzante vicenda processuale, il prelato ha già ottenuti l’archiviazione: il gip Simona Torchelli, il 21 settembre 2015, ha ritenuto «certa la totale estraneità, rispetto ai fatti per i quali si procede, dell’odierno indagato il quale, anzi, risulta avere agito sempre, nell’espletamento del suo mandato pastorale, con l’unico meritorio obiettivo di assicurare alla realtà cittadina un riscatto in termini sociali e culturali».

Il pm ha ritenuto opportuno in un primo tempo indagarlo, salvo poi far marcia indietro, in quanto – scrive – «emerge con solare evidenza l’abuso che i collaboratori di mons. Paglia hanno fatto della fiducia di cui godevano da parte del Vescovo»: avrebbero cioè agito «in maniera criminale, sicuri che il Vescovo, (…) inesperto in materia contabile e contrattuale, mai avrebbe controllato i singoli atti, né avrebbe colto illegalità». Ma non è tutto: «L’interrogatorio ha consentito di comprendere pienamente l’ingenuità del prelato».

Ed ancora: «Avendo in mente progetti di grande levatura e vivendo in un mondo fatto di cultura e religiosità, non ha la scaltrezza necessaria per comprendere quando le persone che lo circondano siano in totale malafede». È impietoso il quadro emergente verso chi comunque ricopre già oggi incarichi tanto delicati ai vertici della Chiesa ed altri, ancora più delicati, potrebbe presto ricoprire: c’è chi lo vorrebbe Vicario del Pontefice alla guida della Diocesi di Roma.

Con un profilo quale quello tracciato dalla magistratura, figuriamoci. Emblematica è la riflessione compiuta in merito da Francesco Bonazzi su La Verità del 24 marzo, a pag. 11: «Fa un certo effetto leggere che sarebbe totalmente privo di “scaltrezza” un uomo abituato a farsi vedere ai vertici del Fondo monetario internazionale a Washington con Mario Draghi e Vittorio Grilli, un monsignore storicamente legato a Carlo Azeglio Ciampi e all’editore Carlo Caracciolo, nonché al banchiere Cesare Geronzi. Le sue frequentazioni con potenti vari e, in particolare, con Francesca Chaouqui, la Mata Hari delle Calabrie condannata a dieci mesi di reclusione (pena sospesa) dal Vaticano per rivelazione di segreti, consegnano l’immagine di un prelato, che sa muoversi alla perfezione nel potere mondano. E che sa ottenere tutti i soldi che vuole».

Sin dal 2013, i giornali han parlato di un buco, per la diocesi di Terni da lui guidata, pari a 25 milioni di euro in soli 15 anni, ripianato poi con estrema discrezione dal Vaticano, metà tramite lo Ior, metà tramite la Cei (soldi comunque da restituire). Come si è arrivati a tanto, facendogliela sempre sotto il naso? Per quanto seri e fondati siano i motivi di perplessità di fronte a questo colossale castello di ingenuità costruito attorno a mons. Paglia, non è questo ciò che solo o più dovrebbe preoccupare.

Turbano assai di più le posizioni da lui assunte in aperto contrasto con la Dottrina cattolica. Turbano gli sperticati elogi da lui tessuti ad un figura, come quella di Marco Pannella, da sempre nemica della Chiesa, della vita e della famiglia con le sue posizioni pro divorzio, pro aborto, pro fecondazione assistita, pro eutanasia, pro Lgbtq, pro droga. Elogi oltre tutto tessuti in occasione della presentazione dell’autobiografia postuma del guru radicale, nella sede del suo partito. Come si può, di un personaggio così, dire che abbia «speso la sua vita per gli ultimi» e lottato «per la difesa della dignità di tutti», auspicando che il suo spirito possa ispirare «una vita più bella non solo per l’Italia, ma per questo nostro mondo»? Può un Arcivescovo della Chiesa cattolica esprimersi così nei confronti di chi (lui ed il suo movimento ideologico, intendiamoci), a colpi di propaganda, si trovi ora sulla coscienza tutti quei nascituri uccisi nel grembo materno, tutte quelle famiglie sfasciate, tutti i disperati accompagnati al suicidio, tutta quest’immoralità dilagante…

Pochi mesi fa, lo scorso 4 novembre, ancora fresco di nomina, proprio lui sentì l’esigenza di riscrivere lo Statuto della Pontificia Accademia per la Vita, così modificando il paragrafo 3 dell’art. 1: «L’Accademia (…) studia i vari aspetti che riguardano (…) il rispetto reciproco fra generi e generazioni», introducendo per la prima volta, con una rivoluzione linguistica, la terminologia dell’ideologia “gender” nelle istituzioni vaticane. Solo due giorni dopo si tenne la discussa IV «Marcia per l’amnistia, la giustizia, la libertà», promossa dal Partito Radicale, non a caso intitolata a Marco Pannella ed a papa Francesco, con l’adesione sì-no-forse della Cei.

Quell’iniziativa non fu soltanto l’occasione per far giocare qualcuno a carte scoperte, bensì anche lo spunto per ricordare le frequenti visite compiute da mons. Paglia al capezzale di Pannella: Il Fatto Quotidiano del 20 maggio 2016 ha anzi specificato come proprio mons. Paglia conoscesse e frequentasse il leader radicale «dai primi anni Novanta» e lo definisse, con ammirazione, uno che «ha speso la vita negli ideali in cui ha creduto». Ma già quattro anni fa, da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, pur riconoscendo come matrimonio solo «quello tra un uomo ed una donna», mons. Paglia auspicava non solo, per tutte le «convivenze non familiari» (quindi comprese quelle Lgbt), «soluzioni patrimoniali nel diritto privato» per «nulla togliere all’uguale dignità di ogni essere umano», ma anche che vengano cancellate le discriminazioni anche negli oltre 20 Paesi ove l’omosessualità resta ad oggi un reato. Nonostante le acrobazie in ecclesialese, la stampa laicista capì al volo il senso di quelle parole e inneggiò alla «prima apertura nella Chiesa» ai «diritti per le coppie gay».

Parole lontane anni-luce da quanto scritto nelle «Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali», emanate nel 2003 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con l’approvazione di papa Giovanni Paolo II. Allora, in ballo non ci sono solo questioni processuali, né ingenuità vere o presunte: quando si affrontano con tanta leggerezza temi delicatissimi della Dottrina cattolica e si esaltano modelli alla Chiesa antitetici, si pone una questione di coerenza, che dovrebbe indurre ad una decisione molto semplice: andarsene. (Mauro Faverzani)

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