Le responsabilità dei governanti

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(Tommaso Scandroglio) Gli interrogativi di chi governa in tempo di pandemia sono molti, moltissimi. Quando e in che modo far ripartire le attività economiche? Quali finanziamenti pubblici per le imprese in difficoltà e come erogarli? Ridurre le imposte, sospenderle, azzerarle per un certo periodo? Come gestire la vaccinazione di massa? Le scuole: tenerle chiuse o aperte, oppure optare per una via di mezzo? Tutte domande che possono trovare risposta – non certo univoca – applicando la virtù della prudentia regnativa, ossia la prudenza propria di chi deve governare.

Approfondiamo il concetto partendo da un poco lontano. Ci sono molte tipologie di leggi ingiuste, tutte però ingiuste perché non rispettano il principio di proporzione, ossia in ultima istanza non sono proporzionate/consone alla ragione. Qui vogliamo fare cenno solo a due di tali tipologie. La prima disciplina, permettendo o comandando, alcune condotte che in campo morale rappresentano azioni intrinsecamente malvagie che dovrebbero essere sempre vietate: pensiamo all’aborto, all’eutanasia, al divorzio, alla fecondazione artificiale, alle Unioni civili. Sono leggi intrinsecamente ingiuste e sono leggi non “proporzionate”, perché non proporzionate alla ragione, non adeguate alla natura razionale della persona, non consone alla sua dignità. Il giudizio negativo su di esse è relativamente facile da emettere.

Passiamo alla seconda tipologia di leggi ingiuste, la cui ingiustizia è meno evidente perché la mancanza di proporzionalità è più difficile da scovare, dato che il fine perseguito è astrattamente buono, ma le modalità concrete per soddisfare il fine non sono proporzionate al fine (leggi estrinsecamente ingiuste). Facciamo un paio di esempi. Le leggi che prevedono delle imposte sono leggi giuste perché è dovere morale del cittadino collaborare al bene comune anche tramite l’aiuto economico, posto che sia in grado di farlo. Detto ciò, anche le leggi astrattamente giuste possono diventare concretamente ingiuste per mancanza di proporzione: una legge che prevedesse imposte con aliquote al 90% sarebbe ingiusta, perché configurerebbe un furto, atto intrinsecamente malvagio. Ma che dire di una legge che prevedesse una aliquota al 40%? Sarebbe una legge giusta o ingiusta? Bisognerebbe soppesare i pro e i contra, ossia verificare la proporzione tra effetti positivi e negativi tenuto conto delle circostanze: se i benefici superassero i danni, l’intelletto giudicherebbe questa legge proporzionale, quindi consona alla ragione. Nel concreto per operare questo bilanciamento occorrerebbe fare dei distinguo, molti distinguo. Uno possibile e doveroso sarebbe il seguente: tale norma potrebbe essere una legge giusta per i facoltosi, ma togliere il 40% del proprio reddito a chi già vive in miseria sarebbe ingiusto, perché una persona deve prima provvedere a sé e ai propri cari (ai prossimi) e poi alla collettività (ai lontani) e, laddove non fosse in grado di soddisfare a questi compiti, sarebbe lo Stato che, non solo non dovrebbe chiedere alcunché all’indigente, ma che, conformemente al principio di sussidiarietà, dovrebbe aiutare quest’ultimo. Dunque quella legge per essere giusta dovrebbe prevedere, tra le altre condizioni, anche delle esenzioni.

Altro esempio. Una legge obbliga tutta la popolazione a vaccinarsi contro un certo virus assai letale e assai contagioso. Il vaccino è efficace nel 99,9% dei casi. Nei casi rimanenti non si riscontrano effetti collaterali dannosi. La legge potrebbe essere giusta. Cambiamo scenario: il vaccino copre solo il 10% della popolazione e nel rimanente 90% gli effetti sono devastanti. Mancando una proporzione tra effetti positivi e negativi, vaccinare sarebbe irragionevole e ugualmente una legge che obbligasse a sottoporsi al vaccino. Mutiamo un’altra volta lo scenario: il vaccino è efficace nel 90% dei casi e nel rimanente 10% gli effetti avversi sono assai gravi, ma non letali. La legge che obbligasse a vaccinarsi sarebbe giusta o ingiusta, sarebbe ragionevole, ossia proporzionata/adeguata/consona alla dignità personale? Difficile dirlo su due piedi.


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In questi mesi i politici, gli analisti, i media, etc. discutendo sulle decisioni del governo hanno in fondo discusso proprio del principio di proporzione: giusto o sbagliato il lockdown, cioè adeguato o eccessivo? Se appropriato, giusto o sbagliato farlo iniziare in tal data e farlo terminare in quell’altra? Giusto o sbagliato suddividere l’Italia in quattro marco-aree? Giusto o sbagliato permettere l’accesso alle chiese ma contingentato? Giusto/adeguato o sbagliato/eccessivo esigere l’uso delle mascherine anche all’aperto? Sufficiente o insufficiente la distanza di un metro? Giusto o sbagliato far chiudere i negozi?
Se alla ragione appare relativamente evidente che una norma che legittima l’assassinio o un furto è una legge ingiusta perché il fine è manifestamente malvagio, tale evidenza è assai molto più opaca per tutte quelle norme (e nel termine ricomprendiamo anche gli atti di governo) che perseguono un fine buono – ad esempio tutelare la salute – ma tramite modalità che producono dei danni non ricercati direttamente. Ad esempio tutelo la salute della collettività vietando gli spostamenti, ma allo stesso tempo produco ingenti danni economici. Il gioco vale la candela? La prima tipologia di leggi è ingiusta perché persegue un fine malvagio, la seconda potrebbe essere ingiusta perché, pur perseguendo in astratto un fine buono, nel concreto produce più danni che benefici e quindi il fine da buono che era diventa malvagio. Ma questo ultimo calcolo tra benefici e danni il più delle volte è assai difficile da operare.

Gli interrogativi di cui sopra nascono perché appunto il governo deve tenere in conto, ossia soppesare, i pro i contra: giusto tutelare la salute, ma anche l’economia e la libertà personale e molti altri beni/diritti. Come arrivare al giusto equilibrio? La risposta deve venire dalla virtù della prudenza che indica gli strumenti adatti – ossia proporzionati/efficaci – per raggiungere il fine buono. Tutti usiamo di questa virtù: un padre raccomanda al figlio adolescente di non tornare a casa alla sera dopo le 23.00. Il figlio disobbedisce e rincasa alle 2 di notte. Come fargli capire che ha sbagliato e come persuaderlo a non ripetere simile errore? Sta alla prudenza dei genitori trovare i modi più adatti, ossia più efficaci per soddisfare questo fine educativo buono: parlargli, non parlargli, scrivergli, punirlo, accoglierlo con amabilità, etc. Eccetto i casi che riguardano gli assoluti morali, non c’è e non ci può essere una soluzione universale, buona per tutti i casi, proprio perché le condizioni in cui occorre giudicare per ben operare sono infinite, diversissime e mutevoli. Ed ecco allora la prudenza dovrà vagliare attentamente tutte le circostanze – il carattere del figlio, la sua condotta precedente, il motivo per cui è tornato a quell’ora, la condizione attuale del figlio e della famiglia, la presenza in casa di altri figli e le decisioni già assunte in casi analoghi con loro, le eventuali reazioni del figlio, etc. – e tenterà di indicare gli strumenti educativi migliori, ossia più efficaci. Se ad esempio il padre sa che requisire lo smartphone per una settimana potrebbe con certezza provocare la fuga del ragazzo da casa, perché ciò è già successo in passato, sarebbe più prudente trovare un’altra soluzione meno dannosa.

Nel caso del governante anche lui deve usare la virtù della prudentia, che in questo caso prende il nome di prudentia regnativa, ma non per governare casa, bensì una intera collettività: posto che il fine perseguito sia buono – ad esempio tutelare la vita delle persone – occorre trovare gli strumenti adatti a tale fine. E qui sta un punto fondamentale: come sono i genitori, ordinariamente, ad essere i soggetti competenti per gestire casa, così sono i governanti ad essere i soggetti competenti a gestire la res publica, non gli scienziati, i giornalisti, né gli uomini di Chiesa. Gli altri soggetti possono e in alcuni casi debbono essere ascoltati, ma nella consapevolezza che spetta al governante governare (e il bisticcio di parole è voluto), spetta a lui l’ultima parola. Sono i genitori i più competenti in materia di educazione dei propri figli perché li conoscono meglio di tutti gli altri e, meglio di altri, posseggono gli strumenti adatti per educarli (o così dovrebbe essere) e sono i governanti i più competenti nella tutela del bene comune di un Paese perché dovrebbero conoscere meglio di altri la situazione del Paese ed ad avere, più di altri, gli strumenti adatti per governarlo (o così dovrebbe essere).


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Dunque la tutela del bene comune spetta innanzitutto a chi governa ed è per questo che San Paolo, ricordando un principio di diritto naturale, ci ammonisce così: «Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna» (Rm 13, 1-2). La disobbedienza a priori e la critica costante all’autorità sono atteggiamenti non cristiani e assai progressisti. Prima di disobbedire e criticare, scelte che comunque dovrebbero essere praticate sempre nel rispetto del principio di proporzione, occorrerebbe provare con un buon grado di certezza che le decisioni del governo siano ingiuste, quindi non più espressione di un’autorità che viene da Dio. Prova, in genere, assai difficile da fornire nel caso di leggi ingiuste che perseguono un fine buono, ma per il tramite di modalità non consone al fine.

Perciò i genitori possono sicuramente errare così come il governante, ma dato che, almeno sulla carta, sono i genitori e i governanti i più compenti nel loro campo rispetto agli altri soggetti, la critica nei loro confronti deve essere, anche in questo caso, prudentissima, soprattutto quando – e qui ci riferiamo solo al campo della politica – riguarda quelle decisioni che non interessano gli assoluti morali (legge sull’aborto), bensì il bene della collettività ricercato per il tramite di strumenti che appaiono essere non adeguati (lockdown). In quest’ultimo caso i toni perentori e tranchant sono spesso fuori luogo.
In breve, prudente deve essere il governante come chi lo giudica. 


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