Le regine Maria Cristina ed Elena di Savoia

(di Cristina Siccardi) Due anniversari cadono in questo mese di novembre: il bicentenario della nascita della venerabile Regina Maria Cristina di Savoia (Cagliari, 14 novembre 1812 – Napoli, 31 gennaio 1836) e il 60° della morte della Regina Elena di Savoia (Cettigne, 8 gennaio 1873 – Montpellier, 28 novembre 1952), due modelli che evidenziano il ruolo essenziale della figura femminile.

Il femminismo ebbe i suoi albori nella Rivoluzione Francese, quando fu presentato all’Assemblea Rivoluzionaria, il Cahier de Doléances des femmes, ovvero una prima richiesta formale di riconoscimento dei diritti delle donne. Inoltre Olympe de Gouges pubblicò Le prince philosophe, romanzo che rivendicava i diritti di parità con gli uomini; ma la sua azione fu interrotta quando iniziò a criticare Robespierre e nel 1793 fu ghigliottinata. Quelle idee saranno riprese in Inghilterra ed estese in tutto l’Occidente producendo una sfigurazione dei connotati femminili, così da generare uno squilibrio, divenuto oggi schizofrenico. La donna, «per diritto», non è più il baricentro della famiglia ed ecco che quest’ultima si frantuma miseramente.

Tutto questo per affermare che modelli femminili come le sovrane Maria Cristina ed Elena non solo rientrano in un interesse storiografico indubitabile, ma le loro testimonianze di vita familiare e di vita pubblica sono un valido motivo di riflessione per recuperare la smarrita identità femminile. La Regina delle due Sicilie era figlia di Vittorio Emanuele I di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo d’Austria; fu educata dalla madre e dal padre confessore, l’olivetano Giovan Battista Terzi. Sorse in lei il desiderio di diventare monaca di clausura; ma il suo direttore spirituale la dissuase, perché Carlo Alberto l’aveva destinata come sposa al re di Napoli, Ferdinando II, e  Maria Cristina obbedì per compiere la volontà di Dio. La religiosità della sovrana, che meditava sempre il De imitatione Christi, fu ben presto conosciuta a corte e da tutto il popolo, che veniva continuamente beneficato dalla sua esemplare carità. Morì di parto e nel porgere il piccolo Francesco al marito affermò: «Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui». Venne tumulata nella Basilica di Santa Chiara e nel 1937 Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù.

Madre e Regina esemplare, morta anch’ella in concetto di santità, è Jelena Petrović Njegoš, sesta figlia di re Nicola I del Montenegro e di Milena Vukotić. Sposò Vittorio Emanuele III il 24 ottobre 1896 a Roma, in Santa Maria degli Angeli. La presenza di Elena accanto al sovrano si mantenne sempre discreta e fu dedita ai bisogni del popolo che fece suo in tutto e per tutto. Ogni giorno il corriere recapitava a Villa Savoia una grande borsa di cuoio, chiamata «la bolgetta» (termine sardo-savoiardo), carica di lettere:  richieste umili e a volte disperate di chi ricorreva alla Regina della Carità. Immenso fu l’aiuto che ella prestò ai terremotati di Messina nel 1908; inoltre si prodigò, con le sue conoscenze mediche, che le valsero la laurea honoris causa, a favore di encefalitici, tubercolotici, poliomielitici, malati di cancro e di Parkinson.

Il 15 aprile 1937 Pio XI le conferì la «Rosa d’oro della Cristianità». Nel 1939 scrisse una lettera, toccante ed inascoltata, alle sei sovrane delle nazioni ancora neutrali (Danimarca, Olanda, Lussemburgo, Belgio, Bulgaria e Jugoslavia) al fine di evitare la seconda guerra mondiale. Esiliata, con il consorte, ad Alessandria d’Egitto, dopo la vedovanza, si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier. Bruciata dal dolore per la tragica perdita della carissima figlia Mafalda (morta nel lager di Buchenwald il 28 agosto 1944) e rinnegata dalla terra a cui aveva dato tutta se stessa, Elena muore povera e sola. L’intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale, al quale presero parte ben 50 mila francesi. (Cristina Siccardi)

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