Le preoccupanti novità del nuovo Messale della CEI

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(Cristina Siccardi) La CEI, prima di giungere alla terza edizione della traduzione italiana del Messale Romano, che sarà obbligatorio dal 4 aprile 2021, ha impiegato ben 18 anni. Risale, infatti, al 2002 l’Editio typicatertia, in lingua latina, pubblicata dalla Santa Sede. Si tratta del Messale che vide la luce nel 1970 per volontà di Paolo VI e il decreto con cui veniva pubblicata questa prima edizione, per conto della Congregazione per il Culto Divino, portava la firma dell’arcivescovo Annibale Bugnini (1912-1982), che ebbe un ruolo determinante, in qualità di segretario della Commissione per la Liturgia, nella rivoluzione liturgica operata a ridosso del Concilio Vaticano II. Consegnandolo a papa Francesco lo scorso 28 agosto, il cardinale Bassetti, presidente della CEI, ha dichiarato: «Ci abbiamo lavorato 18 anni. È un bambino che è diventato maggiorenne. Siamo contenti di poterle dire che questo è il suo Messale, perché lei fa la maggior parte delle celebrazioni nel Messale in lingua italiana. Riteniamo che questo sia un grande dono, e che rappresenti un rinnovamento e uno stimolo ad approfondirlo e studiarlo per tutti i sacerdoti». Un parto molto complesso e difficile, dunque, per un frutto davvero scarso e che sconcerta molte anime sacerdotali, alcune delle quali pronte, orami, a “convertirsi” al Vetus Ordo. Se da un lato ci sono sacerdoti che non battono ciglio sulle novità inserite nel Novus Ordo, altri esternato, fra di loro, il malcontento, tanto che qualcuno, soprattutto fra i giovani, che attraverso il web vengono a conoscenza di realtà liturgiche tradizionali ricche di un patrimonio perenne carico di verità e di bellezze, avanza lodi nei confronti del Vetus Ordo perché sempre più delusi da scelte liturgiche desacralizzanti e protestantizzanti.

Le novità (nelle novità) più grandi sono date dalle «Precisazioni» della Conferenza Episcopale Italiana (da pag. LII) all’Ordinamento Generale del Messale Romano, si tratta di una sorta di adattamento nazionale delle rubriche del Messale stesso. Nel punto 1 viene prescritto di non stare in ginocchio durante l’intera Preghiera eucaristica, bensì per un tempo più ristretto, quasi fosse un aspetto negativo avere e dimostrare pubblicamente un atteggiamento di adorazione di fronte al Corpo e al Sangue di Cristo. Al punto 6 il celebrante è disincentivato ad utilizzare abitualmente la Preghiera Eucaristica I (ovvero l’antico e sempre nuovo Canone Romano, che mai passerà nell’uso della Chiesa), bensì si afferma che dovrà «favorire una proficua alternanza tra le diverse Preghiere Eucaristiche che il Messale riporta, valorizzando appieno la straordinaria ricchezza dei testi», testi che sono di tutta evidenza di sapore protestante. Quanto papa Benedetto XVI aveva insegnato dando l’esempio circa la modalità di ricevere la comunione, come anche permesso dalle norme generali del Messale, i vescovi italiani pongono un freno al punto 13: «I fedeli si comunichino abitualmente in piedi». Si evince chiaramente che la devozione è malvista, tanto che al termine del medesimo punto vengono equiparati preghiere devozionali e avvisi.

Il punto 15 impone di celebrare rivolti verso il popolo «ovunque sia possibile» e di lasciare completamente spogli i vecchi altari, una disposizione che va oltre lo stesso papa Francesco, il quale ha celebrato su vecchi altari, in posizione coram Deo, ad esempio nella Cappella Sistina come già Benedetto XVI, ma anche nella Basilica di San Pietro all’altare della cappella laterale dove è sepolto Giovanni Paolo II, nonché sulla tomba di San Francesco ad Assisi e nella Santa Casa a Loreto. Inoltre la CEI vuole i sacerdoti gioiosi e colorati: basta, definitivamente, con il nero! Facendo seguito al nuovo Rito delle esequie (seconda edizione in lingua italiana), anche nel Messale hanno cassato il colore tradizionalmente utilizzato per le Messe di Requiem, rendendo obbligatorio in Italia l’utilizzo del viola. Sono tanti invece i sacerdoti, soprattutto giovani, che amano questo colore liturgico e lo utilizzano, talvolta rispolverando vecchi parati neri rinvenuti nelle soffitte delle canoniche, ma anche acquistandone di nuovi dato che da alcuni anni, in particolare dopo il celebre e storico Motu Proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007) di Benedetto XVI, è tornata in auge la loro produzione.

Se la cosa che più ha fatto notizia, la modifica del «Padre nostro», è consistita in realtà nel recepire nella liturgia la traduzione italiana della Bibbia ormai ufficiale da tempo ed utilizzata per gli stessi lezionari liturgici, dovrebbe fare ancor più scalpore il fatto che sia rimasta invariata la traduzione errata della formula di consacrazione del vino, la famigerata questione del «pro multis» per la quale tanto si era battuto Benedetto XVI e che nelle traduzioni in altre lingue era stata oggetto di revisione. Quell’erroneo «per tutti» continuerà a risuonare nelle chiese italiane. La spinta femminista impressa a questa nuova edizione del Messale è poi innegabile: all’inizio della celebrazione il sacerdote si rivolgerà ai «fratelli e sorelle» e con il nuovo «Confesso» (pag. 311) si renderanno edotti «fratelli e sorelle» del proprio riconoscersi peccatori. Anche all’offertorio il celebrante inviterà alla preghiera «fratelli e sorelle»; perciò: «Ricordati anche dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che si sono addormentati…» (Preghiera Eucaristica II); inoltre, «Accogli nel tuo regno i nostri fratelli e sorelle defunti» (Preghiera Eucaristica III); «i nostri fratelli e sorelle defunti che affidiamo alla tua misericordia» (Preghiera Eucaristica IV). Con queste adulazioni nei confronti delle femministe, i vescovi d’Italia hanno ridicolizzato il Novus Ordo. Nel «Proprio dei Santi» balza all’occhio come tutti i santi sacerdoti siano ora indicati come presbitero, una scelta terminologica che rincorre un cavallo di battaglia di quanti dopo il Concilio Vaticano II si sono spesi per indebolire l’identità del sacerdozio cattolico, laicizzandolo: come vedranno dal Paradiso questa scelta dal portamento letterario scientifico un Santo Curato d’Ars, un San Massimiliano Kolbe, un san Pio da Pietrelcina… ?


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Il re francese san Ludovico (così era tradotto il suo nome nelle precedenti edizioni), è stato corretto come san Luigi IX (pag. 623), nome con il quale è abitualmente conosciuto in Italia. Benché il nuovo Messale non si sia avventurato ad attribuire un numero all’imperatore sant’Enrico (pag.591), almeno nel titolo, scade poi nell’errore nella didascalia, definendolo Enrico II, nonostante fino a prima del Concilio Vaticano II il Martirologio Romano preferisse chiamarlo Enrico I, non riconoscendo così quale legittimo Sacro Romano Imperatore quel primo Enrico, detto l’Uccellatore, che ebbe a rifiutare la sacra unzione in occasione dell’ascesa al trono.

Inoltre, questo Messale, appena pubblicato, è già vecchio: non ha fatto in tempo, infatti, a recepire la recente scelta di papa Francesco di inserire al 5 ottobre la memoria facoltativa di santa Faustina Kowalska, ma ha invece soddisfatto il capriccio ideologico dell’episcopato italiano di vedere elevata di grado per il nostro Paese la memoria di san Giuseppe Lavoratore (pag. 556). Da rilevare la grande assenza di Teresa di Calcutta: seppur già canonizzata, il suo nome non ha trovato spazio nel calendario liturgico né per volontà pontificia, né della CEI. Per quanto concerne l’aspetto musicale possiamo segnalare l’inserimento copioso di spartiti all’interno dei testi dell’ordinario della Santa Messa, senza alcuna traccia della tradizione secolare del Canto gregoriano, neppure riproponendo le melodie del Kyrie, del Gloria, del Sanctus e dell’Agnus Dei, scelte che si legano perfettamente con la parte iconografica, vero e proprio capolavoro di semplificazione e di bruttezza, benché create da un noto e internazionale pittore campano, Domenico, detto «Mimmo», Paladino, un «dialogante con il mondo», esponente di spicco della transavanguardia per «un’arte tradizionale che guarda al futuro, che ricalca le figure degli archetipi per poi accentuarli con simboli etruschi, paleocristiani, greci e romani» (Tv2000, febbraio 2018), peccato che un bambino avrebbe creato, gratuitamente, disegni migliori di queste illustrazioni, dove arte e spiritualità cattoliche sono inesistenti. L’incredibile è poi la giustificazione data ad un tale “sforzo pittorico”, ossia assecondare «l’auspicio del cardinal Bassetti (che certamente è proprio a moltissimi pastori zelanti): invitare una volta tanto tutti i membri dell’assemblea a sfogliare il Messale Romano, perché si rendano conto di che poderoso strumento (spesso usato al minimo) è stato disposto alla loro santificazione».

Queste ventitré tavole del commento iconografico al nuovo Messale italiano dovrebbero, quindi, affascinare l’«assemblea» indottrinata da “presbiteri” attenti alle argomentazioni di critici d’arte e intellettuali da salotto… ma tra i fedeli (termine defenestrato da parecchi pastori) c’è anche chi comprende che cos’è attinente al sacro e ciò che non lo è; che cos’è una tavola pittorica meritevole e non classificabile; dove sia davvero il rispetto per la Santissima Trinità e dove, invece, l’adulazione al “pur che sia alternativo”. 


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