Le misteriose origini del coronavirus. Un contributo storico (2a parte)

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(Roberto de Mattei)

Alla ricerca di una chimera

Nel 2019 le ricerche del laboratorio di Wuhan, sotto la direzione della dottoressa Shi Zhengli, sono concentrate sulla costruzione di un coronavirus chimera, ottenuto attraverso esperimenti genetici sui pipistrelli. La tecnologia utilizzata è quella del DNA ricombinante (Infectious Clone Technology), termine con cui si intende una sequenza di DNA ottenuta artificialmente dalla combinazione di materiale genetico di origini differenti. La sequenza è una successione di lettere che rappresentano la struttura primaria di una molecola di DNA. Queste operazioni di ingegneria genetica sono condotte per produrre farmaci come i vaccini, ma vengono anche utilizzate per creare armi letali nei programmi di guerra biologica.

Tra coloro che, indirettamente, finanziano le ricerche del laboratorio di Wuhan c’è l’immunologo americano Anthony Fauci, consigliere scientifico dei sei ultimi presidenti degli Stati Uniti. Fauci è uno scienziato-manager che, dopo la prima generazione di padri della ricerca sull’AIDS, come Robert Gallo, Luc Montagnier, Giulio Tarro, dedica i suoi sforzi principalmente alla ricerca di un vaccino contro questo virus (Tritto, pp. 237-239). Dal 1984 è a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), che fa parte dei National Institutes of Health americano.. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, con i fondi ricevuti dal NIAID, l’organizzazione no profit EcoHealth Alliance, di cui è presidente Peter Daszak, ha a sua volta finanziato la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli cinesi, e in particolare il Wuhan Institute of Virology per un totale di 598 mila dollari (133 mila l’anno dal 2014 al 2018 e 66 mila nel 2019). Un finanziamento di 3,7 milioni di dollari era stato rinnovato nel 2019, ma cancellato nell’aprile 2020 dall’amministrazione Trump.


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La EcoHealth Alliance con un reddito annuo di oltre 16 milioni di dollari, proveniente per il 90 per cento da sovvenzioni governative, ha sede a New York, ma collabora con gruppi di ricerca locali in altri paesi per svolgere attività sul campo e in laboratorio. «L’istituto di Wuhan era il suo gioiello della corona e Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, è stato coautore con Shi della maggior parte dei suoi articoli chiave», scrive Rowan Jacobsen su MIT Technology Review del 30 giugno 2021, descrivendo il “filo rosso” che collega l’America, Wuhan e il Covid-19.

Il 9 novembre 2019 Peter Daszak pubblica con con Shi Zengli, un articolo in cui sostiene che le zoonosi, cioè le trasmissioni di malattie infettive dagli animali all’uomo e viceversa, sono possibili: alcuni coronavirus dei pipistrelli sono già in grado di usare come recettore cellulare l’enzima umano Ace2n. Un mese dopo, il 9 dicembre, in un momento in cui l’epidemia è già iniziata, senza essere ancora manifesta, Daszak viene intervistato da Vincent Racaniello della Columbia University per il suo podcast This Week in Virology (TWiV). Nel dialogo Daszak racconta come la EcoHealth Alliance è impegnata nel raccogliere virus presenti nella fauna selvaggia, al fine di studiare le loro potenziali interazioni con l’uomo e spiega in che modo i ricercatori americani e cinesi stanno progettando chimere di coronavirus.

Lo strumento della manipolazione genetica è la proteina Spike dei coronavirus. Come ogni coronavirus, infatti, la superficie del nuovo virus è ricoperta da proteine identiche chiamate “spike” (letteralmente “spina”). Sono queste protuberanze che danno al virus l’aspetto di una corona. Le “spike” hanno un ruolo fondamentale perché sono capaci di agganciarsi ai recettori presenti sulla superficie esterna delle cellule umane secondo il modello “chiave-serratura”.


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Daszak, collabora con Ralph Baric, lo specialista mondiale della sintesi e della manipolazione dei coronavirus e con differenti laboratori nel mondo, tra cui l’Istituto di virologia di Wuhan. Zhengli Shi nel 2015 ha pubblicato con Baric uno studio in cui viene presentato un nuovo virus: si tratta di un ricombinante chimerico ottenuto innestando la proteina Spike SHCo14 del pipistrello a ferro di cavallo su un coronavirus del topo. Gli esperimenti continuano senza sosta. Fabrizio Gatti commenta: «Se dopo la prima epidemia di Sars questa possibile trasformazione nei pipistrelli non si è più manifestata, ciò è invece avvenuto nei laboratori di Cina e Stati Uniti con la fabbricazione del virus chimera: abbiamo insomma un agente patogeno in più, potenzialmente in grado di sterminare migliaia di persone» (p. 249).

L’inizio dell’epidemia a Wuhan

Quando e dove è nato il nuovo coronavirus? Sappiamo per certo che alle 3.10 del 30 dicembre 2019 la Commissione municipale di Wuhan indirizza una richiesta urgente alle istituzioni mediche della città. L’autorità sanitaria chiede agli ospedali di inviare entro le quattro del pomeriggio la statistica sui pazienti ricoverati per polmonite nelle settimane precedenti.


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Poche ore dopo la dottoressa Ai Fen, pneumologa e direttrice del dipartimento di Pronto soccorso del Wuhan Central Hospital, avverte sulla sua chat del pericolo di una nuova epidemia di Sars. Gatti riproduce il referto di laboratorio che la dottoressa fotografa e condivide su We Chat con un collega e un gruppo di medici (p. 311). Ai Fen visita il primo paziente, che forse ha frequentato il mercato ittico di Wuhan, il 18 dicembre 2019. Il 27 dicembre visita il secondo paziente, che però non ha nessuna relazione con il mercato.
Un altro dipendente dell’Ospedale centrale di Wuhan, l’oftalmologo Li Wenliang, copia e condivide, negli stessi giorni, su We Chat la notizia di sette casi di Sars confermati. «Sulle piattaforme WeChat e Weibo la notizia divampa da schermo a schermo, da telefonino a telefonino». «Da questo momento – scrive Gatti – per l’apparato comunista che sovrintende alla vita di ogni funzionario, medico, cittadino cinese, il problema non è fermare l’epidemia, ma scoprire chi ha reso pubbliche le notizie» (p. 288)

Li Wenliang viene convocato dalla polizia che lo accusa di “diffondere voci” non verificate (reato che può significare la reclusione fino a 7 anni) e gli fa firmare un documento per riconoscere il suo “errore”. Il 1° gennaio 2020 l’ufficio municipale di Pubblica Sicurezza di Wuhan, uno dei tanti strumenti di repressione nell’arcipelago del regime, annuncia sulla sua pagina Weibo che otto persone sono accusate di «aver diffuso dicerie» e sono in corso le indagini. Lo stesso pomeriggio la Commissione sanitaria provinciale di Hubei ordina a tutti i laboratori di genetica di interrompere le analisi sui campioni arrivati da Wuhan e di distruggere il lavoro fin lì fatto. «Un crimine sanitario – nota Gatti – che cancella per sempre le prove sull’origine dell’epidemia e regala all’infezione più di un mese di vantaggio» (p. 290). Lo stesso giorno le autorità dispongono la chiusura del mercato di Wuhan e l’isolamento di coloro che presentano sintomi della malattia.

Qualche giorno dopo contrae il virus Li Wenliang il medico che aveva cercato di dare l’allarme sull’epidemia, ma era stato censurato. Morirà in ospedale il 7 febbraio.

Il 2 gennaio, l’Istituto di virologia di Wuhan isola l’intero genoma del nuovo coronavirus. Ma la notizia verrà rivelata soltanto il 20 aprile dal portale ufficiale del Consiglio di Stato, la massima autorità amministrativa della Repubblica Popolare. Il genoma del coronavirus della nuova Sars viene infatti tenuto segreto. Tace la dottoressa Shi Zengli, tace George Gao, direttore generale del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie. In quelle ore, scrive Gatti, il regime «volta le spalle a oltre un decennio di proficua cooperazione internazionale, ai milioni di dollari spesi da contribuenti e donatori occidentali che hanno regalato all’apparato comunista strutture e metodi di indagine che la Cina non avrebbe mai potuto acquisire in così poco tempo» (p. 291).

Il 5 gennaio, anche lo Shanghai Public Clinical Health Center, diretto dal virologo Zhang Yongzhen, professore alla Fudan University di Shanghai isola e codifica la sequenza genomica del virus e condivide le informazioni sulla piattaforma GenBank, registrandolo presso il National Center for Biotechnology Information (NCBI) degli Stati Uniti. Lo chiama Wuhan-Hu-1, il primo coronavirus umano del ceppo di Wuhan. Lo scienziato comunica all’ospedale di Wuhan e al ministro della Salute Cinese che il nuovo virus è simile al SARS e probabilmente contagioso allo stesso modo.

L’evento dunque non è circoscritto al laboratorio di Wuhan ed è presumibile che il team di Shangai lavori da tempo sul coronavirus. Il 7 gennaio il prof. Zhang Yongzhen consegna alla rivista Nature un articolo sulla sua ricerca, firmato anche da 19 scienziati cinesi e da Edward Holmes, un biologo evoluzionista australiano, professore presso l’Università di Sidney. L’11 gennaio Holmes pubblica la sequenza del genoma sul sito virological.org, mentre l’articolo su Nature apparirà il 3 febbraio 2020.

Il 12 gennaio, il laboratorio del professor Zhang a Shangai viene chiuso dalle autorità per aver pubblicato dei dati senza autorizzazione. A metà gennaio il generale medico Chen Wei, che guida l’Academy of Military Medical Sciences, affiliata all’Esercito popolare di liberazione, si presenta insieme ad un team di esperti militari al Wuhan Institute of Virology assumendo la direzione del laboratorio: «un commissariamento manu militari» lo definisce Antonio Selvatici (Coronavirus made in China. Colpe, insabbiamenti e la propaganda di Pechino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 39-40).

Intanto, gli abitanti di Wuhan e della sua provincia iniziano fuggire in massa. Quando, il 23 gennaio, i 58 milioni di abitanti della metropoli cinese e di tutta la sua provincia vengono rinchiusi nelle loro case, per il primo lockdown, cinque milioni di cittadini di Wuhan sono già riusciti ad abbandonare la città.

 

La Casa Bianca e il coronavirus

Five Eyes  è una struttura internazionale di sicurezza che comprende Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. Questi paesi fanno parte dell’accordo UKUSA un trattato di cooperazione congiunta con lo scopo di raccogliere informazioni attraverso attività di  intelligence dei segnali (SIGnal INTelligence). Secondo i satelliti spia di Five Eyes,  il 6 ottobre 2019 un evento pericoloso sarebbe accaduto nel laboratorio di Wuhan ( Franco Fracassi- Federica Ipsaro Passione, I misteri di Wuhan, Fracassi 2021, pp. 30-38). Il presidente americano Donald Trump e la stessa CIA sottovalutano però questa notizia.

Il 15 gennaio 2021 Trump e il suo staff ricevono alla Casa Bianca una delegazione del governo cinese, capeggiata dal vice primo ministro Liu He. La Cina si impegna ad acquistare dagli Stati Uniti un’ulteriore quota di energia, servizi e merci per 200 miliardi di dollari in due anni. In cambio Pechino ottiene per i prodotti cinesi il blocco dell’aumento dei dazi su 162 miliardi di valore e la riduzione su altri 120 miliardi. Trump definisce “storico” l’accordo commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti ed è convinto che sia un trionfo politico che avvicina la sua rielezione alla presidenza.

L’allora consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, rivela i particolari di un colloquio telefonico, avvenuto il 18 giugno 2019, prima del vertice G20 di Osaka, in cui Trump rivolgendosi a Xipijng lo definisce «il più grande leader nella storia cinese», e liquida le manifestazioni di Hong Kong contro il regime comunista come «un problema domestico cinese» (The Room Where It Happened. A White House Memoir, Simon & Schuster, 2020, pp. 302, 310).

Dieci giorni dopo, nell’“opening dinner” del vertice di Osaka, Xi spiega a Trump perché sta costruendo campi di concentramento nello Xinjiang. Trump gli risponde di andare avanti perché pensa che sia esattamente la cosa giusta da fare. Per il governo americano, gli accordi commerciali con la Cina prevalgono su qualsiasi altra considerazione.

L’epidemia si sta diffondendo e l’attività di spionaggio militare, scientifico e industriale del regime comunista non si ferma, ma il 24 gennaio il presidente Trump twitta: «La Cina sta lavorando molto duramente per contenere il coronavirus. Gli Stati Uniti apprezzano molto il suo sforzo e la sua trasparenza. Andrà tutto bene. In particolare, a nome del popolo americano, voglio ringraziare il presidente Xi!»

In un altro tweet del 9 marzo riprodotto da Gatti (p. 464), Trump diffonde la versione di Pechino, spiegando che il nuovo coronavirus è meno grave dell’influenza perché i casi confermati sono 546 e i morti soltanto 22.

La ragione per cui il presidente Trump sembra minimizzare la portata del disastro non è dovuta solo alla realpolitik, che impone di non creare tensioni con un partner privilegiato qual è la Cina, ma anche alle scarse informazioni che provengono alla Casa Bianca dalla CIA.

Il fallimento dell’Intelligence

Il professor Aldo Giannuli, uno specialista della storia e del funzionamento dell’Intelligence, nel suo libro Coronavirus, globalizzazione e servizi segreti (Ponte alle Grazie, 2020) analizzando il ruolo dell’Intelligence internazionale, e in particolare della CIA, prima della pandemia, lo ha riassunto in questa formula, «fallimento su tutta la linea», per l’evidente incapacità di monitorare il campo e di cogliere i segnali della tempesta in arrivo. Il tema delle epidemie «era al di là dell’angolo visuale della CIA o forse, al massimo, relegato in un angolo del tutto periferico» (pp. 140-141). D’altra parte, come ricorda Gatti, il regime comunista cinese aveva appena inflitto all’Intelligence degli Stati Uniti e dei governi alleati «la più grande sconfitta della storia: ben superiore per numero di vittime e conseguenze economiche all’attacco terroristico dell’11 settembre 2011» (p. 276).

Fin dal 2010, la struttura dell’Intelligence americana è stata decimata dal controspionaggio cinese che ha ucciso o catturato decine di informatori della CIA, paralizzando la raccolta di informazioni americana. Nel 2017, l’Fbi scopre che un ufficiale della Cia, Kevin Patrick Mallory, ha consegnato alla Cina documenti Top Secret sulla difesa degli Stati Uniti. Il 17 maggio 2019 Mallory viene condannato per spionaggio a vent’anni di carcere e cinque di libertà vigilata (qui).

Il 2 giugno 2018 viene arrestato e condannato a dieci anni Ron Hansen, un maresciallo in pensione, agente segreto nella Defence Intelligence Agency (qui). Ma il disastro manifesta la sua portata quando il 22 novembre viene condannato, a diciannove anni, un altro ex-ufficiale della Cia, Jerry Chun Shin Lee, alias Zen Cheng, che ha rivelato ai cinesi i luoghi dove la CIA assegna le operazioni ai suoi infiltrati, con notizie sulla difesa nazionale americana (qui). Le inchieste avviate dagli agenti del controspionaggio dell’Fbi o concluse con una condanna nei tre anni a ridosso della pandemia sono sessantotto: sette nel 2018, ventitré nel 2019, trentotto nel 2020 (Gatti, p. 143).

Il 18 settembre 2019, alla vigilia dei Giochi militari internazionali, l’aeroporto di Wuhan viene coinvolto nell’esercitazione su come fermare la diffusione di un nuovo coronavirus. Il China desk della CIA vuole sapere che cosa sta accadendo e si rivolge a una sua fonte sul campo: un cinese che per lavoro può entrare nel laboratorio di massimo biocontenimento dell’Istituto di virologia di Wuhan. Ma anche dell’informatore si perdono le notizie. Forse è morto a causa del coronavirus o è stato eliminato dal controspionaggio cinese.

Il problema però va al di là di una sconfitta sul campo della dell’Intelligence americana. La Cina, ricorda Giannuli, «è vigilata speciale, oltre che da parte degli US, anche di numerosi paesi confinanti o prossimi come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam, India e i primi tre dispongono di servizi di intelligence di prim’ordine» (p. 146). Come può essere sfuggito loro quanto stava accadendo in Cina negli ultimi mesi del 2019? «Delle due l’una: o i vari servizi mentono, perché avevano la percezione di quel che stava accadendo e allora devono spiegare come hanno usato queste informazioni, oppure dicono la verità: non hanno capito quel che stava succedendo, il che è peggio» (ivi).

Non sappiamo, aggiunge Giannuli, se e quando i servizi giapponesi e coreani abbiano percepito l’arrivo della tempesta, in compenso sappiamo che l’aveva individuata il servizio di Taiwan che, infatti, il 30 dicembre inviava una segnalazione all’OMS, ma non risulta che l’OMS abbia comunicato la notizia all’ONU, di cui è un’importante agenzia (p. 147). L’“affaire Formosa”, che conferma le pesanti responsabilità della Cina comunista e dell’OMS, è stato ricostruito da Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni nel loro documentato volume Strage di Stato. Le verità nascoste, della Covid-19, con prefazione di Nicola Gratteri (Lemma Press 2021, pp. 105-114).

 

Il fallimento dell’OMS

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nata nel 1948, è l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di salute. Francesco Zambon, un ricercatore italiano che ne ha svelato i meccanismi interni, afferma che i vertici dell’OMS sono arroganti e completamente scollegati dalla realtà (Il pesce piccolo. Una storia di virus e segreti, Feltrinelli, 2021, pp. 29-30). Nel suo quartier generale, a Ginevra, «troneggia Tedros, che si fa chiamare per nome come per accorciare la distanza siderale che lo separa dal pianeta terra» (p. 29). Tedros è l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’OMS, eletto col voto favorevole di 133 paesi su 183 grazie a un fitto lavoro diplomatico dell’Unione Africana con il sostegno determinante della Cina. Tedros Ghebreyesus ex ministro della Salute ed ex ministro degli Esteri del governo etiope, è anche uno dei leader del Fronte Popolare di Liberazione del Tigré ed è considerato legato a doppio filo al partito comunista cinese e in particolare al suo presidente Xi Jinping, per via dei pesanti investimenti della Cina in Etiopia (su di lui rimandiamo a Gatti, pp. 389-408 e Bacco e Giorgianni, pp. 115-130).

Quando scoppia la pandemia, la Cina minimizza il disastro, comunicando all’OMS che il virus di Wuhan è una malattia epidemica parainfluenzale, che la situazione è sotto controllo e che non desta preoccupazione. Il 14 gennaio, l’OMS diffonde un tweet in cui afferma che le indagini preliminari condotte dai cinesi «non dimostrano la diffusione tra umani» del virus. Il 22 gennaio nel corso dell’Emergencies Coronavirus, Tedros si dichiara impressionato dalla tempestività di intervento della Cina e qualifica come “inestimabili” la leadership e gli interventi del presidente XI e del premier Li (qui). Il 30 gennaio, dopo un incontro a Pechino con Xi Jinping, Tedros spiega che «la Cina sta effettivamente definendo nuovi standard per la lotta alle epidemie», elogiando la gestione del virus. I comunicati dell’OMS elogiano «la dedizione delle autorità e la trasparenza dimostrata» dalla Cina nell’affrontare la pandemia. 

La diffusione e l’avanzata del virus in altri paesi costringerà l’OMS, l’11 marzo, a dichiarare la pandemia. Tuttavia, fino a giugno 2020, l’OMS non considera la malattia per quello che è: una patologia virale polmonare, trasmissibile per via aerea. Il 29 giugno Benedetta Allegranzi, responsabile della ricerca dell’OMS nel settore prevenzione e controllo dell’infezione da SARS-CoV-2, afferma che «sicuramente fino a questo momento l’ipotesi della trasmissione aerea non è stata supportata da prove solide». Solo l’8 luglio la Allegranzi, dopo la lettera firmata da 239 esperti provenienti da 32 Paesi in cui si chiede all’OMS di rivedere le proprie raccomandazioni sul coronavirus, includendo anche la trasmissione aerea del virus, ammette, in una conferenza stampa tenuta a Ginevra, che questa possibilità «non può essere esclusa» (qui).

«Nella prima fase – osserva il prof. Tritto – è mancata proprio questa consapevolezza, quella cioè di trovarsi di fronte non a una semplice influenza, ma a una malattia polmonare con tutte le complicazioni che essa può causare, come ad esempio l’ipossiemia nel sangue» (p. 201). L’inadeguatezza degli esperti dell’OMS non prova tuttavia nessun piano di “dittatura sanitaria” da parte di questo organismo internazionale. La tesi secondo cui l’OMS avrebbe alimentato artificialmente un clima di terrore per giustificate misure di emergenza, è smentita proprio dall’atteggiamento tenuto dall’agenzia dell’ONU nel corso del 2020-2021. Se tutto fosse stato organizzato per creare un allarme sanitario, funzionale a un progetto ideologico, l’OMS avrebbe dovuto, fin dall’inizio, enfatizzare la minaccia del virus, mentre è accaduto tutto il contrario, sulla base delle indicazioni che l’organizzazione internazionale riceveva dalla Cina.

Nello spazio di oltre un anno, le prese di posizione dell’OMS sono state caratterizzate da continue contraddizioni. L’unico filo conduttore che si può riscontrare nella sua politica sanitaria è un atteggiamento di totale asservimento alla Cina comunista, confermato dai risultati dell’indagine condotta a Wuhan nel febbraio 2021 per ricostruire l’origine della pandemia. La missione di esperti dell’OMS non ha dato nessuna soddisfacente risposta agli interrogativi sull’origine del coronavirus, concludendo che «l’ipotesi più probabile» è che esso sia stato trasmesso all’uomo da un animale passato attraverso una specie intermedia, ma senza individuare quale sia la specie intermedia che può aver fatto da serbatoio. Uno degli aspetti più grotteschi della vicenda, come sottolinea il direttore di Atlantico Quotidiano, Federico Punzi, è che del team di “investigatori” dell’OMS mandato a Wuhan per indagare sulle origini della pandemia, faceva parte Peter Daszak, la cui organizzazione ha finanziato con 600 mila dollari la ricerca del Wuhan Institute of Virology basata sulla modifica dei coronavirus in laboratorio Non sorprende quindi che in tre ore di visita ai laboratori abbia concluso che «non c’è nulla da vedere qui» (qui).

 

Il caso Italia

Ben diciannove stati sui ventisette dell’Unione europea hanno sottoscritto memorandum o accordi di cooperazione che rientrano nel progetto strategico del presidente Xi Jinping: la “nuova via della seta”, un sistema intercontinentale di infrastrutture che dovrebbe collegare la Cina con molte nazioni dell’Asia, dell’Europa, dell’Africa e dell’Oceania. Annunciata nel 2013 da Xi Jinping e promossa dal primo ministro Li Keqiang nel corso di diversi viaggi in Europa e Asia, la Nuova via della seta è presentata dal governo cinese come il primo passo per «rinforzare la connettività regionale e costruire un radioso futuro condiviso» (qui).

Nel 2017 i presidenti della Cina e dell’Italia XI Jinping e Sergio Mattarella si incontrano a Pechino, dove stabiliscono un accordo di integrazione economica tra i due Paesi. L’atto inaugurale avviene il 23 marzo 2019 a Roma. Il memorandum sulla Belt and Road Initiative, che sottomette l’Italia alla visione strategica di Pechino viene firmato alla presenza del presidente Xi Jinping e del premier italiano Giuseppe Conte.

Gli accordi comprendono ventinove accordi commerciali e istituzionali per un valore di circa 2,5 miliardi. Sei compagnie aeree inaugurano voli giornalieri diretti tra gli aeroporti italiani a cinesi. Tra i due Paesi comincia ad operare anche un corridoio ferroviario con treni settimanali che trasportano in ogni viaggio quaranta vagoni, ciascuno carico di container per l’export-import di macchine e beni di consumo. Il 13 gennaio 2020 viene approvato a Pechino un nuovo Memorandum d’intesa tra l’Italia e la Repubblica Popolare della Cina. La ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli, del Partito Democratico, si vanta del fatto che «l’Italia diventa la nazione europea con il numero più alto di collegamenti aerei con la Cina» (qui).

E’ attraverso questi canali, secondo lo storico delle epidemie Franck M. Snowden, che il virus, responsabile della nuova malattia, ha raggiunto la Lombardia probabilmente già a dicembre e certamente non più tardi dei primi giorni di febbraio (Storia delle epidemie. Dalla morte nera al Covid 19, LEG Edizioni, 2020), mentre il ministro Roberto Speranza dichiarava: «Non bisogna creare allarmismi, perché la situazione è sotto controllo. Ci sono solo 21 casi in tutta Europa. Stiamo parlando di numeri residuali» (qui).

Il primo caso ufficiale di Coronavirus in Italia – il Paziente Uno, come è stato definito dalla stampa – viene diagnosticato il 21 febbraio 2020 nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Codogno). Nelle settimane seguenti l’epidemia divampa in Lombardia attorno all’anello autostradale tra Bergamo, Milano, Lodi, Piacenza, Cremona e Brescia, raggiungendo i picchi a Milano e nelle vicine città di Cremona e soprattutto di Bergamo.

La Lombardia è una regione che vanta un eccellente sistema sanitario, con medici di altissimo livello, ma le malattie infettive viaggiano lungo i movimenti degli uomini e i voli tra la Cina e Milano, divenuti sempre più numerosi e affollati, hanno costituito un veicolo privilegiato di trasmissione. Il 25 febbraio il primo caso brasiliano ha riferito di essersi contagiato dopo una visita n Italia. In questo senso, come scrive Snowden, il Covid-19 può essere considerato la prima grande malattia pandemica dell’era della globalizzazione (p. 541). Il “villaggio globale” viene colpito a morte da un virus globale. «Nous sommes en guerre»: per sei volte, in un discorso ai francesi del 16 marzo 2020, Emmanuel Macron utilizza questa espressione per annunziare la «mobilisation générale» contro un « ennemi (…) invisible, insaisissable» (Le Monde, 17 marzo 2020).

Sars-CoV-2 o Covid-19?

L’ International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV), l’organismo che classifica i virus in un sistema universale di classificazione, propone di attribuire al nuovo ceppo di coronavirus il nome di SARS-CoV-2, per sottolineare la sua parentela con la precedente epidemia. La dottoressa Shi Zhengli non è d’accordo e insiste nel volerlo battezzare COVID-19, acronimo di Co (corona), Vi (virus); D (disease, malattia) e 19 (l’anno di identificazione del virus), per allontanare l’idea che si tratti di una sindrome respiratoria acuta grave. Questa scelta sarà spiegata il 19 febbraio dalla stessa Shi Zhengli e da altri sei autori cinesi, in un articolo dal titolo A distinct name is needed for the new coronavirus pubblicato su The Lancet online: «Il nome SARS-CoV-2 potrebbe avere effetti avversi sulla stabilità sociale e sullo sviluppo economici dei paesi in cui il virus sta causando un’epidemia, forse perfino in tutto il mondo. La gente sviluppa il panico al pensiero di un ritorno della SARS».

La sigla proposta da Shi Zhengli viene accolta dall’OMS, il cui Direttore Generale, in una videoconferenza organizzata a Ginevra l’11 febbraio 2020, annuncia che il nome scelto dall’agenzia dell’ONU per indicare la malattia provocata dal nuovo coronavirus è Covid-19. Lo stesso giorno l’ICVT ribadisce che il nome scientifico del nuovo coronavirus sarà SARS-CoV-2, per la sua parentela, sia nell’origine, sia nelle conseguenze cliniche, con il SARS-CoV della prima epidemia.

Da questo momento l’epidemia avrà due nomi: quello di SARS-CoV-2, attribuito al virus e quello di COVID-19 dato alla malattia associata al virus. L’ICVT è un organo scientifico composto dai massimi esperti mondiali, ma l’OMS è politicamente e mediaticamente più potente dell’ICVT e in tutto il mondo la nuova malattia sarà conosciuta come COVID-19.  (continua)

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