Le femministe contro l’“identità di genere”?

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(Tommaso Scandroglio) «Alle donne si è sempre imposto di assentire alla sottomissione e di farsi da parte per il bene di altri. Oggi questa imposizione si presenta così: ci viene chiesto di essere corpi disponibili, di chiamare libertà il metterci sul mercato del sesso, aderendo allo stereotipo della puttana felice o affittando altruiste la nostra capacità di mettere al mondo. Ci viene anche chiesto di accogliere chiunque semplicemente si dichiari donna negli spazi che ci siamo conquistati negli ultimi decenni. Domenica 31 Maggio, webinar in italiano di Sheila Jeffreys, studiosa britannica e attivista femminista lesbica da oltre quattro decenni, coautrice della Declaration on Women’s Sex BasedRights».

A scriverlo sulla sua pagina Facebook è Arcilesbica nazionale, la quale, citando la Women Declaration, aggiunge i seguenti post: «No alla sostituzione della categoria di sesso con quella di “identità di genere”», «Le categoria di donna, di lesbica, di madre si basano sulla differenza sessuale», «La sostituzione del concetto di sesso con quello di “identità di genere” ostacola lo sviluppo di leggi e strategie efficaci per il progresso delle donne nella società», «Riaffermiamo il diritto delle lesbiche a definirsi e a riunirsi in base al sesso e non all’ “identità di genere”».

Dunque le femministe omosessuali di Arcilesbica dicono “No” all’utero in affitto e “No” all’identità di genere, intesa come autonoma percezione di appartenere ad un sesso o ad un altro al di là del dato genetico. E dicono questi due “No” perché rispettivamente mal sopportano lo sfruttamento del proprio corpo e che un uomo si faccia passare per donna. Questa uscita di Arcilesbica pare proprio un cortocircuito strano e un po’ contraddittorio.

Partiamo infatti dalla pratica della maternità surrogata. Le femministe hanno sempre berciato che il corpo delle donne appartiene alle donne e queste ci possono fare quello che vogliono. Dunque, seguendo questa logica, non si comprende il motivo per cui una donna può togliere la vita dal proprio utero con l’aborto, ma non possa mettercela affittando il proprio utero o non possa vendere il proprio corpo per scopi sessuali. Si obietterà: le donne che scelgono la maternità surrogata o la prostituzione lo fanno perché costrette da ristrettezze economiche oppure perché sfruttate. D’accordo, ma questo non avviene in tutti i casi. Se una donna liberamente, quindi non perché pressata da esigenze economiche o perché ridotta a schiava, sceglie la maternità surrogata o la prostituzione perché criticarla? Il corpo non era solo suo e quindi ci poteva fare quello che voleva senza che altri potessero criticarla? Vietare dunque la maternità surrogata e la prostituzione come libere scelte appare contraddittorio con il principio di autodeterminazione così incensato dalle femministe di tutti i tempi.


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Il secondo paradosso riguarda la critica che Arcilesbica muove al transessualismo, critica non nuova all’interno dei circoli lesbici e che da tempo sta dividendo il movimento LGBT a livello mondiale (una socia di Arcilesbica ha ricevuto minacce di stupro dopo il post pubblicato su Facebook). Il paradosso nasce dal fatto che il femminismo da sempre ha promosso l’inversione dei ruoli sociali: tutto il mondo maschile doveva tingersi di rosa, anzi l’azzurro dei maschi doveva diventare il colore delle donne. Ed ecco che per emanciparsi le donne per decenni hanno dovuto svolgere professioni da uomini, sport da uomini, assumere comportamenti sociali da uomini (la donna cacciatrice nelle relazioni affettive), linguaggio da uomini, addirittura innamorarsi come gli uomini e dunque innamorarsi di una donna come fanno le lesbiche. Il modo perciò per affermare la propria femminilità è quello di negarla comportandosi da uomini. Il principio di non contraddizione non è di casa tra le femministe.

Ora anche una quota di maschi ha accolto questa lezione femminista sulla identitàsessuale, ma a parti rovesciate: se la donna può comportarsi e pensare da uomo e dunque essere socialmente “maschio”, perché agli uomini non dovrebbe essere concesso lo stesso. Perché un uomo che si sente donna non potrebbe vestirsi, truccarsi e assomigliare somaticamente ad una donna? Sarebbe contraddittorio vietarlo. In breve, posta la premessa che i ruoli binari sono interscambiabili, la conclusione è che anche il transessualismo debba essere accettato, altrimenti la lezione femminista è irragionevolmente a senso unico, è dunque univoca e non biunivoca. Anzi, a ben vedere il transessualismo ha perfezionato l’ideologia femminista ferma all’interscambiabilità tra uomo e donna solo nell’ambito sociale: infatti non solo i ruoli nella società possono scambiarsi tra loro, ma anche la stessa identità psicologica sessuale, ossia l’identità di genere. L’attuale teoria gender ha quindi portato a compimento le premesse ideologiche presenti nel femminismo radicale.

Detto tutto ciò, ora le femministe omosessuali si arrabbiano a vedersi scippate la loro femminilità dagli uomini (trans), proprio loro che per decenni l’hanno uccisa negando il valore della maternità e dell’essere moglie. Vien proprio da dire che chi è causa del suo mal, pianga se stesso. 


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