Le dimissioni e l’inizio della manipolazione mediatica

Papa BenedettoNon sono passati neanche un paio di giorni, ed è già partita l’operazione mediatica per veicolare i messaggi di Benedetto XVI.
E non potrebbe essere diversamente perché il boccone è ghiotto.
Da diverse parti, le dimissioni sono innanzitutto valutate come un atto di resa di tutta la Chiesa di fronte a problemi enormi. Al punto che la “rivoluzione” dell’abbandono del ministero petrino viene letta come una svolta storica. Svolta che, ovviamente, comporterà tantissime riforme.
Molti giornali stanno associando il gesto del Papa ad un modello “laico”, per cui non è infrequente leggere il plauso alle sue “dimissioni laiche”. Nove su dieci si tratta di giornali che appena tre giorni fa le sparavano grosse sulla Chiesa.
Insomma, ce n’è per tutti gusti.
Nel frattempo proponiamo la lettura di un articolo comparso su
Affari Italiani che fa l’elenco quasi esatto di tutto ciò che i progressisti vorrebbero.

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12 febbraio 2013

Contraccezione, aborto e gay. Le sfide del nuovo Papa

I temi sul tavolo sono tanti. E altri se ne sono aggiunti. Se ne parla sin dagli anni ’60, dall’aula del Concilio Vaticano II in cui i problemi hanno fatto capolino. Dai preti sposati al divorzio, passando per i matrimoni gay e la contraccezione, la Chiesa si trova adesso problemi difficili da risolvere. E sono quelli che il successore di Benedetto XVI si ritroverà sul tavolo a marzo, dopo la sua elezione. Chiunque sarà dovrà prenderne atto e risolverli. O provare a gestirli. Ecco quali sono:

CELIBATO SACERDOTALE- Il 2 giugno 2012, nel corso del Family Day, il Papa incontra 7.000 persone in Duomo. Ci sono una ventina di cardinali, un centinaio di vescovi, 300 monache di clausura. La chiusura è netta: “Se Cristo, per edificare la sua Chiesa, si consegna nelle mani del sacerdote, questi a sua volta si deve affidare a Lui senza riserve: l’amore per il Signore Gesù è l’anima e la ragione del ministero sacerdotale”. E ancora: “non c’è opposizione tra il bene della persona del sacerdote e la sua missione; anzi, la carità pastorale è elemento unificante di vita che parte da un rapporto sempre più intimo con Cristo nella preghiera per vivere il dono totale di se stessi per il gregge, in modo che il popolo di Dio cresca nella comunione con Dio e sia manifestazione della comunione della Santissima Trinità. Ogni nostra azione, infatti, ha come scopo condurre i fedeli all’unione con il Signore e a fare crescere la comunione ecclesiale per la salvezza del mondo”. Il Papa sottolinea: “Senza dubbio, l’amore per Gesù vale per tutti i cristiani, ma acquista un significato singolare per il sacerdote celibe e per chi ha risposto alla vocazione alla vita consacrata: solo e sempre in Cristo si trova la sorgente e il modello per ripetere quotidianamente il ‘sì’ alla volontà di Dio”.

COLLEGIALITA’- Su questo Benedetto XVI è stato favorevole. Ecco che cosa dice nel marzo 2009, incontrando i vescovi argentini in visita ad limina (la visita che i vescovi devono compiere ogni cinque anni, recandosi dal Pontefice): “Desidero esprimervi la mia riconoscenza per la vostra decisa volontà di mantenere e di rafforzare l’unità in seno alla vostra Conferenza episcopale e alle vostre comunità diocesane. Le parole di Nostro Signore – “che tutti siano una cosa sola” (Gv, 17, 21) – devono essere una fonte costante d’ispirazione nella vostra attività pastorale, il che si tradurrà senza dubbio in una maggiore efficacia apostolica. Questa unità, che dovete promuovere intensamente e in modo visibile, sarà inoltre fonte di consolazione nel serio incarico che vi è stato affidato”. E quindi: “Grazie a questa collegialità affettiva ed effettiva, nessun Vescovo è solo, poiché è sempre e strettamente unito a Cristo, Buon Pastore, e anche, in virtù della sua ordinazione episcopale e della comunione gerarchica, ai suoi fratelli nell’Episcopato e a colui che il Signore ha scelto come Successore di Pietro (cfr. Giovanni Paolo II, Pastores gregis, n. 8). Desidero dirvi ora, in modo particolare, che potete contare su tutto il mio sostegno, la mia preghiera quotidiana e la mia vicinanza spirituale nel vostro sforzo e impegno per fare della Chiesa “la casa e la scuola di comunione””. Tuttavia, non c’è stata alcuna crescita del ruolo del Sinodo, che spesso alcuni vescovi definiscono come “uno sfogatoio”.

CONCILIO VATICANO II– Il Papa ha sempre spinto su un’ermeneutica del Concilio intesa come “continuità”. È stato uno sforzo immane per condurre tutti i fedeli – dai più tradizionalisti ai più progressisti – ad una visione comune di quanto è stato deciso nel corso del Concilio Vaticano II. Concilio che non viene visto da Ratzinger, che ne fu perito, come un momento di rottura nella vita della Chiesa, ma una tappa del suo millenario cammino. Per Benedetto XVI negli anni dal 1962 al 1965, insomma, non si sarebbe consumato uno strappo e non ci sarebbe un “prima” e un “dopo”, ma una continuità che non può essere interrotta. Su questo non manca chi ha opinioni diverse; però il Papa ha compiuto gesti significativi nei confronti dei fedeli rimasti disorientati dalla riforma liturgica di Paolo VI, permettendo nel 2007 col motu proprio “Summorum Pontificum” l’uso del Messale di S. Pio V nell’edizione rivista da Giovanni XXIII nel 1962. Sotto il pontificato ratzingeriano si sono intensificati i contatti con i lefebvriani ma – specie per alcune uscite non proprio cristiane di stile negazionista dell’Olocausto e conseguenti (giuste) proteste degli Ebrei – al momento il dialogo è fermo. Vedremo che cosa deciderà il prossimo Papa. Il 10 ottobre 2012, peraltro, il Papa dice all’udienza generale: “I documenti del Concilio Vaticano II, a cui bisogna ritornare, liberandoli da una massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti, sono, anche per il nostro tempo, una bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navigare sicura ed arrivare alla meta”.

CONTRACCEZIONE- Nell’ottobre 2008 Ratzinger invia un messaggio per i 40 anni dell’Humanae Vitae, enciclica uscita nel ’68 per volontà di Paolo VI. E osserva: “Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale?”. Poi dice: “Certo la soluzione tecnica anche nelle grandi questioni umane appare spesso la più facile, ma essa in realtà nasconde la questione di fondo, che riguarda il senso della sessualità umana e la necessità di una padronanza responsabile, perché il suo esercizio possa diventare espressione di amore personale”. No, quindi, alla contraccezione. Così come no all’aborto, che con l’eutanasia vengono visti “minacce alla pace” (Messaggio per la giornata mondiale della pace 2013). Poi però nel libro intervista “Luce del Mondo” del 2010, dichiara: “Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole”. Tuttavia, aggiunge, “questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità”. Anche su questo ci sarà da lavorare.

DIVORZIATI RISPOSATI- Il 3 giugno dell’anno scorso, al Family Day 2012 di Milano, ecco che cosa dice il Papa rispondendo alle domande di una famiglia greca: “Questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. (…) Molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento nel loro cammino. E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei mi ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore”. Quindi le parrocchie e altre comunità cattoliche devono “fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono ‘fuori’ anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che, anche molto importante, che sentano che l’Eucaristia, che è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione ‘corporale’ del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. (…) È importante che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede (…) e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio: (…) è un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede”. Una timida apertura.

OMOSESSUALI- Sempre in “Luce del Mondo”, Ratzinger dice la sua sull’omosessualità, vista come “una grande prova”, che “non per questo diviene moralmente giusta”. Capitolo 14: “Se qualcuno presenta delle tendenze omosessuali profondamente radicate – ed oggi ancora non si sa se sono effettivamente congenite oppure se nascano invece con la prima fanciullezza – se, in ogni caso, queste tendenze hanno un certo potere su quella data persona, allora questa è per lui una grande prova, così come una persona può dovere sopportare altre prove”. E chiarisce che un prete non può essere gay: “L’omosessualità non è conciliabile con il ministero sacerdotale, perché altrimenti anche il celibato come rinuncia non ha alcun senso”. Però osserva che gli omosessuali “non devono essere discriminati perché presentano quelle tendenze. Il rispetto per la persona è assolutamente fondamentale e decisivo. E tuttavia il senso profondo della sessualità è un altro. Si potrebbe dire, volendosi esprimere in questi termini, che l’evoluzione ha generato la sessualità al fine della riproduzione”. In altre parole “Si tratta della profonda verità di ciò che la sessualità significa nella struttura dell’essere umano”. E che l’omosessualità “rimane qualcosa che è contro la natura di quello che Dio ha originariamente voluto”. E sui matrimoni gay, nel Messaggio per la giornata mondiale della pace 2013, osserva: “La struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità”.
Di Antonino D’Anna

Fonte: Affari Italiani

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