Le contraddizioni sull’omogenitorialità nel nostro ordinamento

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I giudici della Corte d’Appello di Torino qualche giorno fa hanno bocciato la richiesta di assegnare il doppio cognome ad una bambina nata da fecondazione artificiale eterologa praticata da una donna di una coppia omosessuale. I fatti sono questi. Una coppia lesbica di Torino ricorre alla fecondazione artificiale e la bimba che nasce, ovviamente, è figlia solo di una delle due donne. La coppia poi, l’anno scorso, si reca presso l’ufficiale di stato civile del comune di Torino affinché alla bambina sia assegnato, oltre al cognome della madre, anche quello della compagna. L’ufficiale di stato civile accoglie la richiesta. 

A luglio il Tribunale di Torino disapplica il provvedimento del comune. Quest’ultimo fa ricorso presso la Corte di Appello che, come abbiamo accennato, dà torto al comune e ragione al Tribunale di primo grado. Il punto decisivo, ben esposto dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 8029/2020, è il seguente: secondo la legge 40/04, solo le coppie eterosessuali possono accedere alle tecniche di fecondazione artificiale. Dunque solo loro possono diventare genitori dei bambini concepiti con queste tecniche. Se invece una coppia omosessuale accede comunque alla provetta per avere un bambino, quest’ultimo sarà figlio solo della donna o dell’uomo a lei/lui legato biologicamente. Nel caso di Torino, ciò vuol dire che genitore sarà solo la donna che lo ha partorito. L’altra donna, dal punto di vista giuridico, non potrà vantare simile titolo, come se fosse il marito o il compagno di una coppia eterosessuale che ha fatto ricorso alla provetta, e quindi è illegittimo che alla bambina sia dato anche il suo di cognome. 

Il doppio cognome, lo ricordiamo, può essere assegnato al figlio nel caso di coppie non sposate in cui il padre riconosce il figlio successivamente al riconoscimento operato dalla madre. Nel riconoscimento congiunto, anche a seguito di fecondazione extracorporea, invece si sceglie il cognome del padre, ma, e qui stava il problema, nella coppia torinese il padre è assente. Quindi la coppia di Torino ha fatto finta di essere una coppia eterosessuale non sposata che ha avuto una figlia tramite fecondazione extracorporea con riconoscimento disgiunto. Però riconoscere la figlia, dandole un doppio cognome, significa essere qualificati come genitore, ma tale qualifica, come abbiamo visto, può essere valida solo per le coppie eterosessuali che praticano la fecondazione artificiale, non per quelle omosessuali.

Così i giudici di Torino: «L’operato dell’ufficiale dello Stato civile sarebbe stato attuato in contrasto con la legge, che prevede che solo le coppie di sesso diverso possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita; da ciò discenderebbe l’impossibilità di procedere al riconoscimento».

L’avvocato della coppia aveva fatto leva sul «progetto genitoriale condiviso, in cui, in assenza del consenso di entrambi i soggetti indicati nell’atto di nascita, ella non sarebbe potuta nascere». In parole povere: secondo l’avvocato, la donna non madre biologica è comunque genitore perché ha condiviso questo progetto di genitorialità avvenuto tramite provetta. Senza il suo consenso la sua compagna non si sarebbe mai sottoposta a tali tecniche procreative. Risposta della Corte di Appello: «sebbene la genitorialità del nato a seguito del ricorso a procreazione assistita sia legata anche al consenso e alla responsabilità di entrambi i soggetti che hanno deciso di accedere ad una tale tecnica procreativa, occorre pur sempre che quelle coinvolte nel progetto di genitorialità così condiviso siano coppie di sesso diverso, atteso che le coppie dello stesso sesso non possono accedere, in Italia, alle tecniche di Pma». E ancora: «Tale scelta del legislatore deve ritenersi costituzionalmente legittima perché l’aspirazione della madre intenzionale a essere genitore non assurge a livello di diritto fondamentale della persona e la Costituzione non pone una nozione di famiglia inscindibilmente correlata alla presenza di figli; la libertà e volontarietà dell’atto che consente di diventare genitori non implica che possa esplicarsi senza limiti». In sintesi: se le tecniche di fecondazione artificiale sono precluse per legge alle coppie gay, poco rileva che quella donna abbia concorso a progettare la maternità della sua compagna. Sulla sua strada avrà trovato il giusto limite imposto dal divieto di accesso alla provetta in capo alle coppie omosex.

I giudici tentano di ribadire il concetto anche in questo passaggio un poco critico: «la disciplina delle unioni civili e il riconoscimento della capacità delle coppie omosessuali di accogliere, crescere ed educare figli (che ha condotto a ritenere ammissibile l’adozione del minore da parte del partner dello stesso sesso del genitore biologico) e la possibilità di trascrizione dell’atto di nascita validamente formato all’estero dal quale risulti che il nato è figlio di due donne, non implica lo sganciamento della filiazione dal dato biologico. Tale conclusione è confermata dal fatto che la legge sulle unioni civili richiama la normativa delle adozioni, e non quella della procreazione medicalmente assistita». 

I giudici stanno dicendo che per la legge sulle unioni civili – seppur la sua formulazione sia volutamente ambigua su questo punto – un membro della coppia omosessuale può adottare il figlio dell’altro membro (stepchild adoption) e che, ormai, la giurisprudenza ha sdoganato la possibilità di riconoscere la trascrizione dell’atto di nascita formato all’estero in cui si attesta la doppia omogenitorialità. Ma ad oggi, continuano i giudici, il membro della coppia gay che non è genitore biologico non può diventare genitore grazie alle tecniche di fecondazione extracorporea. Può percorrere le altre due strade, ma non questa. 

Però qui sta il passaggio critico: se l’ordinamento giuridico già permette alle coppie gay di diventare genitori tramite adozione e riconoscimento dell’atto di nascita avvenuto all’estero (e magari la nascita è avvenuta a seguito di fecondazione artificiale), non si vede perché negare la doppia omogenitorialità tramite provetta. Sarebbe solo un’ulteriore modalità per diventare genitori per le coppie omosex. Dunque lodevole che la Corte di Appello di Torino si sia opposta al riconoscimento della genitorialità in capo alla donna non madre della bambina, ma questa opposizione, visto il quadro giuridico complessivo in cui s’inserisce, purtroppo ha i piedi d’argilla.

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