Le conseguenze dell’amore gay nella chiesa spiegate a Buttiglione

(di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro su Il Foglio del 13-04-2012) I fatti sono noti: il giovane austriaco Florian Stangl, che vive pubblicamente una relazione omosessuale, è stato eletto a capo del consiglio pastorale di Stützenhofen, a nord di Vienna. Il parroco ha eccepito, ma il suo vescovo, il cardinale Cristoph Schönborn, è intervenuto per sconfessare il sacerdote e benedire la nomina. La vicenda continua a far discutere dentro le mura vaticane con prudenza e preoccupazione proporzionali alla caratura del porporato in questione.

Ai “placet” progressisti si oppongono “non placet” conservatori in un dibattito
che, a rigore, non avrebbe titolo di esistere, dato che Santa romana chiesa ha sempre censurato fatti come quello in oggetto. Ma ora si fa strada la terza via del “placet iuxta modum” che riafferma la dottrina e, insieme, giustifica l’operato dell’arcivescovo di Vienna. Su queste pagine ne ha dato un esempio Rocco Buttiglione attraverso l’unica via possibile: fraintendendo l’iniziativa del cardinale Schönborn fino a farla sembrare una prova di carità cristiana.

Il discorso di Buttiglione si articola in sei punti. Primo: Dio vuole la salvezza di tutte le anime, e dunque anche delle persone che vivono comportamenti omosessuali. Secondo: un omosessuale può essere benissimo un cristiano. Terzo: il cardinale non ha detto che l’omosessualità non sia un grave disordine morale. Quarto: la chiesa non è il luogo dei perfetti, ma dei peccatori. Quinto: ciò che esclude dalla chiesa non è il peccato ma l’eresia. Sesto: l’intransigenza contro l’omosessualità deve andare di pari passo con l’accoglienza umana per le persone omosessuali.

Tutte cose vere, ma nulla hanno a che fare con la condotta di Schönborn. Essere chiamati a far parte di un consiglio pastorale non significa essere riconosciuti dal parroco e dal vescovo come “perfetti”, categoria ignota al diritto canonico, ma come persone sufficientemente stimabili agli occhi della comunità. Il problema ha una doppia direzione: il consiglio pastorale “si” legittima grazie alla qualità dei suoi membri e, allo stesso tempo, “legittima” i suoi membri.

Se un giovane negazionista con simpatie naziste venisse eletto in un consiglio pastorale, sarebbe difficile trovare nell’orbe cattolico un vescovo e un filosofo disposti a difenderlo in nome della carità e dicendo che nessuno è perfetto. Il clamoroso e teatrale intervento di Schönborn non ha nulla a che vedere con l’incontro del cardinal Federigo con l’Innominato, non è un atto di doverosa elargizione del perdono che Cristo ha promesso a ogni peccatore pentito.

Quello del porporato viennese è un gesto politico e dall’inevitabile significato magisteriale. E’, inequivocabilmente, un mettersi in ginocchio davanti al mondo. Le lobby gay premono alle porte della chiesa affinché sia abbandonato il tradizionale insegnamento morale sulla condotta omosessuale e il cardinale le ha accontentate. Schönborn crede di cavarsela dicendo che ha incontrato il giovane a pranzo e ha capito che merita quel posto.

Ma così facendo dimostra di ignorare la severa disciplina che la chiesa applica, per esempio, ai divorziati risposati, ai quali è interdetto l’accesso alla Santa comunione, è proposto di vivere “come fratello e sorella”, e anche in tal caso è caldamente consigliato di non comunicarsi in parrocchia per non dare scandalo alla comunità. Perfino in assenza del peccato si deve aver riguardo allo scandalo che può derivare dall’apparenza. Il male si può tollerare, ma non può essere portato a modello. Per finire, una considerazione tutt’altro che marginale: con quale autorità il parroco sconfessato dal suo vescovo potrà svolgere il suo ministero tra la sua gente? Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

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