Le balle degli altri

(su “Il Foglio” del 3 aprile 2010) – Pubblichiamo un articolo scritto dal professor George Weigel comparso il 29 marzo sulla rivista online “On The Square”. Weigel è docente presso l’Ethics and Public Policy Center di Washington, autore del saggio “The Courage to be Catholic: Crisis, Reform, and the Future of the Church” e biografo americano di Papa Benedetto XV.



Gli abusi sessuali e fisici su bambini e ragazzi sono una piaga mondiale; l’elenco dei reati va dai palpeggiamenti da parte degli insegnanti fino agli stupri da parte di parenti e allo sfruttamento per prostituzione. Nei soli Stati Uniti, le statistiche indicano che ci sono circa trentanove milioni di giovani che hanno subito abusi sessuali. Tra il quaranta e il sessanta per cento di essi hanno subito abusi a opera di familiari, compresi patrigni e fidanzati di ragazze-madri – il che dimostra che i bambini sono le principali vittime della rivoluzione sessuale, del divorzio e della cultura di Internet. La professoressa Charol Shakeshaft, della Hofstra University, sostiene che tra il 6 e il 10 per cento degli studenti di scuole pubbliche ha subito molestie nel corso degli ultimi anni – ossia, tra il 1991 e il 2000, circa 290 mila ragazzi. Secondo altri studi recenti, il 2 per cento dei molestatori sessuali erano preti cattolici – un fenomeno che è esploso tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, ma che ora sembra praticamente scomparso (nel rapporto dei vescovi statunitensi per il 2009 sono stati segnalati sei casi certi di abuso sessuale, su una chiesa con circa sessantacinque milioni di membri).

Ciononostante, secondo uno schema perfettamente esemplificato dal comportamento del cane in Proverbi 26,11, sui media di tutto il mondo i casi di abusi sessuale sono quasi esclusivamente una vicenda cattolica, nella quale la chiesa cattolica è raffigurata come l’epicentro delle violenze sessuali sui giovani, con esplicite allusioni a una sorta di cospirazione ecclesiastica criminale che continua ad alimentare gli abusi dei molestatori sessuali. Il fatto che la maggior parte di questi casi negli Stati Uniti siano avvenuti decine di anni fa non ha alcuna importanza ai fini della vicenda. Infatti, la storia che è stata montata riguarda ben raramente la protezione dei giovani (per i quali la chiesa cattolica è, per provata esperienza, l’ambiente più sicuro oggi presente in America) e quasi sempre l’attacco contro la chiesa e la sua esautorazione sia economica sia morale dal dibattito pubblico sulle politiche sociali. Se la chiesa è una cricca criminale internazionale di molestatori sessuali, non può naturalmente avere alcuna pretesa di occupare un proprio posto al tavolo del dibattito sulla morale pubblica.

La chiesa stessa è almeno in parte responsabile di questa situazione. Gravi casi di abusi sessuali e di loro insabbiamento da parte dei vescovi sono stati denunciati negli Stati Uniti nel 2002; più recentemente, casi ancora più gravi sono stati rivelati in Irlanda. Clericalismo, viltà, incondizionata fiducia nella possibilità di “guarire” i molestatori sessuali con la psicoterapia: tutto ciò ha avuto un ruolo nel riciclaggio dei medesimi molestatori nei dicasteri ecclesiastici così come nell’incapacità dei vescovi di affrontare concretamente il massiccio fenomeno di crisi delle vocazioni e della disciplina negli anni successivi al Concilio Vaticano Secondo. Perché la questioni degli abusi sessuali nella chiesa è sempre stata nient’altro che una crisi della fede. I preti che vivono autenticamente la nobile promessa della loro ordinazione non sono dei molestatori sessuali; i vescovi che prendono sul serio la propria custodia del gregge di Dio proteggono i giovani e riconoscono che le azioni di un uomo possono disonorare in modo così grave il suo sacerdozio tanto da obbligare alla sua rimozione dal servizio clericale o addirittura dallo stesso stato della chiesa.

Che la chiesa cattolica sia stata lenta a riconoscere lo scandalo degli abusi sessuali nel proprio seno e non abbia saputo affrontarlo nel modo adeguato è stato ormai apertamente ammesso, sia dai vescovi statunitensi nel 2002 sia dal Papa Benedetto XVI nella sua recente lettera alla chiesa cattolica d’Irlanda. Negli ultimi anni, tuttavia, nessun’altra istituzione ha mantenuto un atteggiamento di simile trasparenza sui propri errori, e nessuno ha profuso maggiori sforzi per rimediarvi. E’ senza dubbio occorso troppo tempo per arrivare a questo risultato; ma ci siamo comunque arrivati. Questi fatti non si sono però imposti all’attenzione pubblica. Non si accordano infatti con il tono convenzionale della storia. Per di più, ostacolano il progresso del più ampio programma che alcuni stanno chiaramente cercando di realizzare sfruttando questa controversia. Perché la crisi degli abusi sessuali e degli insabbiamenti ecclesiastici è stata colta al balzo dai nemici della chiesa, che cercano di distruggerla, moralmente e finanziariamente, e di infangare il nome dei suoi capi. Nel 2002, a Boston, l’obiettivo nascosto era proprio questo (e in questo si è potuto contare sull’aiuto di alcuni cattolici che intendono trasformare il cattolicesimo in una sorta di Congregazionalismo delle alte sfere ecclesiastiche, preferibilmente con loro stessi a capo di tutto).

E la stessa cosa vale per le recenti settimane, in cui i media internazionali hanno lanciato un attacco congiunto contro Papa Benedetto XVI, all’indomani della rivelazione di gravissimi casi di abusi sessuali in tutt’Europa. In Germania, lo Spiegel ha chiesto le dimissioni del Papa; analoghi appelli al sacrificio del sangue papale sono stati fatti in Irlanda, un paese un tempo cattolico e ora patria della stampa laicista più aggressiva d’Europa.
Ma è stato il New York Times, sulla prima pagina del numero del 25 marzo, a dimostrare una volta per tutte fino a che punto sono disposti ad arrivare coloro che si sono dedicati anima e corpo a umiliare la chiesa. Rembert Weakland è l’arcivescovo emerito di Milwaukee, ben noto al pubblico per avere pagato centinaia di migliaia di dollari per soddisfare le richieste del suo ex amante omosessuale. Jeff Anderson è un avvocato del Minnesota che si è costruito una fortuna con casi di “patteggiamento” per abusi sessuali e che è attualmente impegnato in prima linea nella controversia per aprire le risorse del Vaticano agli avvocati statunitensi. Ma per quanto implausibili, e sul piano giornalistico chiaramente inaffidabili, sono proprio queste le fonti che il New York Times ha citato per un articolo nel quale si afferma che il cardinale Joseph Ratzinger, quando era alla direzione della congregazione per la Dottrina della fede, avrebbe proibito che venissero comminate sanzioni contro il padre Lawrence Murphy, un diabolico sacerdote di Milwaukee, il quale, dieci anni prima, aveva abusato di circa duecento bambini sordi affidati alla sua cura. Ma si tratta di una pura menzogna, come dimostra la documentazione legale sul caso messa a disposizione dallo stesso quotidiano newyorkese sul proprio sito Web. I fatti, ahimè, sembrano non avere alcun interesse per coloro il cui unico scopo è spiattellare la storia della criminalità cattolica globale, con il proprio epicentro nel Vaticano.

Lo scadimento del New York Times
in un giornalismo fatto di documentazioni e insinuazioni da tabloid è stato ancora più offensivo a causa dei recenti sviluppi della vicenda, che hanno dimostrato chiaramente la volontà di Papa Benedetto XVI di sradicare ciò che egli stesso ha definito il “marcio” presente all’interno della chiesa. C’è stata, per esempio, la lettera del 20 marzo, inviata dal Papa alla chiesa cattolica d’Irlanda, che non ha mostrato alcuna debolezza né nella condanna dei sacerdoti colpevoli di abusi sessuali (“… avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori; e dovrete risponderne al cospetto di Dio onnipotente e davanti a tribunali appropriati”), né tantomeno nella critica dei vescovi disonesti (“ci sono stati gravi errori di giudizio e imperdonabili colpe delle autorità ecclesiastiche … che hanno minato la vostra credibilità e l’efficacia della vostra opera”. Per di più, il Papa ha inviato una missione di controllo apostolica in tutte le diocesi, i seminari e le congregazioni irlandesi – chiaro segno di un imminente e radicale rivolgimento ai vertici della chiesa irlandese. Con la netta formulazione della sua lettera papa Benedetto XVI è riuscito a vincere la tradizionale preferenza del Vaticano per l’uso del condizionale in situazioni di questo genere. Il fatto che il Papa si sia rifiutato di piegarsi all’opposizione del clero romano e irlandese e dare un basso profilo alla questione avrebbe dovuto render chiaro a tutti che Benedetto XVI è determinato ad affrontare il problema degli abusi sessuali e del malgoverno episcopale nei termini più severi. Ma questi inequivocabili segnali sono passati inosservati agli occhi di coloro che sono ossessionati dal fatto che il Papa avesse finalmente chiesto “scusa” per qualcosa (come se Giovanni Paolo II non avesse passato almeno quindici anni a “ripulire la coscienza storica della chiesa”, come ha detto lui stesso).

C’è stata poi la lettera del 25 marzo, firmata dai vertici dei Legionari di Cristo e indirizzata ai sacerdoti, ai seminaristi e ai membri del Regnum Christi, il movimento affiliato a questo ordine. Nella lettera si rinnega il fondatore della Legione, padre Marcial Maciel, come modello cui ispirarsi a causa delle recenti rivelazioni sul fatto che Maciel aveva ingannato papi, vescovi, laici e i suoi stessi confrattelli vivendo una nefasta doppia vita, nel corso della quale ha messo al mondo diversi figli, ha abusato sessualmente dei seminaristi, ha violato il sacramento della penitenza e si è appropriato illegamente di vari fondi. E’ stato il cardinale Joseph Ratzinger, al tempo prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, a volere tutta la verità su Maciel; ed è stato il papa Benedetto XVI a mettere Maciel a una sorta di arresti domiciliari ecclesiastici per i suoi ultimi anni di vita e a ordinare una missione di controllo alla Legione di Cristo attualmente in corso di conclusione: queste non sono certo le azioni di un uomo al centro di una cospirazione che cerca di insabbiare ogni cosa.

Sebbene sia stato ben più rapido e deciso del solito nella sua risposta alle irresponsabili illazioni dei media e agli attacchi subiti, il Vaticano potrebbe fare ancora di più. Una documentata cronologia del modo in cui l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha affrontato il caso di un prete colpevole di abusi che era stato portato a Monaco per essere sottoposto a terapia nel periodo in cui Ratzinger ne era arcivescovo sarebbe estremamente utile per ribadire l’affermazione, fatta tanto dal Vaticano quanto dall’arcidiocesi tedesca, che Ratzinger non ha consapevolmente riassegnato un ben noto molestatore al lavoro pastorale – un’altra accusa sul quale il New York Times e altri si sono gettati a capofitto. Altrettanto utili sarebbero spiegazioni più frequenti e dettagliate di come le procedure messe in opera ormai parecchi anni fa dalla congregazione per la Dottrina della fede abbiano accelerato, e non ostacolato, la punizione dei religiosi colpevoli di abusi. Lo stesso varrebbe, naturalmente, per la semplice onestà dei media internazionali. Non sembra però che la si possa avere dai giornalisti e redattori del New York Times, che hanno abbandonato ogni pretesa di rispetto verso i più elementari standard giornalistici. Ma ciò non dovrebbe impedire ad altri organi di informazione di comprendere che il Times ha pubblicato sulla chiesa notizie estremamente distorte e di smascherarle come tali. (Traduzione di Aldo Piccato)

di  George Weigel

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