L’arte, la bellezza e il Magistero della Chiesa

(di Fabrizio Cannone) Una visione del mondo fondata sul sovrannaturale dà luogo ad un’arte e ad una cultura, sacra e profana che sia, bella, armoniosa e fruibile. Una visione del mondo ideologica fondata sull’antropocentrismo e sulla secolarizzazione, genera abitualmente una città e degli spazi pubblici anonimi e insignificanti. Questa perdita di significato getta il comune cittadino nello sconforto e nel disagio esistenziale, invece che elevarlo moralmente.

È quanto emerge, in estrema sintesi, dal Convegno sull’arte sacra svoltosi a Cosenza il 14 novembre del 2008 di cui solo ora vengono pubblicate le interessanti relazioni (cfr. AA. VV., a cura di padre Arturo Ruiz Freites, L’arte, la bellezza e il Magistero della Chiesa, EDIVI & Settecolori, Segni 2012, pp. 238, € 17). Padre Ruiz, animatore del Convegno, spiega la ragione dell’incontro citando il cardinale Ratzinger il quale già nel 2001 notava che «oggi, non sperimentiamo solo una crisi dell’arte sacra, ma una crisi dell’arte in quanto tale, e con un’intensità finora sconosciuta (…). Questa situazione può essere certamente definita come un accecamento dello spirito» (p. 5). Giustamente padre Arturo nota il legame tra la non-arte contemporanea e la «gnosi immanentista» (p. 13) la quale, a livello prettamente teologico, ha risentito della cattiva lezione del modernismo, condannato, è vero, nel 1907 da san Pio X, ma riesploso, come notava Maritain, nell’immediato post-Concilio.

L’abate Michael John Zielinski ha notato che se «il postconcilio ha dato adito ad una molteplicità di interventi su strutture monumentali preesistenti al fine di adeguarle alle mutate esigenze liturgiche (…). Non si può poi dimenticare che la crescente secolarizzazione, le concezioni ideologiche opposte al cristianesimo, l’impreparazione di molti architetti, le ristrettezza economiche, l’incertezza della committenza e soverchi altri problemi pastorali, hanno condizionato negativamente i progetti dei nuovi spazi cultuali» (p. 31).

La dotta relazione di Padre Ruiz è stata tutta all’insegna del motto Ars sacra imitatur supernaturalia e in lunghe e sapienti pagine il teologo argentino ne ha illustrato il senso, fondandolo su san Tommaso ed il Magistero cattolico (pp. 47-104). Secondo suor Angela Monachese, docente all’Urbaniana di Roma, il cuore del problema estetico sta «nel ritenere che il bello sia qualcosa di assolutamente soggettivo», idea questa che è «una chiara manifestazione del relativismo oggi imperante» (p. 128). Don Nicola Bux si è concentrato sulla decisiva questione liturgica, stabilendo alcune chiare regole «per fare arte sacra», nel pieno rispetto della fede e della Tradizione (cfr. pp. 152-153). L’architetto Ciro Lomonte, curatore della rivista elettronica “Il Covile”, ha tenuto la relazione più tecnica e più avvincente del Convegno, mostrando tutti i paradossi dell’architettura moderna, meglio sarebbe dire modernista, per il culto cristiano-cattolico.

Riportiamo solo un aneddoto citato dall’architetto che la dice lunga. Un bambino di otto anni vedendo le tradizionali chiese di campagna, graziose e ricche di arte, e paragonandole a quelle della sua città (Kansas City), modernissime, vuote di tutto e desacralizzate, chiese alla mamma la ragione per cui i poveri contadini avessero chiese più belle di quelle della ricca città… Alcune immagini di nuove chiese antropocentriche (come il “santuario” di Padre Pio a s. Giovanni Rotondo o la Cattedrale di Okland) mostrano bene il guasto e il marcio che è derivato dal modernismo teologico, anche in campo estetico e artistico. Occorre insomma una nuova visione dell’arte collegata ad una rinnovata sensibilità verso il mondo invisibile e trascendente, in modo da guardare alla creazione e alla natura come momenti del necessario viaggio verso l’eternità. (Fabrizio Cannone)

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