L’Anno giubilare di san Domenico

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(Cristina Siccardi) Dall’Epifania 2021 al 6 gennaio 2022 viene celebrato l’Anno giubilare dedicato a san Domenico di Guzmán (Caleruega, 1170 – Bologna, 6 agosto 1221), fondatore dell’Ordine mendicante dei Predicatori, in occasione degli 800 anni dal suo dies natalis. Nel leggere sia ciò che scrive Vatican news, sia i documenti ufficiali dell’Ordine possiamo comprendere il tenore dei festeggiamenti. Vatican News apre la notizia, guarda caso, citando Henri-Dominique Lacordaire (1802-1861), che fu giornalista e politico francese, fra i maggiori esponenti del cattolicesimo liberale, fra i fondatori, nel 1830, della testata rivoluzionaria L’Avenir, a maggioranza anticlericale, e, allo stesso tempo, il Giubileo ha per tema: A tavola con San Domenico, che si ispira alla tavola della Mascarella su cui è stato dipinto il primo ritratto del fondatore dei Domenicani poco dopo la sua canonizzazione, avvenuta sotto il pontificato di papa Gregorio IX, il 13 luglio 1234 nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Rieti. «Celebreremo San Domenico», ha scritto nella lettera del 31 gennaio 2020 padre Gerard Francisco III Timoner, attuale Maestro dell’Ordine, «non come un santo su un piedistallo, ma un santo che gode a tavola della comunione con i suoi fratelli, riuniti dalla stessa vocazione per predicare la Parola di Dio e condividere il cibo e le bevande dono di Dio».

La linea del programma dei festeggiamenti è evidente fin dalle prime intenzioni, come si evince anche dalla lettera per la Solennità di san Domenico del 6 agosto 2018 di padre Bruno Cadoré, già Maestro dell’Ordine. Una linea che può far piacere all’attuale politica vaticana, ma veramente infelice sia per l’evidente distacco dalla realtà storica ed evangelica di san Domenico, sia per il tempo in cui oggi viviamo, dove immenso è lo smarrimento delle anime, sempre più orfani di pastori; dove è capillare la minaccia per l’infanzia (sempre più corrotta da un modus vivendi dettato da educatori insipienti e dai Social); dove la pandemia non fa che seminare incertezza e paura fra la gente, senza nessun aiuto dal punto di vista spirituale, lasciata priva di ogni riverbero soprannaturale.

Cuore delle celebrazioni sarà la «fratellanza universale». Come accade per tutte le figure dei santi non religiosamente e politicamente corrette, anche in questa occasione, san Domenico è e sarà manipolato «alla bisogna», così come avviene con sfrontata ingiustizia, facendo leva sull’ignoranza altrui, del coevo del santo spagnolo dell’altro ordine mendicante, san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226).

Nella lettera programmatica, padre Cadorè afferma che il mondo è capace di offrire ospitalità a tutti; non si parla mai di peccati del mondo, di conversione a Cristo, l’unico Salvatore, bensì di un mondo in grado di entrare in comunione con Dio, sempre e comunque, attraverso un buonismo dichiaratamente soggetto al liberalismo. «Per questo motivo, Domenico sogna una Chiesa costantemente “in movimento”. […] Ha scoperto allora quanto il suo ministero lo avesse preparato ad essere al servizio di una Chiesa mai incompiuta, che porta la Parola oltre i suoi confini. Questo per lui prese la forma di un’angoscia che riempiva le sue notti e la sua preghiera. Sapeva che la comunione offerta in uno stesso Regno aperto a tutti, richiedeva che andasse incontro ai poveri e ai peccatori, gli eretici e i pagani. La chiesa che Domenico vuole servire è una Chiesa del perdono, della riconciliazione e della comunione. La Chiesa “in movimento” è anche una Chiesa che è costruita in tutta la sua diversità dalla sua stessa predicazione».


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Pare davvero impossibile stravolgere in questi termini la gigante figura di san Domenico, che contribuì con i suoi figli, insieme a san Francesco e i suoi frati, a convertire in maniera decisiva l’Europa del XIII secolo, devastata dalle eresie. L’evento decisivo per san Domenico fu quando Diego di Acebes (1170-1207), vescovo spagnolo della diocesi di Osma e cofondatore (1205) della prima comunità dei Predicatori, nel 1203, inviato in missione diplomatica in Danimarca, gli chiese di accompagnarlo. Durante il viaggio vennero a contatto con due grandi pericoli per la cristianità dell’epoca: il movimento ereticale dei Càtari (Albigesi), che si era diffuso in particolare nella Francia meridionale, e la forza che avevano le popolazioni pagane dell’Europa nordorientale, fra cui quella dei Cumani le cui scorrerie avevano terrorizzato la Germania settentrionale. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca, Diego e Domenico scesero a Roma per chiedere a papa Innocenzo III (1161-1216) di dedicarsi proprio all’evangelizzazione dei pagani, ma il Pontefice li invitò ad occuparsi dei Càtari. E fu un trionfo per la semina della vera fede.

Era il 1217 quando san Domenico di Guzmán inviò nelle città europee, dove si trovavano le principali sedi universitarie (Bologna, Parigi, Madrid…), i membri del suo Ordine al fine di renderli dotti per risanare il tessuto cattolico, che spesso aveva parroci ignoranti e fedeli imbevuti di errori diffusi da movimenti pauperisti. Il suo Istituto, creato proprio per fronteggiare gli errori che si erano sparsi in Europa, aveva un obiettivo preciso: formare predicatori di elevata qualità per essere in grado di confutare gli errori. L’azione catechetica e di evangelizzazione era focalizzata proprio sulla predicazione. Fu così che i Domenicani, formati nei migliori atenei, acquisirono gli strumenti adeguati per compiere la loro missione in funzione della ragione e della fede contro menzogne ed inganni.

Per contenere l’estendersi dei Càtari, che crearono una propria istituzione ecclesiastica, parallela a quella ufficiale, dopo infruttuosi tentativi da parte di alcuni legati papali, padre Domenico concepì un nuovo metodo di predicazione: per combatterli bisognava usare i loro stessi mezzi, vale a dire operare in povertà, umiltà e carità. Nel 1212, durante la sua permanenza a Tolosa, racconta il beato bretone Alano della Rupe OP (1428-1475), ebbe una visione della Vergine Maria, che gli consegnò il Rosario, come richiesta a una sua preghiera per combattere l’eresia albigese: da allora divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e anche una delle più tradizionali preghiere cattoliche.


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Lavorare per il bene dell’umanità, secondo i Domenicani di oggi è illusoriamente, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, diventare amici del mondo (vediamo tutti i giorni quanto Cristo, la Madonna, i Santi vengono profanati, oltraggiati e vilipesi in mille modi e in mille forme, dalle leggi statali alle profanazioni più bieche, come accade fuori e dentro le chiese) per «contribuire alla costruzione costante della Chiesa che diventerà sempre più un’amica del mondo attraverso la sua proclamazione del Regno, annunciando il perdono, la riconciliazione e la pace. […] Papa Francesco ha detto a i frati riuniti nel capitolo del 2016 che il luogo cui viene inviato il predicatore dovrebbe essere considerato una “terra sacra”, un luogo di santità. Così, la santità di Domenico si estende nella santità sui suoi figli e figlie, nei contesti e nei luoghi in cui sono stati condotti fratelli e sorelle a predicare, proclamare la Parola e lavorare per il bene dell’umanità». Il bene comune secondo il mondo non potrà mai essere secondo Cristo, che ha detto: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18, 36).

San Domenico, san Vincent Ferrer, san Tommaso d’Aquino, santa Caterina da Siena… non hanno mai servito due padroni, il mondo e Nostro Signore, ma “solo” la Santissima Trinità, ovvero il Tutto, santificando se stessi e santificando il prossimo. Nel VII centenario della morte di san Domenico papa Benedetto XV (1854-1922) aveva offerto chiari, autentici e realistici riferimenti all’operato del campione della Fede, che servì la Chiesa con l’unico mezzo possibile: la sana dottrina, difendendo le anime dalle menzogne che sempre, senza mai stancarsi, il demonio semina nel mondo per non permettere loro di salvarsi.

Leggiamo, infatti, nell’Enciclica Fausto appetente die del 29 giugno 1921, festa dei Principi degli Apostoli: come «egli fu del tutto uomo di Dio e veramente Dominicus [cioè: uomo del Signore], così fu tutto della santa Chiesa, la quale ha in lui un invincibile campione della Fede. L’Ordine dei Predicatori da lui istituito fu sempre valido baluardo in difesa della Chiesa Romana. Pertanto, non solo può dirsi che Domenico “fu ai suoi giorni ristoratore del tempio”, ma che provvide alla difesa di esso anche per il futuro, avverandosi le parole profetiche che Onorio III scrisse nel confermare l’Ordine nascente:… i frati del tuo Ordine saranno gli atleti della Fede e veri luminari del mondo”. Certamente, come tutti sanno, per propagare il regno di Dio, Gesù Cristo non si è servito di nessun altro mezzo all’infuori della predicazione del Vangelo, cioè della viva voce dei suoi araldi che avevano il compito di diffondere ovunque la celeste dottrina. Egli disse: “Insegnate a tutte le genti. “Predicate il Vangelo ad ogni creatura”. Perciò, mediante la predicazione degli Apostoli e soprattutto di San Paolo, alla quale seguì successivamente l’insegnamento dei Padri e dei Dottori, fu possibile illuminare le menti degli uomini con la luce della verità e infiammare gli animi all’amore di tutte le virtù […] oltre alla povertà, alla purezza dei costumi e all’obbedienza religiosa, impose agli appartenenti al suo Ordine il santo e solenne dovere di attendere allo studio indefesso della dottrina e alla predicazione della verità», dell’unica verità, contro tutte le false opinioni e fra queste la fallace «fratellanza universale», che non ha nella conversione alla Santissima Trinità il suo unico fondamento. 


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