Laicità dello Stato e libertà della Chiesa

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(Tommaso Scandroglio) È ormai vicenda conosciuta dai più quella relativa alla trasmissione di una Nota verbale della Santa Sede sul Ddl Zan al governo italiano. Altrettanto nota la risposta del premier Draghi che, tra le altre argomentazioni, ha fatto riferimento alla laicità dello Stato. Molti sarebbero gli aspetti da indagare in merito sia alla Nota che alle parole di Draghi, ma qui vogliamo solo sottolineare due rilievi attinenti al tema della laicità.

Il Presidente del Consiglio qualche giorno fa in Senato così si è espresso: «Quello che però voglio dire – specialmente rispetto agli ultimi sviluppi – è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale». Il presidente francese Emmanuel Macron a margine del Consiglio europeo a Bruxelles interpellato sulla querelle Santa Sede – governo italiano e Ddl Zan ha così risposto: «Quello che posso dire è che l’approccio dell’esecutivo italiano è giusto. La Francia è uno Stato secolare e laico da molto tempo, in Francia decide sempre il governo».

A dar retta al tenore delle parole sia di Draghi che di Macron parrebbe proprio che sia l’uno che l’altro ignorino o facciano finta di ignorare il vero significato giuridico di laicità dello Stato Italiano. La Repubblica francese, diversamente da quello che crede l’inquilino dell’Eliseo, ha sposato un concetto di laicità che non è sovrapponibile al nostro. L’art. 1 della Costituzione del 1958 così recita: «La Francia è una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Essa rispetta tutte le convinzioni religiose e filosofiche». La laicità francese significa indifferenza verso tutte le religioni e quindi equidistanza da tutte le confessioni o credo. Neutralità più assoluta in ossequio ad un inveterato spirito illuminista, rivoluzionario e giacobino. Neutralità che, assai spesso, si declina come irrilevanza per lo Stato del fenomeno religioso o addirittura come esplicita avversione a danno di quest’ultimo.

Non è così in Italia. La nostra Repubblica non rispetta semplicemente le differenti sensibilità religiose, ma riconosce le diverse confessioni religiose, sono dunque un soggetto con cui dialogare, sono enti dotati di autorità, non soggetti privi di valore. Ce lo dice l’art. 8 della Costituzione: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze». Non solo quindi alcune confessioni religiose sono riconosciute, ma tra queste c’è un rapporto privilegiato con la Chiesa cattolica. Infatti l’art. 7 ci ricorda che «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi». Dunque la laicità dello Stato italiano non deve intendersi come indifferenza verso il dato religioso, ma come non confessionalità, su un primo fronte, e, su un secondo fronte, come attenzione verso alcune confessioni religiose e predilezione verso la Chiesa cattolica, a motivo del ruolo storico, sociale e culturale rivestita da quest’ultima per il popolo italiano (a margine ma non troppo: ogni Stato è chiamato a diventare confessionale, ossia a riconoscere la regalità anche sociale e politica di Nostro Signore e la divina costituzione della Chiesa cattolica. Ciò non significa scadere nello stato teocratico). Il legame stretto tra Stato e Chiesa cattolica – soggetti ex art. 7 dotati di equipollente autorità – non deriva da una semplice legge del Parlamento, ma discende da un articolo della Costituzione. Quindi tale profilo di predilezione che innerva la Repubblica italiana ha rango costituzionale. Nella narrazione di questi giorni invece l’equivalenza banale è stata la seguente: dato che lo Stato italiano è laico, non deve rendere conto alla Chiesa delle proprie leggi. Le cose non stanno così e a dircelo è addirittura un articolo della Costituzione e, più in analitico, il Concordato e la relativa revisione sottoscritta a Villa Madama nel 1984 a cui rimanda quell’articolo. Dunque autonomia e libertà del Governo, ma non assoluta, bensì relativa perché è lo stesso Governo che si è vincolato con il Concordato a rispettare alcuni patti, tenuto conto della predilezione accordata alla Chiesa cattolica.


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E veniamo così ad un secondo appunto sulla laicità evocata dal premier Draghi. Laicità non significa irresponsabilità nei confronti di impegni assunti verso la Chiesa cattolica, possibilità di venire meno alla parola data. Anche il laico deve rispettare il brocardo pacta sunt servanda. E dunque il governo dovrà vigilare affinché la legge Zan, qualora ahinoi vedesse il varo, rispetti la libertà di religione, di parola, di espressione e di insegnamento della Chiesa cattolica, perché questo è il contenuto dei commi 1 e 3 dell’art. 2 della revisione del Concordato sottoscritto dal governo italiano nel 1984. Tra l’altro uno stereotipo assai diffuso vede come caratteristica principe della laicità proprio il rispetto della libertà individuale, di tutte le libertà. Evocando quindi la laicità nei confronti della Chiesa cattolica si evoca implicitamente anche il rispetto della sua libertà. (Tommaso Scandroglio)

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