L’aggressione della Cina a Hong Kong

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(Luca Della Torre) Quest’anno ricorre un importante anniversario per la città di Hong Kong: sono passati trent’anni dalla ratifica del Trattato della “Basic law” della Regione speciale di Hong Kong. Nel 1997 il Regno Unito ha ceduto la sovranità politica sulla ex colonia di Hong Kong alla Repubblica popolare cinese, nel quadro di un accordo politico noto nelle relazioni internazionali con l’espressione “un Paese due sistemi”, che avrebbe dovuto garantire a Hong Kong di continuare a godere di un forte grado di autonomia amministrativa e soprattutto giuridica per i successivi 50 anni. Quell’accordo oramai vacilla pericolosamente da alcuni anni, e per i cittadini di Hong Kong questa triste primavera si è rivelato il tramonto definitivo delle residue speranze di libertà nei confronti del criminale regime totalitario comunista di Pechino.

I negoziati tra Londra e Pechino avevano gettato le basi per il Trattato internazionale sulla cosidetta “Basic Law”, una sorta di “Costituzione ad hoc” per la Regione speciale amministrativa di Hong Kong, che fino al 2047 avrebbe funzionato in modo molto diverso rispetto a qualsiasi città della Cina continentale: lo statuto speciale a favore di Hong Kong prevede il mantenimento delle garanzie giuridiche dei diritti fondamentali del cittadino secondo il modello occidentale della “Rule of Law” britannica.

Come accade fortunatamente ancor oggi – pur tra mille attentati ai valori del Cristianesimo – nella società politica occidentale ispirata ai criteri di civiltà giuridica maturati nell’esperienza di due millenni di pensiero romano germanico e cristiano,la persona umana gode del riconoscimento dei propri innati diritti alla integrità fisica, alla libertà di pensiero, di opinione politica, di fede religiosa, e la magistratura che deve tutelare i cittadini nei loro diritti è un ordine ben distinto e separato, indipendente dal potere esecutivo del governo. I magistrati cinesi dell’ex colonia britannica restituita alla Cina comunista, a differenza dei loro colleghi nel territorio continentale di Pechino,non sono dei funzionari politici incaricati per legge di difendere in primo luogo l’interesse supremo del Partito Comunista cinese, secondo un modello politico totalitario di matrice ideologica marxista leninista: i giudici di Hong Kong applicano – pur tra enormi limiti e difficoltà burocratiche imposte dal potere sovrano di Pechino – la legge con principi garantisti dello stato di diritto ereditati dal modello britannico. Il Partito Comunista cinese, in particolare con la leadership dittatoriale del Presidente XiJinping, che ha reintrodotto il culto del Partito Comunista e le vetuste dottrine marxiste-leniniste nel governo brutale del potere, in realtà fa ben poco per rispettare gli accordi presi nel 1990, anzi, li viola permanentemente. L’attuale pandemia da Coronavirus ha distratto nei primi mesi dell’anno gli analisti, le istituzioni politiche internazionali, la stampa e l’opinione pubblica dalla eroica lotta dei cittadini di Hong Kong contro il feroce criminale disegno politico del regime comunista di Pechino, mirato a sopprimere quanto prima lo status speciale di garanzie democratiche riconosciute a favore di Hong Kong nel Trattato sino-britannico sulla Basic Law. Le autorità cinesi di Pechino, in grave difficoltà sul fronte delle relazioni internazionali a causa delle gravi responsabilità nella gestione della pandemia da Covid-19 hanno strumentalmente profittato di questa situazione di crisi internazionale per compiere un “giro di vite” contro le libertà riconosciute ai cittadini di Hong Kong. Il cosidetto “Movimenti degli ombrelli” che raggruppa tutte le iniziative a tutela dei diritti di libertà dei cittadini, costituito da studenti, intellettuali, giornalisti, avvocati gode di unanime sostegno presso le folle di Hong Kong, terrorizzate all’idea di divenire in breve tempo sudditi di un sistema politico giuridico che annienta de facto ogni diritto della persona umana in nome del primato dispotico del potere del Partito comunista. Due sono i punti cruciali attraverso i quali il regime comunista di Pechino ha agito per sopprimere la libertà dei propri cittadini di Hong Kong.

Il lettore sappia che secondo la “Legge sulla sicurezza nazionale” della Repubblica popolare cinese l’autorità di polizia ha il pieno, assoluto potere discrezionale di reprimere ogni iniziativa politica, culturale, religiosa in forma pubblica che non sia organizzata dalle autorità del Partito Comunista cinese: in buona sostanza, nessun giornale, organo di stampa, movimento culturale, manifestazione pubblica può manifestare le proprie idee se non sotto l’ala occhiuta del “Grande fratello comunista”.


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Ogni forma di manifestazione di critica al Partito è motivo di arresto. La “Legge sulla sicurezza nazionale” è il perno giuridico su cui si basa e legittima il regime di terrore poliziesco repressivo che il Partito Comunista esercita sulla popolazione da 70 anni. Ebbene, il Congresso nazionale del popolo (il vertice del Partito Comunista cinese) ha deliberato di approvare l’introduzione della Legge sulla sicurezza nazionale anche per la Regione amministrativa speciale di Hong Kong: giovedì scorso, 28 maggio, il presidente Li Zhansu ha confermato la volontà del dittatore Xi Jinping di estendere la Legge sulla sicurezza nazionale giustificandone la necessità contro l’ondata di manifestazioni sovversive e secessioniste di Hong Kong. Cambiano i tempi, ma la ottusa logica becera della retorica dei criminali regimi comunisti non muta: sin dai tempi di Budapest, Praga, Berlino, Danzica, Cuba, ogni manifestazione democratica di popolo contro un regime totalitario comunista di ispirazione marxista viene capziosamente bollata come attività sovversiva e repressa senza pietà. Il secondo pericoloso strumento di cui intende avvalersi il regime di Pechino contro le libertà dei cittadini di Hong Kong è l’introduzione della Legge sull’estradizione, che permette l’estradizione verso la Cina continentale per sottoporre a processo secondo l’ordinamento giuridico comunista tutti i cittadini di Hong Kong a cui sia contestato un reato con pena prevista superiore ai 7 anni di carcere: uno strumento astuto e capzioso per sottrarre alle garanzie vigenti nel sistema giudiziario di Hong Kong tutti coloro che manifestano e lottano politicamente contro il regime oppressivo di Pechino.

Solamente l’Amministrazione Trump ha esplicitamente condannato questa palese violazione di accordi di diritto internazionale, minacciando una dura reazione politica, economia e militare, a cui il governo di Pechino ha risposto con una nota diplomatica di durezza inusitata. Solamente il governo di Sua Maestà britannica, in un sussulto di consapevolezza del proprio ruolo geopolitico internazionale ha preso esplicita e dura posizione contro questa brutale quanto arrogante decisione del governo di Pechino, offrendo espressamente ai cittadini di Hong Kong la possibilità di acquisire la cittadinanza britannica: un’iniziativa di politica estera che mostra il polso strategico del Premier Boris Johnson, a dispetto dei banali quanto volgari luoghi comuni con cui la conformistica stampa liberal di sinistra lo dipinge. L’abisso verso cui stanno sprofondando le relazioni internazionali a causa del progetto geopolitico di dominio planetario del criminale regime comunista di Pechino sfugge del tutto all’Unione europea ed ai suoi tremebondi Stati membri, che non hanno compiuto alcun passo diplomatico sostanziale contro il regime di XiJinping, a dimostrazione della totale nullità politica culturale strategica della Ue, che pur resta il secondo gigante economico mondiale per PIL dopo gli USA.

Una nota ancora più tragica e lacerante per i fedeli cristiani, purtroppo: l’assordante farisaico silenzio con cui la diplomazia della Santa Sede, sempre in prima linea nella difesa dei diritti dei popoli, ha accolto l’attentato cruento alla violazione dei diritti fondamentali dei propri cittadini che la Cina comunista sta perpetrando da sempre: nessuna Ostpolitik sula falsariga dell’acquiescenza di 50 anni orsono al sovietico regime del terrore potrà salvare la dignità e la vita del popolo cinese dalla persecuzione comunista. 


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