La Vultum Dei quaerere e la sovietizzazione dei Monasteri

(di Cristiana de Magistris) La Santa Chiesa di Dio è stata fondata da Nostro Signore Gesù Cristo in modo innegabilmente gerarchico. Basta sfogliare le pagine del Vangelo per imbattersi nella chiamata degli apostoli o nel primato di Pietro o nella istituzione – durante l’ultima Cena – di una gerarchia solidamente costituita per comprendere che il principio gerarchico nella Chiesa di Dio non è un’ipotesi, ma un fatto ben determinato ed irrevocabile.

Il potere supremo di giurisdizione, ad esempio, è conferito dal Signore al solo Pietro e non al Collegio apostolico, né tantomeno a un sinodo o ad un’assemblea. La giurisdizione delle Chiese particolari è data – nella storia della Chiesa sin dai primordi – a singoli Vescovi e non a collegi episcopali. Questa struttura piramidale non implica naturalmente che coloro che appartengono alla gerarchia voluta da Nostro Signore siano tutti santi. La storia ha dato infinite prove del contrario. Ciononostante – scrive il grande padre domenicano  R.T. Calmel – «il Signore ha voluto nella sua Chiesa l’autorità personale e l’ha istituita personale. Invece dopo il Concilio, assistiamo ad un gigantesco tentativo di spersonalizzazione dell’autorità: da personale quale essa è per diritto divino, la vediamo parlamentarizzarsi, collegializzarsi, si potrebbe dire sovietizzarsi».

Attraverso questa sovietizzazione dell’autorità nella Chiesa, coloro che, di fatto, esercitano l’autorità hanno infiniti mezzi per eclissarsi e scomparire nell’anonimato della collegialità. Ma il sistema collegiale – scrive ancora Padre Calmel – «è ipocrita e contro natura», perché, se da un lato «esenta ciascuno dal peso delle proprie responsabilità e dagli intollerabili bruciori dei rimorsi», «al tempo stesso e in forza dello stesso meccanismo, fa cooperare tutti ai peggiori misfatti, all’istallazione di una falsa religione cristiana sotto una maschera cristiana». Si tratta di una autentica “commedia collegiale” attraverso cui i vescovi sono personalmente sempre più impotenti ma divengono collegialmente onnipotenti.

Questo “abile camuffamento collegiale” ha tristemente penetrato la Chiesa di Dio in tutte le sue dimensioni. A partire dalle Conferenze episcopali, passando per ogni tipo di Commissione, fino alle parrocchie ed ora anche ai Monasteri di clausura, i quali – in forza della recente Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere – hanno ora l’obbligo di “federarsi”, ossia di appartenere ad una Federazione, che altro non è se non l’applicazione della rivoluzione collegialista e democratica ai Monasteri.

Una delle caratteristiche principali delle comunità monastiche è stata, infatti, finora, la loro configurazione canonica di monasteri sui iuris, ossia autonomi, in quanto dipendenti direttamente da un superiore (il Vescovo o il Superiore del ramo maschile del medesimo Ordine). Tale configurazione, di origine antichissima, riflette e garantisce il “proprium” di ogni monastero, che è la separazione dal mondo per sostenere il mondo con la preghiera e la penitenza. Ogni monastero è, o meglio era, una piccola tebaide, un luogo solitario dove le monache attendono solo a Dio e alla salvezza delle anime. La clausura, caratteristica dei monasteri femminili, separa le monache dal mondo ma non dagli uomini, che esse, grazie anche alla clausura, ritrovano nel Cuore di Dio. Le associazioni di più monasteri – le cosiddette “Federazioni” – imposte dalla nuova Costituzione apostolica minano questa struttura secolare, giuridica e religiosa, fin dalla sue fondamenta.

Va detto che le Federazioni di Monasteri non sono in sé una novità: esse furono istituite da Pio XII negli anni ‘50 a seguito delle due guerre mondiali, che avevano reso difficile e decadente la vita di alcune Comunità monastiche. Fu un’iniziativa forse discutibile, ma fatta con ottime intenzioni. In ogni caso, l’istituzione delle Federazioni non implicava l’obbligo di appartenervi. Ciascun monastero, essendo sui iuris, cioè autonomo, poteva decidere se aderirvi o meno.

Ora le cose sono cambiate. Con l’obbligo di appartenere alle Federazioni, i monasteri perdono, de facto anche se non de iure, la loro autonomia per annegarsi in una massa anonima di monasteri che andranno verso l’appiattimento e la dissoluzione della vita monastica “di sempre”. Le Federazioni sembrano il “cavallo di Troia” della Costituzione apostolica. Attraverso di esse, la normalizzazione modernista dei pochi monasteri, che ancora sopravvivono alla rivoluzione in atto da cinquant’anni, sarà un’operazione inevitabile oltre che rapida.

L’opera di smantellamento, del resto, inaugurata con le riforme conciliari della vita religiosa, continua nella recente Costituzione apostolica anche attraverso la definitiva abrogazione di tutti gli articoli del CIC contrari alla Costituzione stessa, nonché dei documenti pontifici che avevano regolato finora la vita claustrale (Sponsa Christi di Pio XII, Inter preclara e Verbi Sponsa della Congregazione per i Religiosi).

Molto giustamente nel documento è riaffermato a più riprese il valore inestimabile della vita claustrale, poiché – vi si legge – «le sorti dell’umanità si decidono nel cuore orante e nelle braccia alzate delle contemplative» (n. 17). Evidentemente, se lo scenario mondiale che è sotto i nostri occhi è frutto della preghiera delle claustrali, si può lecitamente sollevare qualche perplessità sulla santità di vita che si conduce nei monasteri. E il loro futuro – dopo questa Costituzione apostolica – non si profila certo migliore, visto che il colpo mortale ai Monasteri è stato inferto dall’Autorità che dovrebbe difenderli e vivificarli. La loro “sovietizzazione” avrà come unico risultato la loro normalizzazione e dissoluzione, con le nefaste conseguenze, per la Chiesa e per il mondo, che ognuno può ben immaginare. Ancora una volta “Roma mi ha fatto male”.

Nel processo di autodemolizione della Chiesa resta allora da chiedersi se e come potrà sopravvivere la vita contemplativa. Prima di morire, il cardinal Liénart, che fu tra gli artefici di quest’autodistruzione, disse: «Umanamente parlando, non c’è più salvezza per la Chiesa». Ma resta il soprannaturale, cioè l’essenziale, di cui la vita contemplativa rappresenta la punta di diamante. E se la vita contemplativa, nella sua struttura giuridica, segue inevitabilmente l’autodemolizione della Chiesa, niente e nessuno potrà arrestare la contemplazione delle anime amanti di Dio con la quale esse – nonostante l’autodemolizione della Chiesa – restano invariabilmente ancorate all’anima e ai frammenti sempre viventi del suo Corpo.

La Chiesa si ricostruirà con i mezzi soprannaturali che – come ci ricorda Padre Calmel – sopravvivono al logorio della storia e alle turpitudini del mondo, perché sono le risorse inespugnabili di vita e di risurrezione. (Cristiana de Magistris)

Donazione Corrispondenza romana
  • Fare chiarezza sull’Amoris laetitia: una nuova voce si leva
     (di Emmanuele Barbieri) Il convegno organizzato il 22 aprile a Roma da La Nuova Bussola quotidiana e da Il Timone ha rappresentato una nuova importante tappa nella lunga serie di iniziative che, da un anno a questa parte hanno messo … Continua a leggere
  • La crisi ariana del IV secolo
    (di Cristina Siccardi) All’Alba del IV secolo, il cristianesimo, estesosi in tutto l’Impero romano, deve affrontare la prima persecuzione lunga e feroce della sua storia. La seconda, la stiamo vivendo noi, ora. La Verità portata da Gesù Cristo rischiava di … Continua a leggere
  • Lo scandalo dei nostri tempi
    (di Roberto de Mattei) Il mondo è pieno di scandali e Gesù dice: «Guai al mondo per causa degli scandali» (Mt 18, 6-7). Lo scandalo, secondo la morale cattolica, è il comportamento di chi causa il peccato o la rovina … Continua a leggere
  • La Chiesa “viva”
    (di Cristiana de Magistris) Quando, durante il processo dell’apostolo Paolo, il procuratore della Giudea Festo si trovò nella necessità di spiegare al re Agrippa le imputazioni portate dai Giudei contro Paolo, le riassunse dicendo che gli accusatori avevano contro di … Continua a leggere
  • Quei concerti per Lutero sono una nota decisamente stonata
    (di Mauro Faverzani) Che a cento anni dalle apparizioni di Fatima, in una chiesa cattolica, quella del Redentore a Modena, non si trovi di meglio che festeggiare il quinto centenario della riforma luterana con un ciclo di cinque concerti, promossi … Continua a leggere
  • È una guerra di religione
    (di Roberto de Mattei) La strage di Tanta e di Alessandria è un brusco richiamo alla realtà per papa Francesco, alla vigilia del suo viaggio in Egitto. Gli attentati in Medio Oriente, come in Europa, non sono sciagure naturali, evitabili … Continua a leggere
  • Il Processo di Cristo e il processo della Chiesa
    (di Cristiana de Magistris) Nel Tempo di Passione, che abbraccia le due settimane che precedono la Pasqua, la Chiesa contempla in lutto i dolorosi avvenimenti che segnarono l’ultimo anno della vita del Redentore del mondo (Settimana di Passione) e l’ultima … Continua a leggere
  • Il vero volto di san Francesco d’Assisi e sant’Ignazio di Loyola
    (di Cristina Siccardi) Il Papa porta con orgoglio il nome di san Francesco d’Assisi ed è orgogliosamente erede della dinastia religiosa fondata da sant’Ignazio di Loyola, ma né dell’uno, né dell’altro ne è testimone. Il vero volto di san Francesco … Continua a leggere
  • Perché non bisogna discreditare la Compagnia di Gesù
    (di Roberto de Mattei) Tra le conseguenze più disastrose del pontificato di papa Francesco ce ne sono due, strettamente connesse tra loro: la prima è il travisamento della virtù tipicamente cristiana dell’obbedienza; la seconda è il discredito gettato sulla Compagnia … Continua a leggere
  • Le responsabilità di mons. Vincenzo Paglia
    (di Mauro Faverzani) L’intera vicenda pecuniaria è stata ripercorsa, con dovizia di particolari, venerdì 24 marzo dal quotidiano La Verità: riguarda il processo, presso il tribunale penale di Terni, relativo alla compravendita del castello di San Girolamo, a Narni. Nell’estate … Continua a leggere