La vita spirituale durante una pandemia

Padre Serafino Lanzetta
Padre Serafino Lanzetta
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Riportiamo il testo dell’intervento di padre Serafino Lanzetta tenuto al convegno internazionale organizzato da Voice of the Family su Salute dei malati e salvezza delle anime. Chiesa e società in un periodo buio della nostra storia (Hotel Massimo d’Azeglio, Roma – 23 ottobre 2021)

Divido questo mio intervento in due momenti: rifletto dapprima sull’importanza di nutrire la vita spirituale in una situazione di calamità, quando cioè è più difficile decifrare la presenza di Dio e pertanto si richiede una fede e una speranza più solide, e poi proverò ad offrire una lettura della presente situazione epidemico-pandemica causata dal COVID-19, evidenziando le cause di una sì carente risposta teologico-spirituale al fenomeno.

  1. La vita spirituale del cristiano

Iniziamo quest’analisi col definire cos’è “vita spirituale”. Si tratta della vita nello Spirito Santo, il quale, in virtù della sua presenza in noi mediante la grazia santificante, produce l’inabitazione della SS. Trinità nell’anima. Tale vita infusa in noi dallo Spirito di Dio, dalla sua eterna Carità, è di ordine soprannaturale ed è una partecipazione della vita stessa di Dio all’uomo. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vivono così nell’anima. La vita dell’Unitrino: la generazione del Figlio a la spirazione dell’amore che è lo Spirito Santo, si riversa nell’anima dell’uomo, cosicché diventi figlio nel Figlio e ami il Padre con lo stesso amore del Padre e del Figlio: lo Spirito Santo. Tale vita divina in noi, che per mezzo della grazia fa sì che Dio si doni a noi come padre, amico, santificatore e collaboratore, si sviluppa crescendo nell’obbedienza a Cristo e lasciando che Lui cresca in noi, con la sua «sapienza, età e grazia» (Lc 2,52) . La vita spirituale è perciò vivere Cristo, amare Cristo e conformarsi a Lui. In breve: essere Cristo; un altro Cristo, ma lo stesso Cristo.

Possiamo anche definire questa vita nello Spirito come «partecipazione della vita di Dio per i meriti di Gesù Cristo», oppure come «la vita di Dio in noi o la vita di Gesù in noi»1. Con il Padre Adolphe Tanqueray, dobbiamo precisare che

«queste espressioni sono giuste, se si bada a spiegarle bene in modo da evitare ogni cenno di panteismo. Noi infatti non abbiamo una vita identica a quella di Dio o di Nostro Signore, ma una somiglianza di questa vita, una partecipazione finita, benché reale, di questa vita. Possiamo dunque definirla: una partecipazione della vita divina, conferita dalla Spirito Santo che abita in noi, in virtù dei meriti di Gesù Cristo, e che noi dobbiamo coltivare contro le tendenze che le si oppongono»2.

Vita spirituale, allora, è l’elevarsi dell’uomo rispetto alla vita materiale, alimentata dai sensi esterni ed interni, trascendendo tutto per fissarsi nell’unico Tutto, Dio, in virtù dell’anima – dell’intelletto e della volontà – resa capace di ciò dalla grazia santificante, qualità soprannaturale che eleva e perfeziona. La vita spirituale è quindi la vita dell’anima in grazia che partecipa dello Spirito di Dio, della vita di Dio che è amore in noi. Grazia e carità infatti vanno sempre insieme, al punto che c’è l’una se c’è l’altra. Vediamo ora in che modo la grazia interagisce con le virtù teologali, in particolare con la fede.

  1. Fede e preghiera per nutrire la vita di grazia

Non si può essere veramente cristiani solo per aver ricevuto il Battesimo e con esso la grazia santificante, senza curarsi di nutrire questa vita soprannaturale seminata in noi. Come il seme gettato nella terra non dà frutto se non ci prende cura di lui, così la vita divina nell’uomo. Siamo infatti tralci innestati nella vite: non portiamo frutto se non rimaniamo uniti alla vite, a Gesù (cf. Gv 15,1-8). La grazia ci dona la fede – «gratia facit fidem»3– e con essa il dono della speranza e della carità. Le tre virtù teologali con tutte le altre virtù morali, promananti dalle quattro virtù cardinali, sono infuse in noi dalla grazia. La vita del cristiano è perciò un organismo soprannaturale alimentato dalla vita divina della grazia. Il peccato mortale uccide la carità e spegne la grazia, mentre la fede, anche se imperfetta e informe, rimane come sprone e capacità dell’uomo di ritornare a Dio. La fede, senza la quale non si può piacere a Dio (cf. Eb 11,6), segna perciò l’inizio della vita nello Spirito e va nutrita costantemente con la preghiera perché non venga meno. È la fede che tiene desta in noi la presenza di Dio. Essa ci fa accorgere di Dio in noi. Viviamo di Lui in virtù della grazia infusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo, ma viviamo per Lui nella misura in cui rispondiamo al dono della grazia per mezzo dell’esercizio della fede.

  1. La fede: ricercare Dio attraverso ciò che lo nasconde

La presenza di Dio che santifica la nostra anima, come dicevamo, produce l’inabitazione della SS. Trinità. Questa è stabilita nella profondità del nostro cuore sottomesso alla volontà divina. La fede ci fa sottomettere alla volontà di Dio, purifica il cuore dalla materialità della conoscenza sensibile e dalle inclinazioni solo carnali che ci portano a non accorgerci di Dio o ci abituano a una vita senza Dio, senza il bisogno della fede. Con il padre gesuita e grande direttore di spirito, Jean Pierre de Caussade (1675-1751), possiamo dire che solo nella misura in cui diamo la morte ai nostri sensi e ci spogliamo di essi facciamo vivere la fede; la distruzione dei sensi significa il regno della fede. Un regno che è duro da accettare, che richiede un agere contra; ma solo nella misura in cui c’è lo sforzo si vive per Dio distaccandosi da ciò che invece è allettante perché conforme al nostro pensiero. Un principio enunciato dal padre de Caussade nel suo capolavoro L’abbandono alla Provvidenza divina è questo: la vita di fede non è altro che una continua ricerca di Dio attraverso tutto ciò che lo nasconde, lo sfigura, lo distrugge e per così dire lo annienta. Sorprende questo enunciato, eppure solo negando ciò che Dio è in modo comune a tutti gli esseri, possiamo arrivare a sapere ciò che Egli è in modo singolare. Ecco un testo in cui questo principio viene sviluppato:

«L’anima illuminata dalla grazia è molto lontana dal giudicare le cose come fanno coloro che le misurano con i loro sensi, essendo ignoranti del tesoro inestimabile che esse nascondono. Colui che sa che una certa persona travestita è il Re, lo accoglie in un modo molto diverso da chi vedendo l’aspetto esteriore di un uomo ordinario lo tratta secondo ciò che appare. […] La vita di fede non è altro che una continua ricerca di Dio attraverso tutto ciò che lo nasconde, lo rappresenta male e, per così dire, lo distrugge e lo annienta. È, certamente, la riproduzione della vita di Maria, la quale dalla stalla al Calvario rimane attaccata a un Dio che ogni altro fatica a riconoscere, abbandona e perseguita. Allo stesso modo, uomini di fede passano attraverso e oltre una continua successione di veli, ombre, apparenze e morti, per così dire, in cui ciascuna cosa fa il suo meglio per rendere la volontà di Dio irriconoscibile, ma nonostante ciò, fanno e amano la volontà divina fino alla morte di Croce. Sanno che le ombre devono essere sempre abbandonate per poter seguire questo Sole divino, il quale dal suo sorgere fino al suo tramonto, quantunque nere o pesanti possano essere le nubi che lo coprono, illumina, riscalda e fa brillare con amore i cuori fedeli, i quali lo benedicono, lo lodano e lo contemplano in tutti i punti della sua orbita misteriosa»4.

Ciò corrisponde a ciò che San Luigi Grignon de Montfort (1673-1716), contemporaneo del p. de Caussade, definisce «fede pura» piena di contraddizioni e di ripugnanza, che il servo di Maria vive ogni giorno, lasciando alla Madre celeste, Sovrana Regina, la chiara visione di Dio. È la Vergine che con la sua fede sostiene quella senza gusti sensibili del suo devoto figlio e che supplisce in tempo di oscurità. Si tratta perciò di partecipare alla fede di Maria5. Scrive così il de Montfort:

«Lascia, o povera piccola schiava, lascia alla tua Sovrana la chiara visione di Dio, i trasporti, le gioie, i piaceri, le ricchezze, e prendi per te soltanto la fede pura, piena di svogliatezze, di distrazioni, di noie, di aridità; e dille: “Amen, Così sia, a tutto quello che Tu, mia Padrona, fai in Cielo: per ora è ciò che posso fare di meglio”»6.

Solo una «nuda fede», richiamandoci alla purificazione passiva dell’intelletto di San Giovanni della Croce, o una «fede pura», ci permette, a giudizio del p. de Caussade, di riconoscere l’operato di Dio nella storia, sia negli eventi comuni che in quelli straordinari. Infatti, egli dice che tutti gli eventi che formano la storia esprimono i divini attributi di Dio: la sua sapienza, la sua potenza e la sua bontà. Tutti predicano la medesima adorabile parola; anche se non lo vediamo lo dobbiamo credere7. In modo molto istruttivo, il p. de Caussade si chiede:

«Cosa vuole dire Dio permettendo l’esistenza dei Turchi, dei protestanti e di tutti i nemici della Chiesa? È tutt’una lezione che colpisce: significa l’infinita perfezione di Dio. Il Faraone e tutti gli uomini cattivi che lo hanno seguito e che lo seguiranno esistono solo per questo fine. […] Così tu parli Signore in generale a tutti gli uomini mediante eventi generali. Le rivoluzioni non sono altro che le maree della tua Provvidenza che suscitano bufere e tempeste nella mente dei curiosi. Tu parli in particolare a tutti gli uomini negli eventi che accadono a ciascuno di loro di momento in momento. Ma invece di ascoltare la tua voce, gli uomini non vedono altro che un movimento della materia, una cieca chance e l’elemento umano. […] Ma ciò che Dio dice a voi, care anime, le parole che Egli pronuncia di momento in momento, la cui sostanza non è carta e inchiostro ma ciò che tu soffri e ciò che devi fare di momento in momento, questo non merita nessuna attenzione da parte tua?»8.

  1. La fede in tempo di pandemia

In questa lettura della Provvidenza che opera nella storia e che richiede la nostra fede pura, scevra di riflessioni o di motivazioni solo umane e sensibili, possiamo aggiungere anche il problema che attanaglia i nostri giorni, l’infezione epidemica causata dal Coronavirus. Anche in una pandemia ciò che occorre più di tutto per decifrare veramente quello che succede è la fede che si accompagna sempre alla speranza. C’è la speranza se c’è la fede. Infatti «la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (Eb 11,1). La scienza e la medicina svolgono un ruolo fondamentale, ma abbiamo visto che da sole non bastano. Nonostante il loro notevole progresso, l’uomo dei nostri giorni è confuso e preso dalla paura di non farcela. La paura si è rivelata una delle principali malattie di questi giorni. Paura del contatto, piccole o grandi fobie prendono il sopravvento9. La scienza offre delle sicurezze, a volte più chiare a volte meno, quando si tratta di sperimentare le cure e i vaccini, ma non ci dà certezze se non quando si arriva a una legge che regola i fenomeni. La certezza assoluta è solo nella verità che fonda sia l’uomo che la scienza nel loro essere specifico: Dio. Perciò solo una fede che abbiamo descritto pura e contro-tendenza è capace di sostenere la persona umana nei momenti di calamità, facendo sì che si affidi alla volontà di Dio scrutandola giorno dopo giorno, di momento in momento. Nella volontà di Dio c’è la salvezza dell’uomo; soprattutto la pace che è suo preludio quale tranquillità di un ordine spirituale mai scalfito dall’avversità degli eventi.

La fede però, a sua volta, ha bisogno di essere nutrita dalla preghiera così che alimenti la speranza; insieme poi fede e speranza fungano da fondamento della carità. Nella carità c’è il compimento, la perfezione della vita nello Spirito. Proprio perché si raggiunga tale compimento è necessario l’alimento costante della preghiera. Tra le preghiere più preziose che alimentano le virtù teologali della fede e della speranza, in tempo di angustia e di dura prova come quella di una pestilenza o di una pandemia, va annoverata quella liturgica e in particolare la Messa votiva di liberazione dalla morta in tempo di pestilenza, presente nel Messale del 1962 ma scomparsa nel Nuovo Messale di Paolo VI10. Questa Messa di liberazione è arricchita da una solida teologia del Dio Provvidente che castiga per salvare. Prende nome dalle prime parole dell’Introito Recordare Domine, testamenti tui, che ci fa pregare nel seguente modo:

«Ricordati Signore del tuo testamento e dì all’Angelo che percuote: ora cessi la tua mano, la terra non sia desolata e non distruggere ogni anima vivente».

Anche la colletta di questa Messa è molto espressiva, indicando chiaramente l’azione di Dio che flagella in virtù della sua giustizia piena d’amore, ma è pronto a perdonare coloro che fanno penitenza per i loro peccati e che in modo devoto si rivolgono al loro Padre:

«Dio che non desideri la morte ma la penitenza dei peccatori: guarda propizio il tuo popolo che si rivolge a Te; rimuovi con clemenza da esso il flagello della tua ira nella misura in cui si rivolge a te devoto: Per il Nostro Signore Gesù Cristo, ecc.».

Un Dio vendicativo, come spesso si è detto, per squalificare questa Messa e lo stesso Messale antico? No, ma un Padre provvidente, che castiga per rendere casti, puri quegli uomini macchiatisi di peccato e perciò rei di morte eterna. Accanto alla Messa, un’altra preghiera molto istruttiva per la teologia e la catechesi in essa contenute, nonché di grande giovamento allo spirito, sono le Litanie dei Santi del Rituale Romano11, modificate nel nuovo Benedizionale12. Tra le litanie usus antiquior ci sono le seguenti invocazioni per chiedere al Signore di esserne liberati:

«Da ogni peccato, dalla tua ira, dalla morte subitanea e improvvisa, dalle insidie del diavolo, dalla tua ira, dall’odio e da ogni male della volontà, dallo spirito di fornicazione, dai fulmini e dalle tempeste, dal flagello del terremoto, dalla peste, dalla fame e dalla guerra, dalla morte perpetua».

Se si abbandonano queste preghiere o le si sostituisce con testi molto più blandi che non accennano affatto al rapporto tra il flagello di un’epidemia e la mano provvida di Dio, e ciò in ragione di un nuovo approccio teologico (apofatico) al problema del male, non si rischia che con l’andare del tempo cambi anche la fede dei credenti? Che cioè in tempo di angustia e di calamità questi credenti si ritrovino senza più fede o almeno incapaci di dare ragione della speranza che è in loro? Forse anche a ciò è dovuto lo smarrimento odierno? Vediamo che cosa è successo.

  1. In questa pandemia: due cause di incertezza

Riferendoci ora direttamente alla situazione che si è creata dalla fine del 2019 a oggi a causa dello scoppio dell’epidemia causata dal virus SARS-CoV-2, definito “coronavirus disease 2019” (COVID-19), possiamo senza dubbi asserire che all’allarme di una malattia infettiva che si stava diffondendo in tutto il mondo, trovataci impreparati dal punto di vista tecnico-scientifico, non si è affiancata una vera risposta cristiana. Come Chiesa e come pastori del popolo di Dio avremmo dovuto rassicurare i fedeli, invitandoli a non perdere la visione soprannaturale di quanto stava e sta accadendo, leggendo i fatti alla luce della Provvidenza divina. E invece?

C’è stata una forte impreparazione spirituale ad affrontare una situazione certo nuova, ma non più disastrosa di epidemie del passato che hanno mietuto vittime su vittime (si pensi alla febbre spagnola che dal 1918 al 1920 causò decine di milioni di morti), di cui la Chiesa è stata sempre testimone per la sua grande umanità e per la sua presenza vigile in quei momenti. Una grande incertezza invece ha caratterizzato i nostri giorni. La risposta spirituale al male è mancata o è stata molto blanda, molto umana. Tale incertezza ha fondamentalmente due cause, una remota di natura ecclesiale e una prossima di natura scientifica:

  1. quella remota si sviluppa nel 2013 con le dimissioni di Benedetto XVI, salutata come ultimo tentativo del katechon (cf. 2Ts 2,6-7) di ostacolare il male e il manifestarsi dell’anticristo13, se non il suo stesso abbattimento14. Si apriva un nuovo scenario del tutto insolito con la presenza di due papi nella Chiesa, uno emerito e l’altro regnante. Ciò ha provocato una sfiducia diffusa circa la guida nella Chiesa cattolica, che difatti manca, unita al forte sospetto che Papa Francesco non sia poi il vero papa per un’invalidità delle dimissioni di Papa Ratzinger, sebbene quest’ultimo abbia ribadito più volte la sua volontarietà nel dimettersi. Tutto ciò produrrà da un lato posizioni anche complottiste che vedono nell’alleanza tra vaccino e pontificato di Francesco un modo per far scomparire il genere umano avendo già decretato in qualche modo la scomparsa della Chiesa; dall’altro un no secco a tutto quanto viene prodotto dal Vaticano sotto il pontificato di Francesco, perfino a quel poco in termini di principio morale reiterato, quale ad esempio la Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19 (21 dicembre 2020).
  1. La causa prossima invece dipende dalla stessa incertezza storica circa l’origine del Coronavirus che ormai sembra puntare senza più dubbi alla produzione e sperimentazione di questo virus nel laboratorio cinese di Wuhan, lasciando il campo aperto solo ad una duplice possibilità: un errore ha causato la fuoriuscita del virus o invece un atto intenzionale di guerra biologica?15 Tutto ciò comunque ha fatto sì che si infittissero i dubbi o sull’esistenza del virus o sulla sua pericolosità.
  1. L’impreparazione spirituale: una speranza secolarizzata

Crediamo che questa incertezza, unita allo stato di confusione in cui si sono venuti a trovare sia la Chiesa che la società civile, ora compagni nella disavventura, sia a monte della forte impreparazione spirituale con cui è stato gestito lo stato epidemico dalle autorità ecclesiastiche. Si è assistito a un vero e proprio piegarsi al diktat sanitario del Governo riguardante il modo di amministrare i sacramenti e la disponibilità delle chiese a rimanere aperte per l’amministrazione dei sacramenti. Il riferimento è alla Chiesa italiana, ma riflessi simili ci sono stati in molte altre Conferenze episcopali. La Chiesa che è madre è che ha a cuore la salus aeterna dei suoi figli, senza dimenticare il benessere del corpo e la salute fisica, lasciandosi però guidare dall’autorità civile in materie ad essa del tutto estranee, è risultata non solo incapace di insegnare qual è il vero bene degli uomini, ma ha posto anche le premesse per risultare poi irrilevante nel prossimo futuro. Se infatti in un momento drammatico della storia dei popoli, la Chiesa chiude i battenti e si allinea al protocollo civile di sicurezza sanitaria, risultando così superflua, quando ha come missione di parlare di vita oltre la morte e di bene dell’anima più di quello del corpo, perché poi in tempi normali di assenza di pericolo e di necessità di “salvezza” dovrebbe essere in grado di poter parlare all’uomo? Chi ascolterà la sua voce, assente quando avrebbe dovuto essere presente? Addirittura il protocollo sanitario ha imposto il modo di distribuire “in sicurezza” l’Eucaristia, come se fosse un farmaco in vendita alla prima farmacia di turno e comunque un semplice rito che si adatta alle necessità sanitarie. La salute fisica ha prevalso su quella eterna. Ma ciò solo per ragioni pragmatiche o non piuttosto perché la fede nella salvezza eterna si è offuscata nella Chiesa e non da ora?

Una percettibile mancanza di fede pura, che scorge Dio anche nelle contraddizioni storiche più vistose, ha fatto sì poi che mancasse anche una riflessione storico-teologica sul nostro presente. Il fatto che è Dio che controlla le cause seconde e che permetta il tutto per un fine di bene viene ignorato se non escluso da principio, facendo sì che si cerchi una causa al tutto epidemico-pandemico che risponda solo ad un piano sovversivo per poter instaurare un Nuovo Ordine Mondiale e per controllare l’umanità. Non si può negare che ci sia anche questo tentativo, ma se slegato dal piano provvidente di Dio che permette l’operato dei nemici, si finisce col fare la guerra a chi non è allineato al proprio pensiero più che con fede e con retta ragione resistere alle insidie dei cattivi e del Maligno. La liceità morale dei vaccini, che è il minimo morale che si possa affermare senza perciò pretendere di indicare la scelta morale più perfetta (e perciò neppure quella più cattiva o più disastrosa) viene o derisa e quindi esclusa a priori, o invece, nel campo tutto o solo vax, enfatizzata al punto di dimenticare la necessità di protestare contro un prodotto che non è eticamente ineccepibile, tollerato ma mai lodato. Un dato appare evidente: la speranza si è mondanizzata. Perciò o siosanna il vaccino quale unico rimedio necessario o lo si ritiene la più grande congiura per l’assopimento delle coscienze. Il problema però in entrambe le posizioni risulta solo di ordine sanitario e quindi manifesta un ripiegamento materialista: morale in quanto funzionale al sanitario e non viceversa, come dovrebbe essere. Dio che guida la storia e gli eventi sembra assente. Manca la fede e perciò la speranza.

È mancata la sapienza soprannaturale con cui gestire questa situazione. Eppure potevamo cogliere in questo momento storico in cui tutti parlano di bene comune, di solidarietà, un’occasione d’oro per evangelizzare le genti, facendo riflettere il mondo sull’esistenza di un altro virus che è all’origine di ogni virus, il peccato quale offesa a Dio e al prossimo. Se c’è questo virus è perché all’origine c’è un virus più pernicioso, un male che ci contamina senza poterlo vedere e bloccare prima che provochi dei danni, il peccato. Non si parla del peccato quale offesa a Dio e perciò non sappiamo neppure palare più di virus da credenti, con una sapienza che vede oltre la situazione storica presente e la guarigione tanto auspicata.

Si poteva prendere la palla al balzo per poter spiegare al mondo che cos’è il vero “bene comune” di cui tutti si gloriano ma pochi sanno che la sua radice è cristiana prima ancora che umana, etico-morale. Il bene comune non è il bene di tutti sommato e messo insieme, ma è anzitutto un bene, quindi il fine di un ente che perciò ripudia il male quale incapacità di raggiungere la propria perfezione; poi di tutti in quanto bene di ciascuno iscritto nel cuore di ognuno. È il bene della comunità che prevale su quello del singolo perché è il bene di cui ogni singolo uomo non potrebbe mai fare a meno e che solo così è in grado di partecipare all’insieme16. In ultima analisi, il bene comune è la comunità come bene, come capacità di raggiungere insieme il proprio fine. Bene comune è fine comune. Il fine comune poi che ha tutta la ragione di bene è solo Dio, un bene di tutti e per tutti gli uomini, che però abbiamo perso di vista, anche nella Chiesa, con tutte le conseguenze nefaste che sono sotto i nostri occhi.

Conclusione

Alla fine di questo breve excursus potremmo chiederci: possiamo fare ancora qualcosa o è già tardi? Possiamo sicuramente fare molto se ritorniamo a seguire la regola cristiana della vera fede alimentata dalla preghiera così che la speranza e la carità siano sempre al sicuro. La regola potrebbe essere compendiata nel noto motto certosino: Stat Crux dum volvitur mundi: nelle convulsioni del mondo la Croce rimane. La Croce di Cristo è l’incrocio della Provvidenza di Dio, del suo Amore che mai finisce, con la sofferenza dell’uomo, le sue prove, la sua colpa. Nella Croce di Cristo c’è il perché, c’è la risposta. Aver abbandonato la Croce, o provare quasi un senso di vergogna nei suoi confronti, dichiarando tutti fratelli senza il Figlio, senza la Croce, non può che provocare uno sbandamento e una mancanza di risposta in un tempo difficile come il nostro. Se si obnubila la fede in questi momenti oscuri della storia quale sarà la risposta dell’uomo?

1 A. Tanquerey, Compendio di Teologia ascetica e mistica, San Paolo, Cinisello Balsamo 2018, p. 60 (or. fr. Précis de théologie ascétique et mystique, Tournai-Paris-Rome, 1923).

2 Ibid.

3 «La grazia fa la fede non solo quando la fede inizia ad essere di nuovo nell’uomo, ma anche quando la fede dura […]», San Tommaso, Summa Theologiae, II-II, q. 4, a. 4, ad 3.

4 J.P. de Caussade, SJ, Self-Abondonment to Divine Providence, Burns&Oates, Londra 19623, p. 22 (or. fr. Abandon a la Providence divine,1861).

5 San Luigi Grignon de Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, n. 214.

6 Id., Il Segreto di Maria, n. 51. Vedi anche Trattato, n. 238.

7 J.P. de Caussade, cit., p. 25.

8 Ivi, pp. 25-26.

9 Vedi il rapporto dell’Onu, con linee guida su covid-19 e malattie mentali: https://www.un.org/sites/un2.un.org/files/un_policy_brief-covid_and_mental_health_final.pdf

10 La nuova Messa votiva che più si avvicina a quella precedente è In tempo di carestia e per quelli che soffrono la fame, dove però l’accento è posto quasi esclusivamente sulla fame.

11 Cf. P.T. Weller, The Roman Ritual, vol. III, The Blessings, Caritas Publishing, 1945 (ripubblicato nel 2017), p. 448.

12 Modificato secondo i dettami del Concilio Vaticano II e promulgato da Giovanni Paolo II nel 1984. Le invocazioni che fanno al nostro caso sono così ora rese nell’unica invocazione litanica: Libera l’umanità dalla fame, dalla guerra e da ogni sciagura dopo aver chiesto: Salvaci con tutti i fratelli dalla morte eterna.

13 Questa è la riflessione di Luca dal Pozzo su Tempi.it ragionando a partire dal libro di Antonio Socci, Il segreto di Benedetto XVI. Perché è ancora Papa, Rizzoli, Milano 2018: https://www.tempi.it/benedetto-xvi-il-katechon-dei-nostri-tempi-e-forse-lultimo/. Stefano Fontana invece sostiene che «difronte all’ingenerosità dei tempi, Benedetto XVI svolse una azione di Kathecon, di trattenimento dei processi dissolutori», Capire Benedetto XVI. Tradizione e Modernità, ultimo appuntamento, Cantagalli, Siena 2021, p. 16.

14 Questa è la tesi del filosofo italiano Massimo Cacciari, esposta in un’intervista su vita.it, l’11 marzo 2013: http://www.vita.it/it/article/2013/03/11/cacciari-il-nuovo-papa-dovra-sfidare-lanticristo/122928/. Cacciari aveva pubblicato Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Adelphi, Milano 2013.

15 La letteratura prodotta su questa tema è ricca. Si veda in particolare: J. Tritto, Cina Covid-19. La chimera che ha cambiato il mondo, Cantagalli, Siena 2020; F. Gatti, L’infinito errore. La storia segreta di una pandemia che si doveva evitare, La Nave di Teseo, Milano 2021.

16 «Il bene comune e il bene singolare di una persona non differiscono solo secondo il molto e il poco, ma secondo una differenza formale», San Tommaso D’Aquino, Summa theologiae, II-II, q.58, a.7, ad 2.

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