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La verità sul caso “Cambridge Analytica”

(di Lupo Glori) Nelle ultime settimane i media di tutto il mondo hanno riportato il caso “Cambridge Analytica” che ha visto Facebook, uno dei 4 colossi del web, assieme ad Amazon, Apple e Google, vacillare sotto i colpi di un inedito attacco concentrico orchestrato dal mainstream internazionale.

Tutto nasce da un’inchiesta del New York Times e del Guardian, che ha denunciato come “Cambridge Analytica”, una società di consulenza britannica specializzata in attività di “data mining” e comunicazione strategica per campagne elettorali, nota per aver fornito il proprio supporto a Donald Trump nella sua corsa presidenziale, abbia raccolto i dati personali di oltre 50 milioni di utenti di Facebook mettendoli al servizio dei propri obiettivi di marketing politico.

Tali dati sarebbero stati infatti utilizzati per costruire un potente algoritmo in grado di delineare un dettagliato ed accurato profilo “psicografico” degli utenti al fine di sottoporgli messaggi e contenuti adeguati, costruiti su misura delle proprie convinzioni ed aspettative politiche. In particolare, la “colpa” della società di analisi con sede a Londra sembra essere quella di aver fornito i suoi servizi alla “parte sbagliata” e di aver influenzato con il proprio operato, in maniera decisiva, tutte le cruciali e controverse sfide politiche anti-establishment degli ultimi tempi: dalla campagna di Trump, alla corsa all’Eliseo di Marine Le Pen fino al referendum sulla Brexit.

Deus ex machina di “Cambridge Analytica” sarebbe infatti il miliardario statunitense e scienziato informatico Robert Mercer, proprietario del gruppo Strategic Communication Laboratories (SCL), società ai cui vertici nel 2014 figurava anche Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump e ideologo della cosiddetta alternative right americana, rappresentata on-line dal cliccatissimo sito web di contro-informazione Breitbart News, diretto, fino a poco tempo fa, dallo stesso Bannon e lanciato nel 2011 grazie ai generosi finanziamenti proprio di Mercer che, nel novembre 2017, ha annunciato di aver ceduto la propria quota di minoranza del portale alle sue tre figlie: Jennifer, Rebekah e Heather Sue.

Oltre a Mercer e Bannon, lo “scandalo Cambridge Analytica” ha coinvolto altre tre figure chiave: Alexander Nix, Aleksandr Kogan e Christopher Wylie. Nix dopo gli studi al prestigioso Eton College e all’università di Manchester, nel 2003 ha lasciato il suo posto di analista finanziario per mettere le proprie competenze al servizio del gruppo SCL.

Qui come direttore ha concentrato l’attività della società sul cosiddetto “targeting psicografico” e sull’utilizzo dei big data, convinto che le agenzie tradizionali, «la vecchia scuola» guidata dai creativi, come da lui stesso dichiarato in un’intervista rilasciata a techtrunch.it, abbiano «fatto il loro tempo» e sarebbero state presto spazzate via da nuove agenzie che hanno un approccio guidato dai dati e da «pubblicità altamente mirata e molto personalizzata».

Il secondo uomo-chiave è Aleksandr Kogan, un russo-americano, docente di psicologia all’università di Cambridge e capo della società Global Science Research (GSR) il quale ha sviluppato un’applicazione chiamata “thisisyourdigitallife” che, presentandosi all’apparenza agli utenti come uno dei tanti “giochini” e test della personalità disponibili in rete, celava in realtà un sofisticato strumento di analisi psicologica finalizzato ad incamerare informazioni sulle loro personalità da poter poi riutilizzare ai fini di campagne di marketing politico.

Come scrive Il Foglio, dai 270mila utenti Facebook che hanno scaricato la loro app, il ricercatore russo-americano è riuscito a ricavare l’accesso a ben oltre 50 milioni di profili amici, per cedere poi tale “tesoro informativo digitale” a “Cambridge Analytica”: «Crea un app che sembra un quiz: rispondi alle domande e ottieni un tuo identikit digitale. Così Kogan accumula dati, ufficialmente per fini scientifici» ed «entra in possesso di posizioni geografiche, informazioni sulle pagine seguite, sui contenuti a cui gli utenti mettevano “Mi piace”. (…) Quei dati sono un tesoro: consentono di creare profili molto precisi e mandare messaggi mirati». 

Il terzo uomo è la talpa, Christopher Wylie, ex dipendente di “Cambridge Analytica”, che ha spifferato al Guardian come, di fronte a tale prezioso patrimonio di dati, Mercer, in vista dell’imminente corsa alla Casa Bianca, abbia deciso di investire 15 milioni di dollari in una partnership con SCL per utilizzare le informazioni personali raccolte dall’app di Kogan «per costruire un sistema capace di profilare singoli elettori statunitensi, al fine di indirizzarli con annunci politici personalizzati». 

Wylie, che ha lavorato assieme a Kogan per ottenere i dati basati sulla tecnica cosiddetta di “segmentazione psicografica”, ha spiegato così al Guardian le intenzioni della sua ex azienda: «Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere milioni di profili di persone. E costruire modelli per sfruttare ciò che sapevamo su di loro e bersagliare i loro demoni interiori. Questa è stata la base su cui è stata costruita l’intera azienda».

Fino a qui i fatti. Quello che stupisce però in questa vicenda è l’eccessivo clamore mediatico e l’inusuale attacco a cui è stato sottoposto il social network di Mark Zuckerberg, tutto ad un tratto diventato una piattaforma colpevole di profilare e immagazzinare informazioni sui propri utenti. Si tratta della scoperta dell’acqua calda.

Il primo ad utilizzare Facebook e i principali social media era stato infatti Barack Obama nella sua corsa presidenziale del 2008 e poi, quattro anni più tardi, nel 2012 per la sua rielezione. Eppure, allora nessuno aveva avuto nulla da ridire nei confronti del guru della comunicazione di Obama, Michael Slaby, che, anzi, era stato elogiato ed osannato per le proprie formidabili capacità di stratega dei social media.

Nel dicembre 2012 Slaby era stato anche ospite a Montecitorio, presentato come Chief Innovation and Integration Officer at Obama for America, alla presenza dell’Ambasciatore Usa David Thorne, del vice presidente della Camera dei Deputati, ed altri esponenti politici, giornalisti e blogger.

«Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu», così recita un noto adagio che ricorda come i tanti e comodi servizi online offerti gratuitamente dalle grandi multinazionali dell’high tech come Gmail o YouTube, nel caso di Google, o i popolari social network come Facebook, Instagram e WhatsApp vengano “regalati” agli utenti, a patto che quest’ultimi cedano l’accesso ai loro dati personali decisivi ai fini della profilazione pubblicitaria.

In questo senso, la raccolta di informazioni e dati che, non solo i social network, ma tutti i soggetti presenti in rete, dai siti più piccoli ai grandi portali, fanno attraverso i cosiddetti cookies installati automaticamente nei computer dei propri visitatori, è un proverbiale segreto di Pulcinella.

La profilazione a scopo promozionale è infatti l’arcinoto modello di business dei social network e dei siti che, analizzando i comportamenti dei propri visitatori, seguono e catalogano, una ad una, tutte le innumerevoli tracce che questi lasciano, consapevolmente o meno, sulle loro pagine, attraverso i “mi piace”, la lettura di notizie, le iscrizioni a determinati gruppi, e cosi via, al fine di raccogliere informazioni a sufficienza per stilare un preciso profilo “psicografico” dell’utente da poter poi vendere ai propri inserzionisti sotto forma di pubblicità mirata. In altre parole, l’oggetto dello scambio è cedere privacy in cambio di facilities.

In ultima analisi, l’odierno scandalo “Cambridge Analytica” con il conseguente inaudito attacco mediatico a Facebook e ai social media in generale, dà nuovo valore e significato al dirompente discorso pronunciato dal magnate ungherese George Soros lo scorso 26 gennaio, in occasione del World Economic Forum di Davos, che nel corso del suo abituale discorso annuale sullo stato del mondo, aveva di fatto certificato il fallimento della “rivoluzione di Internet”.

Dopo aver lanciato i suoi consueti strali contro la Russia, definita uno stato mafioso e nazionalista, e gli Stati Uniti di Trump, secondo il filantropo ungherese, avviati sulla stessa strada, era arrivata infatti una sorprendente condanna dell’attuale stato di internet e in particolare dei social network.

Questi ultimi, secondo Soros, si sarebbero trasformati in potenti monopoli, in grado di influenzare il comportamento e la coscienza, specialmente durante il periodo elettorale, delle persone: «queste società e i social media influenzano il modo in cui le persone pensano e si comportano, ben al di là di quanto ne siano consapevoli», per questo, tali business hanno «conseguenze negative di larga portata sul funzionamento delle democrazia, in particolare sulla sicurezza e la libertà delle elezioni».

Parole emblematiche che rappresentavano in realtà le minacciose avvisaglie di un’inedita offensiva alla “società aperta” che, paradossalmente, ha finito con rompere la storica e proverbiale “egemonia culturale” dell’élite mondialista e mettere in crisi il sistema del pensiero unico politically correct. (Lupo Glori)