La Verità è bellezza, in un libro di Corrado Gnerre

Dove lo sguardo trova quiete. La Bellezza come estetica del Vero e del Bene(di Cristina Siccardi) La verità è composta dalla beltà e dall’amore. Dio, che è Verità, infatti è Bellezza perfetta, nonché Amore perfetto. La bellezza è una forma superiore di conoscenza umana, comunicazione più immediata e consapevolezza subitanea, rispetto alla conoscenza intellettiva, che per raggiungere determinati obiettivi deve attraversare tappe ed ostacoli. Disse Benedetto XVI, allora cardinale Joseph Ratzinger, cultore della bellezza: «La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della bellezza che ferisce l’uomo» (cfr. La bellezza. La Chiesa, LEV-Itaca, Roma-Castel Bolognese 2005, pp.11-26). Non per nulla la bellezza ti ruba e ti rapisce, liberandoti dalle catene dell’inquietudine.

Tutto il Creato è un inno alla bellezza: dal firmamento alle galassie, dal caldo sole alla bianca luna, dall’azzurro del cielo al blu delle onde marine, dalle vette imponenti e potenti delle montagne agli incanti del mondo sottomarino… E mentre la rotazione delle stagioni, nelle quali e fauna e flora si muovono, declama la bellezza del Creatore, l’unica creatura ribelle alla Verità e, dunque alla bellezza, è l’uomo, che esce con il suo libero arbitrio (il peccato) dai canoni dell’armonia, dell’ordine, del cosmo per entrare in quelli della bruttezza, del disordine, delle tenebre e del caos. Così le arti umane, mezzi che Dio ha donato per arricchire e riempire l’anima dell’uomo e che dovrebbero comunicare solo bellezza, nell’età contemporanea il più delle volte non raggiungono più tale scopo perché si sono filosoficamente corrotte, allontanandosi dalla Sorgente di ogni beltà.

Corrado Gnerre ha scritto un ottimo e piacevole saggio su tali tematiche, dal titolo: Dove lo sguardo trova quiete. La Bellezza come estetica del Vero e del Bene (Fede & Cultura, pp. 201, € 14,89), quinto volume della collana I libri del ritorno all’ordine, diretta da Gnocchi e Palmaro. L’autore, che aiuta il lettore a gustare ciò che è bello, risponde in maniera esaustiva alle domande «Cosa è la Bellezza? Può l’uomo farne a meno? Ha un rapporto con la Verità e il Bene o potrebbe trovare la propria ragion d’essere solo in se stessa?». La bellezza è nelle grandi opere d’arte, nelle note musicali come in quelle del vento o di un ruscello; essa è nelle parole, quando sono parole di Verità. I Santi hanno guardato alla Bellezza di Dio e la loro anima è guarita dal supplizio del vuoto e della solitudine interiore, permettendo loro di pregustare le bellezze del Paradiso.

La bellezza, come la Verità, non si piega a nessun relativismo: la musica di Bach è bella per se stessa, e ciò che segue i reali canoni della bellezza fa assurgere a Dio, perché la bellezza non solo si fa guardare e ascoltare, ma si fa contemplare, perché essa è manifestazione del Signore. Ci sono espressioni artistiche che sono vere e proprie strade verso l’Onnipotente, Bellezza sublime e suprema, «anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera», affermò Benedetto XVI. «Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo e attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musica di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio» (p. 116).

Al poeta francese Paul Claudel, nel 1886 a Parigi, gli bastò entrare in Notre Dame e ascoltare il canto del Magnificat durante la Santa Messa di Natale per convertirsi al Cattolicesimo… non fece nessun ragionamento: a lui, avvezzo al linguaggio profondo della lirica, fu sufficiente incontrare, in quel meraviglioso contesto, la Bellezza di Dio e di Sua Madre. (Cristina Siccardi)

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