La vera violenza sulle donne? Il disordine sui fini della famiglia

La vera violenza sulle donne? Il disordine sui fini della famiglia
FONTE IMMAGINE: Nel Quotidiano News (https://nelquotidiano.news/)
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Il 25 novembre scorso, in diverse città italiane, si sono tenute una serie di manifestazioni in occasione della “giornata mondiale contro la violenza sulle donne”. Anche la Città eterna non ne è stata esente, con migliaia di persone che si sono radunate a Circo Massimo e hanno sfilato fino a piazza San Giovanni per manifestare il loro dissenso nei confronti del cosiddetto “patriarcato”. Ciò, arrivando persino ad assaltare la sede della Onlus ProVita & Famiglia, cui va la nostra piena solidarietà. A detta degli organizzatori dell’evento, è proprio il “patriarcato” a costituire il male profondo della società, radicato nella nostra cultura, causa della morte di numerose donne. Secondo la narrazione femminista, la violenza sulle donne che ha monopolizzato i giornali e i media nei recenti fatti di cronaca, trova la sua spiegazione in una fantomatica colpevolezza del genere maschile, tanto da invocare un “mea culpa” degli uomini in quanto uomini. Gran parte dei luoghi di transito dei pendolari romani, e persino gli autobus, sono stati letteralmente tappezzati di manifesti riguardanti questo tema, con tanto di patrocinio (ancora il patriarcato!) della Regione Lazio ad una campagna di sensibilizzazione con il volto di Nancy Brilli.

Nessuno nega che possano esistere degli episodi di violenza, ma bisogna cercare di capire che la soluzione non è quella di demolire ulteriormente la famiglia e la distinzione tra uomo e donna. Piuttosto, bisogna cercare di riscoprire la bellezza della famiglia e riconoscere che è proprio in essa che gli uomini e le donne imparano ad essere veramente tali, ognuno con le proprie specificità. È la verità sulla famiglia l’antidoto alle distorsioni di cui tanto si parla. Con l’articolo odierno, si intende continuare a scoprire l’insegnamento morale della Chiesa sulla famiglia, cercando di farlo emergere dal mare magnum di caricature che ogni giorno mirano a screditarlo di fronte all’opinione pubblica.

Un punto su cui si fa particolare confusione, anche tra i cattolici, è quello dei cosiddetti “fini del matrimonio” che poi sono i fini naturali della società domestica, manifestati attraverso il triplice istinto sessuale, parentale e sociale. Il professor Regis Jolivet, già ricordato in un precedente articolo, sulla scorta dell’insegnamento della Chiesa, esplora le finalità naturali della famiglia, distinguendo due ordini, uno primario e uno secondario.

La finalità primaria della società domestica, afferma Jolivet, «consiste nella propagazione della specie umana. La famiglia infatti è imperniata sul figlio, in vista della sua procreazione e della sua formazione fisica e morale, la quale non è che una procreazione continuata e deve preparare il bambino a fare, quando ne sia giunto il tempo, il suo mestiere d’uomo nel miglior modo possibile, con la fondazione di una nuova famiglia». (Régis Jolivet, Morale Speciale, Trattato di Filosofia, vol. V. Morale (II), tr. it. Morcelliana, Brescia 1960, p. 195). Da qui vediamo come la procreazione vada di pari passo con l’educazione della prole e questi due elementi costituiscono insieme un medesimo fine. Dell’importanza dell’educazione avremo modo di parlare più profusamente nei prossimi articoli, ma già da ora si può notare come è proprio dal pervertimento di questo fine primario che scaturiscono i mali del nostro tempo. Molti di questi verrebbero evitati se gli uomini fossero educati ed essere davvero tali.

Ma la finalità della società familiare non si limita alla procreazione dei figli. Per cui ne esiste un’altra, subordinata alla prima, ma non meno importante – giacché “subordinazione”, come già visto per i ruoli di uomo e donna, non implica minore dignità essenziale – che è favorire 1’aiuto reciproco dei suoi membri. La famiglia deve promuovere, afferma Jolivet,«il bene dell’uomo e della donna, la cui personalità si compie psicologicamente e moralmente solo mediante l’intima unione dei sentimenti e delle volontà. Il matrimonio costituisce infatti una comunanza di vita totale dell’uomo e della donna, comunanza che deve completarli e perfezionarli entrambi nell’ordine spirituale stesso, facendoli lavorare insieme e d’accordo all’opera comune e indissociabile della loro perfezione» (p. 195).

Al fine secondario del mutuo aiuto dei coniugi, la Chiesa era solita aggiungere anche il cosiddetto “rimedio alla concupiscenza”. Si deve però comprendere che la soddisfazione dell’istinto sessuale non è fine a sé stesso, ma piuttosto anch’essa subordinata al fine primario del matrimonio. Gli sposi, ricorda il prof. Jolivet, «devono trovare nel matrimonio lo strumento del proprio bene morale e spirituale, che richiede la soddisfazione delle esigenze della concupiscenza per essere completo. Questo acquietamento dunque non è estraneo all’ordine spirituale nel quale si compie e si perfeziona la società degli sposi: esso ne è al contrario un elemento essenziale» (p.196).

Soggiunge il filosofo, che «proprio questo implica che il piacere legato alle relazioni sessuali debba essere cercato nella linea e nella misura in cui resta conforme all’economia divina del matrimonio, vale a dire nelle condizioni volute dal fine oggettivo e naturale dell’atto coniugale, senza escludere di deliberato proposito, e con artifici contro natura, il fine al quale questo atto è primieramente ordinato» (ivi).

È interessante constatare l’equilibrio della visione cattolica sulla famiglia e sul matrimonio, perché offre il giusto valore ad entrambi i fini, ponendoli nel giusto rapporto. A ben vedere, le denunce di certo femminismo contemporaneo al modo in cui viene trattata la donna, sono da ricercarsi non tanto nella dottrina cattolica sulla famiglia, ma bensì proprio nelle distorsioni effettuate nel tempo da chi ne ha pervertito uno o entrambi i fini naturali.

Ricorda infatti il prof. Jolivet, che «l’amore autenticamente umano non può essere concepito come la razionalizzazione di un istinto, che debba porre sotto il controllo della volontà quanto all’origine non è che cieco impulso. L’amore trascende immensamente l’istinto di procreazione» (p. 196).

Sono proprio personaggi come Arthur Schopenhauer (1788-1860) e Sigmund Freud (1856-1939) che, non ammettendo ciò, hanno declassato l’amore ad «una trappola tesa dalla natura per giungere ai propri scopi» e, per conseguenza, la donna «ad un semplice strumento delle intenzioni della specie». La tesi cattolica è differente: «i fini dell’amore oltrepassano la semplice propagazione della specie; questa infatti vi è implicata come frutto di un’ambizione che mira anch’essa al di là della vita, ma per mezzo anche della vita, al progresso ed alla vittoria dell’amore» (p. 196).

Una delle prove di questo è che «il mutuo aiuto, in seno alla famiglia, è per così dire reversibile. Esso si esplica dapprima a favore dei figli, fine primario della società coniugale; ma esso deve esplicarsi anche, secondo la direzione dell’istinto filiale, in favore dei genitori, allorché la vecchiaia, le malattie o le difficoltà della vita impongano a questi ultimi di ricorrere al sostegno ed al soccorso dei figlioli» (p. 196). Non solo, ma «la società domestica deve servire al bene della più grande società, patria e nazione, il cui bene proprio dipende tanto strettamente dalla sanità e dal vigore dell’istituzione familiare, cellula sociale per eccellenza, sul modello della quale si formano e si organizzano tutte le società che vogliono vivere e prosperare» (p. 197). Ed è solo restaurando quest’opera d’arte, che è l’insegnamento cattolico sulla famiglia, che la nostra società potrà sperare nuovamente di prosperare. Diversamente, dovrà prepararsi ad affrontare la propria infausta fine.

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