La Turchia definitivamente fuori dalla UE?

(di Luca Hofer) La Turchia non entrerà mai a far parte della UE. Questa la sintesi di brutale franchezza con cui la Cancelliera tedesca Angela Merkel si è espressa in relazione ai negoziati che da decenni la Turchia porta avanti, con fasi alterne, per fare ingresso nell’Unione europea.

La cancelliera tedesca si è espressa senza mezzi termini sull’esclusione della Turchia dalla UE non solo nel corso del serrato dibattito con il candidato socialdemocratico Schulz, in vista delle prossime elezioni che si svolgeranno in autunno in Germania, ma anche in una sede istituzionale di alto rango come il Bundestag, la camera dei deputati tedesca.

Angela Merkel ha espressamente affermato che il prossimo vertice del Consiglio della UE (che riunisce i capi di stato e di governo dei ventotto Stati membri) dovrà pronunciarsi sulla doppia opzione, ovvero il congelamento dei negoziati o la chiusura degli stessi nei confronti della Turchia. In ogni caso il “diktat” del motore politico ed economico d’Europa, la Germania, è più che sufficiente per indicare la rotta che la UE intende seguire per risolvere l’affaire Turchia.

Di fronte a questa presa di posizione alcune istituzioni politiche della UE, non pochi osservatori politici e mass media politically correct hanno cercato di smussare la portata delle frasi della cancelliera Merkel, attribuendole alla prossima scadenza elettorale politica in Germania ed alle palesi manifestazioni di insofferenza che l’elettorato tedesco ha mostrato nei confronti della pasticciata confusionaria gestione UE del problema dell’immigrazione clandestina e del potere “ricattatorio” esercitato dal Presidente turco Erdogan, che impegnandosi a “sigillare” le frontiere orientali di accesso all’Europa della marea di disperati in fuga da un Medio Oriente in piena anarchia politica, ha ottenuto ingentissimi finanziamenti economici da Bruxelles; la Merkel insomma avrebbe bisogno di riguadagnare la fiducia dell’elettorato tedesco di fronte al fallimento della gestione delle politiche migratorie di integrazione e agli enormi problemi di carattere politico, economico, culturale e religioso che ne sono derivati. Nulla di più errato.

È certo innegabile che la CDU, il partito cristiano conservatore tedesco al governo della locomotiva d’Europa con Angela Merkel da oltre un decennio ha la necessità di smarcarsi dalle posizioni più “buoniste” in tema di immigrazione della SPD, il partito socialdemocratico tedesco, ma è opportuno sottolineare che nel corso del dibattito politico tra la Merkel e Martin Schulz, lo stesso leader socialdemocratico ha riconosciuto la necessità di congelare i negoziati di adesione della Turchia alla UE.

Si svela così un segreto di pulcinella, che in realtà gli analisti di politica estera ed i diplomatici di tante cancellerie hanno sempre conosciuto, a volte sottaciuto, ma mai negato: la Turchia in Europa non può proprio entrare. Le ragioni che spiegano la presa di posizione della leader tedesca sono molteplici, ma chiare, limpide e di assoluta ragionevolezza: soprattutto, se si avesse la pazienza di andare a rileggere e consultare le prese di posizione sul tema dei vari leader tedeschi negli ultimi ventanni, sono assolutamente in linea con la politica estera della Germania, che al riguardo non ha mai fatto mistero della sua avversione all’ingresso della Turchia nella UE.

Lo stesso potentissimo ministro delle finanza Wolfgang Schauble ha espressamente escluso la possibilità di un ingresso della Turchia nella UE. Dal 1963 la Turchia ha avviato i negoziati con l’allora Comunità europea, e da allora solamente un dossier su 33 è stato concluso con il pieno accordo delle parti: la Turchia in buona sostanza non è mai stata in grado di dimostrare di sapersi adeguare ai cosidetti “Parametri di Copenaghen” – gli standard imposti dalla UE ad ogni Stato che intenda farne parte – in materia di democrazia, rispetto dei diritti civili, delle libertà personali, del libero mercato.

Non solo: la Turchia con arroganza continua a non riconoscere il diritto di uno Stato membro della UE, Cipro, ad ottenere la restituzione dei territori della parte nord-est dell’isola, occupati militarmente dalla Turchia fin dal 1973 e denominati pomposamente “Repubblica turca di Cipro del Nord”, una sorta di repubblica delle banane riconosciuta solamente dal governo di Istanbul.

Ma accanto a queste legittime ragioni che in nome della violazione dello stato di diritto impediscono alla UE di riconoscere alla Turchia lo status di partner, è molto più interessante leggere nelle analisi ventennali dei politici e diplomatici tedeschi le vere ragioni dell’ostinato rifiuto del governo di Berlino ad accogliere gli eredi politici della Sublime Porta in Europa. La Turchia ha una popolazione di circa ottanta milioni di abitanti,e forte del sistema di voto ponderato vigente nel sistema normativo della UE, diverrebbe il secondo Stato con il maggior numero di rappresentanti politici nelle istituzioni, subito dopo la Germania e prima della Francia ed Italia.

La Turchia ha una porzione di territorio in Europa pari a solo il 3%, mentre tutta la sua collocazione geografica e geopolitica è sbilanciata sul Medio Oriente, proprio su un’area oggetto di guerre brutali e terrorismo da decenni, in cui il fattore religioso integralista islamico gioca un ruolo da padrone nel determinare gli indirizzi politici delle varie fazioni in lotta.

La Germania legittimamente – e pragmaticamente – ritiene che un eventuale ingresso della Turchia nella UE sarebbe una catastrofe in quanto grazie al peso del numero dei suoi rappresentanti nelle istituzioni la Turchia farebbe orientare pericolosissimamente la bussola della geopolitica europea a favore degli interessi del Medio Oriente, diventando di fatto l’ago della bilancia di ogni decisione a Bruxelles.

Prova provata che i fattori identitari culturali, religiosi ed etnici – tanto vituperati dalla vulgata della globalizzazione politically correct – sono ancora e restano criteri valutativi indispensabili per costruire ponti ed alleanze politiche basate sul rispetto reciproco dei valori di ogni società politica. (Luca Hofer)

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