La strategia geopolitica della Cina per il terzo millennio

(di Luca Hofer) Il governo di Pechino è da mesi impegnato a livello diplomatico nella promozione di un ambizioso quanto strategico progetto di cooperazione internazionale con cui la Cina ha l’intenzione di assumere la leadership politica, economica e militare non solo dell’area del sud-est asiatico, ma addirittura ambisce a sfidare gli USA nel controllo delle principali materie prime a livello planetario.

Il progetto, denominato OneBelt-oneRoad (OBOR), letteralmente “una cintura-una strada”, si è sviluppato da circa tre anni sotto la presidenza di XiJinping, ed ha la precisa volontà di ritornare ai fasti dell’antica “Via della Seta” dell’Impero cinese, attraverso la creazione di una rete fittissima di infrastrutture, ferrovie, strade e linee marittime, gasdotti ed oleodotti che mettano in comunicazione la Cina e l’Estremo Oriente con l’Asia, l’Europa ed il Mediterraneo; permettano alla Repubblica Popolare cinese di assumere l’incontrastato controllo politico ed economico di questi territori influendo sui processi politici decisionali delle economie dei Paesi del Sud-Est asiatico, dell’Asia centrale, del Medio Oriente e della stessa Europa; riducano USA, Europa, India e potenze petrolifere arabe emergenti ad un ruolo di comprimari nelle relazioni internazionali ed impongano infine il pericoloso modello del sistema politico economico di libero mercato gestito da un regime totalitario a partito unico, il Partito Comunista cinese.

Quindi la posta in gioco è altissima, perché con questo colossale sforzo economico la Cina si candida a ridefinire l’intero assetto geopolitico internazionale in grado di scardinare l’attuale sistema degli accordi internazionali in vista di un ipotetico “Nuovo ordine mondiale”: gli effetti di questo processo di accordi bilaterali con tutti i Paesi coinvolti dalla Cina si manifestano però già ora sulle politiche di sicurezza, di difesa e militari in generale, in quanto non pochi Stati temono espressamente l’espansionismo cinese, che sotto le mentite spoglie di un enorme processo di cooperazione economico da cui tutti dovrebbero trarre beneficio, mira in realtà ad imporre lo spietato sistema politico autoritario di Pechino.

Il disinvolto progetto economico politico finanziato da Pechino apre dunque molti possibili fronti di conflitto diplomatico, almeno per ora, ma il futuro immediato ci dirà fino a che punto la Cina sia in grado di mantenere un basso profilo politico militare e non voglia invece manifestare espressamente le proprie ambizioni di dominio imperiale.

L’India, il più grande rivale della Cina nel continente asiatico, che tra pochi decenni supererà demograficamente Pechino (ora la Cina ha un miliardo e cinquecento milioni di abitanti, l’India un miliardo e trecento, ma nell’arco di vent’anni è previsto che la popolazione indiana supererà quella cinese), ha un tasso di sviluppo economico molto elevato, e guarda con enorme sospetto agli accordi conclusi tra governo cinese e Pakistan nel quadro del progetto OBOR: il corridoio economico tra Cina e Pakistan che congiungerà  i due Paesi assicurerà alla Cina un accesso diretto sul mar Arabico attraverso il porto di Gwadar, importante base navale militare pakistana e l’India teme che la Cina possa installare stazioni di navali, rafforzando il suo ruolo militare nel Sud dell’Asia per contenere la potenza indiana.

Un altro motivo di attrito tra India e Cina nel quadro del trattato OBOR è l’appoggio dato da Pechino al Pakistan nello sviluppo di reti di comunicazione nel territorio del Kashmir, che da decenni è oggetto di dura contesa militare tra Delhi ed Islamabad, India e Pakistan. La questione della futura presenza della marina militare cinese nel porto pakistano di Gwadar si inserisce nel più ampio conflitto diplomatico e militare per il controllo dei mari asiatici, che potrebbe destabilizzare a livello di conflitto internazionale il pianeta.

Una prova concreta di quanto scriviamo è dato dalla recentissima apertura della prima base militare navale cinese a Gibuti, nel Corno d’Africa, di fronte alle caldissime coste dei ricchi Paesi produttori petrolio del Golfo Arabico. L’apertura della base di Gibuti è stato un colpo durissimo per gli USA, che proprio nella ex-colonia francese del Corno d’Africa hanno una delle basi militari strategiche più importanti, Camp Lemonnier, a sostegno dell’alleato regime wahabita saudita contro l’Iran, nemico numero uno di USA ed Arabia Saudita.

Legato infatti allo sviluppo del corridoio economico tra Cina e Pakistan è il coinvolgimento dell’Iran, attraverso la creazione di un sistema ferroviario di alta tecnologia, in grado di congiungere il Golfo Persico all’Europa ed alla Cina e di favorire la crescita dell’Iran come produttore di petrolio, antagonista delle monarchie sunnite di feroce osservanza tradizionalista wahabita –  sovente finanziatrici delle scuole e delle moschee islamiche più radicali e fondamentaliste in Europa –  oggi alleate agli USA : ma il confronto militare per la gestione delle materie prime a livello internazionale a questo punto potrebbe degenerare, come in un effetto domino che abbiamo già conosciuto a Sarajevo nella Prima Guerra Mondiale o a Danzica nella Seconda Guerra.

È pacifico per gli analisti che il controllo delle rotte marittime commerciali da e per la Cina siano un punto fermo geopolitico della cosiddetta strategia cinese del filo di perle” che prevede la creazione di una collana ininterrotta di basi strategiche navali nell’Oceano indiano – dal Medio Oriente alla Cina meridionale – con lo scopo di proteggere i propri interessi di sicurezza militare ed economica.

La realizzazione del progetto OBOR, con la realizzazione di partnership con il Pakistan, l’Iran, i Paesi della penisola indocinese, Malaysia, Indonesia, Thailandia, e con la stessa Europa, su cui Pechino esercita un forte pressing per coinvolgere i Paesi UE nel progetto, potrebbe permettere alla fine a Pechino di risolvere il problema dello Stretto di Malacca, controllato dagli USA, da cui transita la quasi totalità delle materie prime importate.

Il punto nodale del progetto di trattato internazionale OBOR verte sul fatto che la Cina dimostra una politica internazionale molto disinvolta se non aggressiva, in quanto mira ad ignorare gli accordi internazionali che regolano la cooperazione tra Stati al fine di indebolire il partner straniero e metterlo in condizioni di subordinazione decisionale, in cambio di benefici economici e finanziari attraverso semplici accordi bilaterali. Nulla di nuovo sotto il sole si potrebbe dire: la Cina sta attuando una politica imperialista con l’aggravante che il modello politico ispiratore di questa strategia è uno spietato regime totalitario di impronta veteromarxista, responsabile della violazione quotidiana dei diritti fondamentali dei propri cittadini e del tutto indifferente ai richiami della comunità internazionale all’apertura al sistema democratico.

L’abbraccio infausto tra liberismo materialista sfrenato e ideologia marxista dei regimi comunisti è un pericolo che lo stesso Augusto del Noce aveva acutamente paventato nei suoi scritti. La Cina ha un sistema politico giuridico palesemente e volutamente antidemocratico e tirannico, e queste considerazioni ci ricordano che gli scenari geopolitici internazionali sono assai più complessi per essere risolti tramite un approccio così unilaterale, se non brutale, ignorando la concertazione della cooperazione tra Stati in condizioni di parità. (Luca Hofer)

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