La scienza cerca risposte sui misteri della coscienza umana e della morte cerebrale?

(Alfredo De Matteo) La coscienza umana, intesa come consapevolezza di noi stessi e dell’ambiente che ci circonda, è tutt’ora un mistero, forse uno dei più grandi della ricerca scientifica. Cosa succede alla nostra coscienza quando dormiamo, siamo sotto anestesia oppure in coma? La scienza non ha che vaghe idee non solamente su come nasca la coscienza ma anche su quale siano esattamente le aree del cervello implicate nel suo complesso funzionamento. Per tale motivo, la Fondazione Templeton ha promosso un concorso del valore di 20 milioni di dollari che nella prima fase metterà a confronto le due teorie più accreditate in materia e che coinvolgerà studiosi di tutto il mondo. Lo scopo principale di tale competizione scientifica è appunto di tentare di svelare i misteri della coscienza, ossia di quell’elemento che ci qualifica come esseri umani e che risulta indispensabile per intervenire sui cosiddetti stati alterati, come ad esempio la condizione vegetativa.

I primi due contendenti saranno la Teoria dello spazio di lavoro globale (GWT) sostenuta da Stanislas Dehaene e la Teoria dell’informazione integrata (IIT) proposta dall’Italiano Giulio Tononi dell’università del Wisconsin. In breve, la prima afferma che il processo di selezione e di condivisione cerebrale controllato dalla corteccia prefrontale del cervello sia quello che noi chiamiamo coscienza. La seconda, afferma invece che la coscienza derivi dall’interconnessione delle reti nervose e che tale processo avvenga nella parte posteriore del cervello.

L’esperimento si articolerà essenzialmente nella registrazione dell’attività cerebrale di diversi soggetti attraverso l’elettroencefalogramma, la risonanza magnetica funzionale e la elettrocorticografia (una sorta di Eeg con gli elettrodi posizionati direttamente sul cervello nel corso di un intervento chirurgico). I ricercatori misureranno la risposta neuronale di una persona quando diventa consapevole di un’immagine: se si attiverà la parte anteriore del cervello sarà una prova a favore della GWT, al contrario prevarrà la teoria della IIT. Attraverso tale competizione-collaborazione, il presidente della Fondazione Templeton si prefigge l’obiettivo di ridurre il numero delle teorie sbagliate e di premiare le persone che dimostrano coraggio nel loro lavoro, soprattutto quando ciò comporta ammettere il fallimento di una teoria e avere l’onestà intellettuale di cambiare idea. Il problema è che non esiste un test definitivo e le teorie sono molto flessibili, al punto che, come i vampiri, sono difficilissime da eliminare, come afferma Cristof Koch, presidente dell’Allen Institute for Brain Science di Siattle.

In effetti, ciò sembra particolarmente vero nel caso della cosiddetta morte cerebrale, secondo cui la cessazione definitiva di tutte le funzioni cerebrali equivale alla morte della persona. Sulla base di tale assunto, il soggetto dichiarato cerebralmente morto viene trattato alla stregua di un cadavere, depredato dei suoi organi vitali oppure privato dei sostegni che lo mantengono in vita. Ma quali sono le prove scientifiche definitivea sostegno di tale teoria? Possiamo essere certi che un individuo cerebralmente morto, o presunto tale, sia da considerare deceduto a tutti gli effetti? Il criterio della morte cerebrale venne istituito nel 1968 da una commissione scientifica istituita ad hoc per risolvere il problema etico legato alla nascente pratica dei trapianti d’organi vitali, senza che venisse portata a supporto di tale tesi alcuna prova scientifica degna di tale nome, come ammisero gli stessi membri del Comitato. Eppure, malgrado l’incredibile mancanza di riscontri scientifici chiari e inoppugnabili il criterio della morte cerebrale continua a costituire la base pseudo scientifica su cui poggia la pratica dei trapianti d’organi vitali; anzi, se dei riscontri ci sono e ci sono stati essi conducono alla invalidazione di una tesi che, a rigor di logica, non può nemmeno essere considerata una teoria ma solamente una mera ipotesi: innanzitutto, le diagnosi di morte cerebrale rivelatosi errate (risvegli improvvisi di pazienti dichiarati morti); secondo, il progredire della ricerca scientifica che ha chiaramente messo in luce come non sia più possibile applicare il termine irreversibile agli stati di coscienza.

In pratica, il criterio della morte cerebrale poggia su assunti scientifici e filosofici mai dimostrati, contrari alla logica, al buon senso e all’evidenza dei fatti, come abbiamo avuto modo di mettere in luce in diverse occasioni. La comunità scientifica saprà prima o poi prendere atto del completo fallimento della teoria della morte cerebrale e cambiare idea sull’argomento?

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