La santa quarantena: invito alla ragionevolezza e al buon senso

(di Cristiana de Magistris) Il tempo di Quaresima è sempre stato considerato dalla cristianità di tutti i tempi una sorta di grande ritiro fatto da tutti i figli della Chiesa che, con quaranta giorni di raccoglimento e di penitenza, si preparavano alla grande festa della Pasqua. Era il mezzo più potente che la Chiesa da sempre prescriveva ai suoi figli per richiamarli dalle effimere attrattive del mondo e per ravvivare in essi la fedeltà al loro unico Signore.

Infatti – scrive Dom Guéranger – «Che cosa siamo quaggiù? Degli esiliati, degli esseri in catene, in preda a tutti i pericoli che Babilonia ci nasconde. Orbene, se amiamo la Patria, se desideriamo rivederla, dobbiamo romperla con le false lusinghe di questo perfido straniero e respingere lungi da noi quella tazza, alla quale s’inebria una gran parte dei nostri fratelli di cattività. Essa c’invita ai trastulli ed ai piaceri; ma le nostre arpe devono rimaner sospese ai salici presso le rive del suo fiume, fino a quando ci sarà dato il segnale di rientrare in Gerusalemme. Vorrebbe impedirci di riascoltare i canti di Sion entro le sue mura, come se il nostro cuore potesse star contento lontano dalla Patria, mentre un esilio eterno sarebbe la pena della nostra infedeltà».

Per sottrarre i cristiani agli allettamenti del mondo, nella società cristiana d’un tempo, durante la Santa Quarantena, si sospendevano le attività nei tribunali e le guerre; erano proibite le nozze e gli sposi erano esortati a vivere in continenza. Tutti i cristiani, riuniti come in una grande milizia, combattevano insieme i loro tre grandi nemici, il mondo, la carne e il demonio, con le tre armi che la Santa Chiesa raccomandava loro in questo santo tempo: la preghiera, il digiuno, l’elemosina.

La Chiesa – scrive dom Guéranger – vedeva in loro «un immenso esercito, che combatte giorno e notte contro il nemico di Dio». Per questa ragione «il Mercoledì della Ceneri essa nella Liturgia chiamava la Quaresima la carriera della milizia cristiana». Si trattava di uno spettacolo che il Cielo e la terra guardavano ammirati, e l’inferno gemeva. Tutti i cristiani, come un esercito spiegato in battaglia, si ritiravano nel deserto della Quaresima per pregare e digiunare col loro Signore, sospendendo, oltre alle guerre e alle attività dei tribunali, anche la caccia. Solo gli annali della storia possono testimoniare quanto sangue è stato risparmiato durante le guerre, grazie alla sospensione delle attività belliche per via della Quaresima. Il digiuno e l’astinenza erano rigorosissimi.

I cristiani rinunciavano a cibarsi di carne e talvolta anche di latticini. Le dispense erano concesse con molta discrezione tanto che, solo per portare uno dei tanti esempi, quando nel 1297 il re Venceslao di Boemia, caduto ammalato, non poteva sostenere i rigori del digiuno quaresimale, si appellò al papa Bonifacio VIII per ottenere la dispensa di mangiare carne. Il Papa incaricò allora due Abati di accertarsi dello stato reale di salute del Re e, ottenutane favorevole sentenza, concesse la dispensa, ma alle seguenti condizioni: che i venerdì, i sabati e la vigilia di S. Mattia rimanessero esclusi dalla dispensa e che il Re prendesse cibo privatamente e con sobrietà. Tale era il rigore e la serietà con cui si dispensava da un obbligo che era considerato tra i più sacri che avesse il Cristianesimo.

La Quaresima si apriva con l’imposizione delle Ceneri che venivano poste sul capo dei fedeli con le parole: «Ricordati, o uomo, che sei polvere e che in polvere ritornerai». Sono queste le vestigia di una più antica cerimonia durante la quale i pubblici peccatori dovevano sottostare ad una pubblica penitenza. Il Mercoledì delle Ceneri il Vescovo benediceva i cilici che essi avrebbero dovuto portare durante la santa Quaresima. Poi, mentre tutti cantavano i Salmi penitenziali, i penitenti venivano espulsi dal luogo santo a causa del loro peccato, come Adamo dal Paradiso terrestre. Essi non deponevano gli abiti della penitenza e non rientravano in chiesa se non il Giovedì santo, dopo aver ottenuto il perdono con la penitenza quaresimale, la confessione e l’assoluzione sacramentale.

Questa funzione venne poi generalizzata e, nel 1091, papa Urbano II prescrisse che le Ceneri fossero imposte anche ai semplici fedeli, poiché tutti abbiamo peccato. «L’osservanza della Quaresima – ammonì solennemente papa Benedetto XIV – è il vincolo della nostra milizia: per mezzo di questa distinguiamo i nemici della Croce di Gesù Cristo, per mezzo suo allontaniamo dal nostro capo i castighi della collera di Dio; con essa protetti dal celeste soccorso durante il giorno, ci fortifichiamo contro lo spirito delle tenebre. Se questa osservanza viene a rilassarsi, è a tutto detrimento della gloria di Dio, a disdoro della religione cattolica, a pericolo delle anime cristiane; e senza alcun dubbio questa negligenza diviene fonte di disgrazie per i popoli, di disastri nei pubblici affari e di infortuni per quelli privati».

Tutta la liturgia Quaresimale della Chiesa era un invito alla penitenza col duplice scopo di emendare la propria vita e scongiurare i castighi di Dio causati dalle nostre colpe. Nella Colletta del Giovedì dopo le Ceneri, ad esempio, la Chiesa così fa pregare i suoi figli: «O Dio, che dalla colpa siete offeso e dalla penitenza placato, riguardate propizio le preghiere del popolo che Vi supplica ed allontanate da noi i flagelli della Vostra collera meritati dai nostri peccati». È dunque la Chiesa stessa che con la sua sacra Liturgia sconfessa, uno per uno, quei cristiani e quegli uomini di Chiesa che negano l’esistenza dei castighi di Dio e la punizione che essi attirano sull’umanità impenitente. 

Ora, che l’osservanza quaresimale si sia rilassata fino quasi a scomparire e che le conseguenze siano state disastrose per la cristianità non v’è chi possa negarlo. Già nel lontano 1966, con la Costituzione apostolica che porta l’ironico titolo di Paenitemini, Paolo VI riformò in modo drastico e radicale tutta la disciplina penitenziale della Chiesa, demandando sconfinati poteri di dispensa alle Conferenze Episcopali, ai Superiori degli Ordini religiosi e ai parroci. Perso sciaguratamente il senso del peccato, per logica conseguenza si è smarrito il senso dell’espiazione, e dunque della penitenza. Ma l’uomo che non controlla i suoi sensi con l’ascesi cristiana è inevitabilmente vittima delle sue passioni, quantunque avvolte nel manto di una non ben definita misericordia.

Che dell’antica e sana disciplina della Quaresima non sia rimasto neppure un lontano vestigio lo prova il fatto che, nel 2010, il compianto Card. Biffi, per esortare i fedeli alla penitenza quaresimale, non poté che appellarsi alla ragione e al buon senso. Nell’omelia del Mercoledì delle Ceneri, disse con la sua immancabile ironia: « L’umanità in molte circostanze sembra affetta da schizofrenia: cerca il proprio bene, e di fatto corre verso il proprio male; esalta l’uomo a parole, e lo avvilisce nei fatti: lo esalta fin quasi a difenderlo dall’amore del suo Creatore e a sottrarlo all’influenza di Dio, che pur vuol solo il suo bene; e lo avvilisce, lasciandolo in balìa dell’egoismo umano, che invece arriva a manipolare e a uccidere. Moltiplica i mezzi che in se stessi non dànno motivo e significato all’esistere e all’agire, e trascura di guardare ai fini e ai traguardi di tutto il suo agitarsi».

La perdita dei valori cristiani – aggiungeva – prima ancora che un peccato contro la religione è un peccato contro la ragione e il buon senso. Ed ecco allora che la Chiesa «ci propone con la Quaresima una cura di ragionevolezza». Molto acutamente, qualche decennio prima, Gilbert K. Chesterton aveva già notato che «il mondo moderno ha subito un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale». Occorre assolutamente recuperare il retto uso della ragione e a questo fine, osservava il Card. Biffi, «la misericordia del Signore ci pone davanti l’antidoto della mortificazione liberamente decisa e attuata, l’antica ricetta della penitenza, divenuta di grande attualità. Ritrovare la strada della rinuncia (…) vuol dire incamminarsi verso la guarigione».

Ancora il grande Principe del paradosso, G. K. Chesterton, aveva detto che «l’uomo moderno non vuol più accettare la dottrina cattolica secondo cui la vita umana è una battaglia; vuole solo sentirsi dire che è una vittoria». Ma nessun uomo si è mai illuso di poter vincere senza prima combattere. E il cristiano, che non abbia smarrito l’uso di ragione e un po’ di buon senso, deve ricordare che appartiene ad una Chiesa “militante” e che il combattimento per tale Madre è il più grande vanto dei suoi veri figli. (Cristiana de Magistris)

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