La Santa Messa imbavagliata: da padre Pio a papa Francesco

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(Cristina Siccardi) Non è semplice per un credente dei nostri giorni comprendere che cosa sia veramente e pienamente la Santa Messa e la ragione è facile da spiegare: la Santa Messa riformata, ovvero rivoluzionata, dal Movimento liturgico presieduto da Monsignor Annibale Bugnini, morto in odore di massoneria, che iniziò ad essere celebrata la prima domenica di Avvento, ossia il 30 novembre 1969 (il 3 aprile 1969, Paolo VI pubblicò la Costituzione apostolica Missale Romanum, che promulgava due documenti relativi alla riforma del rito della Messa: l’Institutio generalis missalis Romani ed il nuovo Ordo Missæ, cioè il nuovo testo della Messa e le rubriche che l’accompagnano), è una celebrazione eucaristica monca e intossicata dottrinalmente. Essa rimanda, di fatto, alla memoria dell’ultima Cena e non al Santo Sacrificio che si rinnova periodicamente e incruentemente sull’altare.

Inoltre, il fedele, distratto dal sacerdote rivolto verso il popolo, dall’assemblea circostante, dai lettori/animatori laici all’ambone, dalla “convivialità” che viene a crearsi intorno alla comunità tutta… e altri abusi liturgici (compreso il prendere fra le mani il Corpo di Nostro Signore, senza neppure più inginocchiarsi di fronte a Lui) non è messo in grado, con il Novus Ordo, di percepire l’essenza della Santa Messa. Un rito bimillenario non costruito a tavolino, ma intorno all’altare. E proprio intorno a questo altare si sono innalzate chiese, abbazie, santuari, monasteri… città, paesi, borghi.

Il sacerdote, da sempre, anche nelle civiltà antiche e pagane, era colui che compiva sacrifici e si rivolgeva verso il Cielo, mai verso gli uomini, così anche per la religione monoteista ebraica, la religione che attendeva il Messia.

Scopo della Santa Messa è quello di adorare Dio nel Suo Corpo e nel Suo sangue, donati dal Figlio al fedele per salvarlo dal peccato e dalla dannazione eterna. Il secondo scopo è quello di rendere grazie a Dio per tutto ciò che riceviamo da Lui, in particolare l’Ostia divina, quando è Cristo stesso a venire in noi. Terzo scopo è quello della propiziazione, che ha per fine la riparazione alla sofferenza che provochiamo a Dio Uno e Trino quando con i peccati ci allontaniamo dalla nostra unica Salvezza, e solo Gesù Cristo può espiare degnamente, attraverso il Suo Sacrificio, le offese fatte a Dio. La Santa Messa è il sacrificio espiatorio perché rende presente, nell’Eucaristia, Cristo stesso in stato di vittima, con il Suo Corpo donato e il Suo Sangue versato per lavare i nostri peccati. «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26, 28). Quarto scopo della Santa Messa è quello dell’impetrazione: l’atto di supplicare Dio, presentandogli le nostre preghiere: Gesù Cristo vive e intercede per noi, presentando al Padre la Sua Passione e la Sua morte in Croce, attraverso la quale ha crocifisso i peccati di tutti coloro che per Suo amore si convertono.


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Da qui si comprende che la Santa Messa è un fatto serio, estremamente serio.
Tale serietà non è più evidenziata con il nuovo e rivoluzionario rito, che si confà perfettamente con la nuova dottrina, quella che ha sposato il mondo e non considera più l’unica Verità Rivelata da Gesù Cristo in persona e trasmessa agli Apostoli e da questi, per Tradizione, ai primi Vescovi e sacerdoti, ai Padri della Chiesa, ai Papi, ai Santi, secolo dopo secolo… fino ad arrivare all’eresia modernista, condannata nel 1907 da san Pio X, ma penetrata nell’ultimo Concilio, quello del 1963-1965, che non ha più condannato gli errori, ma ha esortato la Chiesa tutta ad andare incontro ad essi, fino ad esserne lei stessa intossicata. Ecco i frutti attuali, ecco la confusione di tanti fedeli, ecco tante emorragie dai seminari, dai monasteri come nelle chiese, ecco la distruzione delle famiglie, anche quelle cosiddette «cattoliche», ecco l’insuccesso e l’infelicità dell’odierna «educazione cattolica».

La Santa Messa di sempre, difesa da pochi, ma sopravvissuta, ha continuato a mietere sacerdoti e fedeli, nonostante le persecuzioni ed è stata poi, nel 2007, liberalizzata da Benedetto XVI. Dopo 14 anni di fervida vitalità del Vetus Ordo, in cui sia clero che fedeli continuavano ad accrescere le fila di un Rito tanto nuovo quanto antico, per parafrasare un modo di dire agostiniano, e che permette di aprire gli occhi su quanto accaduto negli ultimi decenni nella Chiesa, sempre più arida di vocazioni e di praticanti, continua ad essere pietra d’inciampo e viene nuovamente colpita al cuore. Papa Francesco con il suo documento Traditione custodes ha esplicitamente detto che il Motu proprio Summorum Pontificum del suo predecessore era inutile, anzi, dannoso. Certamente dannoso per quella Chiesa che ha fatto penetrare il «fumo di Satana nel tempio di Dio» (Paolo VI, Omelia nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29 giugno 1972).

Lo stesso Papa Paolo VI, che nel 1970 promulgò il Messale Romano, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II, concesse personalmente a padre Pio da Pietrelcina l’indulto per continuare a celebrare, anche pubblicamente, la Santa Messa secondo il rito di San Pio V, sebbene, dalla Quaresima del 1965 fosse in attuazione la riforma liturgica. San Pio aveva le sue buone ragioni per aver fatto quella richiesta: la Messa di sempre era perfettamente legata alla dottrina di sempre, Lex oradi e lex credendi sono un tutt’uno inscindibile, nel Vetus Ordo come nel Novus Ordo.


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Le chiese oggi sono sempre più vuote, addirittura chiudono i battenti perché prive di nuove leve sacerdotali, non così laddove si continua a trasmettere il catechismo di sempre e a celebrare la Messa di sempre.

Affermava padre Pio: «Chiedete ad un angelo cosa sia una Messa ed egli vi risponderà con verità: capisco che è e perché si fa, ma non comprendo però quanto valore abbia. Un angelo, mille angeli, tutto il cielo, sanno questo e così pensano» (Padre Tarcisio da Cervinara, La Messa di padre Pio, Edizioni La Casa Sollievo della Sofferenza, San Giovanni Rotondo 1977, p. 41). Diceva anche che la Santa Messa dà a Dio «infinita gloria» e chi vi partecipa riceve «benefici» che «non si possono enumerare», che si comprenderanno solo in Paradiso (C. Morcaldi, La mia vita vicino a padre Pio. Diario intimo spirituale, Edizioni Dehoniane, Roma 2000, p. 187). Inoltre, dichiarava che era più facile al mondo reggersi senza sole, anziché senza la Santa Messa (N. Castello – A. Negrisolo, Il beato padre Pio. Miracolo eucaristico, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, p. 28).

Alla Messa celebrata da padre Pio accorrevano da tutte le parti, venivano anche dall’estero. Nei primi anni della sua permanenza a San Giovanni Rotondo, padre Pio celebrava alle ore 12:00, ma ben presto – viste le persecuzioni, sotto i pontificati di papa Pio XI e Giovanni XXIII – ebbe disposizione di celebrare summo mane, perciò celebrò per diverso tempo alle 4:00 del mattino. Solo negli ultimi anni la Santa Messa iniziava alle 5:00. Oltre all’orario, poco consono ai pellegrini, l’altra difficoltà che si doveva affrontare era la mancanza di pensioni di alberghi in quel territorio. Occorreva, quindi cercare ricoveri di fortuna presso famiglie che offrivano ospitalità, i cui letti occorreva prenotarli almeno un mese prima. Ma nulla poteva scoraggiare i fedeli che accorrevano per assistere alle Sante Messe celebrate da padre Pio. Numerose sono le testimonianze alle quali si può attingere per comprendere come il santo cappuccino celebrava il Santo Sacrificio dell’altare: esse sono la fotografia più autentica di come il santo sacerdote viveva sulla propria carne (lui, stigmatizzato come san Francesco d’Assisi, e primo sacerdote della Storia della Chiesa ad esserlo) la Passione e la Morte di Cristo.


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Le verità di Fede insegnate nel Catechismo si rianimavano nelle menti e nei cuori dei partecipanti, i quali, per la mediazione del santo sacerdote, ritrovavano se stessi e il mondo intero nel dramma della Passione. Tali testimonianze sono concordi nel dire che il tempo sembrava arrestarsi, non contava più. «Padre Pio non rappresenta il dramma di un altro. Lui e Cristo sono intimamente uniti, “Vivo ego, iam non ego…” […] Si direbbe che egli raccolga il mondo intero in quest’atto di offerta. […] I minuti scorrono come gocce di sangue. Comprendo subito che con la Messa aderiamo all’Eterno. Il mistero della croce sfugge alla durata del tempo perché quest’Uomo suppliziato è Dio. In modo ineffabile e inaccessibile alla nostra intelligenza, il Calvario è presente in ogni Messa e noi siamo presenti al Calvario. Verità troppo dimenticata dalle anime nostre, inquiete e volubili!» (Suor M. Immacolata Savanelli FI, Partecipare alla Messa di Padre Pio…, in “Il Settimanale di Padre Pio”, n° 3, 20 gennaio 2019).

La Santa Messa che continua ad essere imbavagliata e perseguitata, ma che seguita ad esistere e a non essere abolita, quella che unisce indissolubilmente la Sacra liturgia con il Sacro deposito della Fede della Tradizione della Chiesa, offre il vero senso del Santo Sacrificio dell’Altare e del Sommo Bene a cui si può attingere. Pure i bambini ne sono attratti e rimangono composti e in religioso silenzio di fronte al Mistero che si compie, perché gesti, incenso, paramenti, sacra musica e sacre formule riconducono ad una sola realtà, quella celeste, che unisce la Grazia alla nostra natura. 

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