La robotica, una nuova forma di sovversione dell’ordine del creato

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Si chiama Ameca e, come hanno ammesso i suoi creatori che lavorano per la società di robotica Engineered Arts, è sicuramente «l’umanoide più avanzato finora realizzato». Su Corriere.tv è stato pubblicato un video in cui è possibile vederlo in azione. Il video vale più di mille parole. Ameca segue con gli occhi il dito di un ricercatore che si muove davanti a lui, presenta espressioni facciali molto realistiche, si ritrae se qualcosa si avvicina troppo a lui e addirittura afferra una mano che cerca di toccarlo. Il tutto con movenze fluide e non meccaniche. “Spaventoso” lo hanno definito gli stessi suoi sviluppatori. C’è da aggiungere che Ameca non è radiocomandato, bensì è programmato per l’autoapprendimento. Infatti le telecamere integrate negli occhi utilizzano il software TensorFlow per l’apprendimento automatico. Da qui il termine “automa”, quasi che la macchina possa scegliere liberamente cosa fare e cosa non fare.

Dall’America finiamo in Cina. Lì alcuni ricercatori hanno messo a punto un procuratore robot. Si tratta di una macchina che, utilizzando l’intelligenza artificiale (AI), sarebbe capace di identificare otto reati comuni tra cui la frode, il gioco d’azzardo e la guida pericolosa analizzando alcuni fatti. In Cina già si usa l’intelligenza artificiale per prevedere quanto un sospettato possa essere pericoloso socialmente. Il determinismo meccanicistico entra nei tribunali e nelle prefetture.

Vi sono moltissimi altri esempi di applicazione dell’AI e di robotica avanzata, ma ci bastino i due casi appena citati per la breve riflessione che andremo qui ad articolare. La robotica e l’AI portano con sé molti effetti positivi, ma anche molti rischi. Qui ne vogliamo sottolineare uno: la personificazione dei robot. Il bioeticista Tristram Engelhart nel Manuale di Bioetica (Il Saggiatore, Milano, 1991, pp. 126s.) scrive: «non tutti gli esseri umani sono persone. I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non persone umane. Tali entità sono membri della specie umana. Non hanno status in sé e per sé, nella comunità morale. No sono partecipanti primari all’impresa morale. Solo le persone umane hanno questo status». Per Engelhart alcune funzioni attuali conferiscono lo status di persona all’essere umano: l’autocoscienza, la razionalità, il senso morale.

Un altro bioeticista, Peter Singer, nel suo Etica pratica (Liguori, Napoli, 1989) si muove sulla stessa lunghezza d’onda. Solo quegli esseri umani capaci di attualizzare alcune facoltà, chiamate “indicatori di umanità”, sono persone. Tali indicatori sono i seguenti: autocoscienza, autocontrollo, senso del futuro, senso del passato, capacità di porsi in rapporto con gli altri, riguardo per gli altri, comunicazione, curiosità.

Non vogliamo qui confutare le tesi di questi due autori, tra i più citati in campo bioetico, bensì vogliamo applicare le loro tesi alla robotica. Guardando il video di cui sopra potremmo pensare che Ameca sia autocosciente: un dito si avvicina a lui e questi si ritrae. Coglie quindi la diversità tra il sé e l’altro da sé. Oppure potremmo ritenere che abbia una capacità di porsi in rapporto volontario con gli altri: afferra il braccio di chi vuole toccarlo, segue con lo sguardo il dito del ricercatore. Più in generale, grazie al programma di autoapprendimento, ci pare che Ameca sia un robot che decida quale azione compiere e che quindi sia un soggetto libero. In breve dato che Ameca ha dato prova di intelligenza – le reazioni agli stimoli ricevuti e la capacità di interrelazione ne sarebbero una prova – e di porre in essere atti liberi, dovremmo concludere che Ameca sia persona, dato che caratteristiche essenziali della persona sono intelligenza e libertà.

Partiamo dalla libertà. Ameca non è libero perché tutto ciò che fa è stato preordinato dai suoi creatori. Facciamo un esempio: un abilissimo giocatore di biliardo riesce a mandare in buca tutte le biglie al primo tentativo, solo colpendo nel modo corretto la biglia al vertice del triangolo di biglie che sono così poste sul tavolo all’inizio di una partita. Le biglie finiscono ognuna in una buca non perché ogni biglia lo abbia deciso liberamente, ma perché sono state così indirizzate dalla intelligenza e libertà del giocatore. Tramite una serie assai complicata di urti reciproci e rimbalzi sulle sponde, le biglie sono state ordinate dal giocatore a finire in buca, sono state mosse a tal scopo da costui e non da loro stesse. È ciò che accade con tutti gli enti creati che si comportano in modo intelligente, ossia perseguono un fine, pur non essendo intelligenti. Lo sviluppo geometrico dei cristalli di un minerale è un fine intelligente, ma non è stato deciso dal minerale che non è un ente intelligente; la sintesi clorofilliana è un fine intelligente, ma non è voluta dalle piante che non sono enti intelligenti; un castoro, che non è un ente intelligente, costruisce dighe ed è un fine intelligente, ma soddisfatto non per libera scelta; il nostro occhio, che non è un ente intelligente, vede – e vedere è un fine intelligente – ma non perché vuole vedere. Funzioni intelligenti a cui gli enti non personali, per loro natura, non possono in alcun modo sottrarsi: le compiono perché determinate per natura a compierle. Tutte queste funzioni intelligenti sono insite in questi enti e, nello stesso tempo, provengono dall’esterno, cioè da Dio che creando ha ordinato ogni ente al suo debito fine.

In modo analogo accade con Ameca: ciò che fa è l’effetto di un programma chiamato di autoapprendimento progettato da alcune persone. Sono i codici inventati dai ricercatori che determinano uno sviluppo della capacità di Ameca nel tempo, come le leggi della botanica regolano lo sviluppo dei vegetali. Ameca necessariamente obbedisce a questi codici, non se ne può liberare, è vincolato ad essi in modo deterministico, così come le biglie dell’esempio di prima finiscono necessariamente in buca perché effetto determinato dal giocatore. Anche noi siamo stati “programmati” da Dio per compiere il bene – ecco il significato di natura umana – ma Dio ci ha anche creati liberi e quindi ci possiamo discostare dai codici divini che ci indirizzerebbero verso il bene. Dunque Ameca ci pare libero, ma non lo è. In realtà è sempre eterodiretto da chi lo ha creato, non sarà mai autonomo, non potrà mai autodeterminarsi. Dato che gli atti di Ameca non sono voluti, possiamo concludere che non sono atti autentici, bensì simulati, proprio perché non liberi, quindi non propri. Se vediamo una marionetta che cammina e saluta, sappiamo bene che non è la marionetta a scegliere di camminare e salutare, ma chi muove i fili legati ai suoi arti di legno. Ameca è solo una sofisticata marionetta, di cui non riusciamo a vedere immediatamente i fili che la legano ai suoi ideatori. E Ameca non è libero perché, come accenneremo più avanti, non ha un’anima razionale.

Passiamo alla intelligenza. Ameca compie sì azioni intelligenti pur non essendo intelligente: afferra cose, segue con lo sguardo chi gli sta di fronte, risponde agli stimoli, etc. Ciò vuol dire che possiede una intelligenza comandata dall’esterno. Così come la funzione della sintesi clorofilliana è funzione sicuramente intelligente che però è presente in un ente privo di intelletto. Dunque Ameca si muove intelligentemente non grazie a sé, ma grazie ai suoi creatori che lo hanno programmato intelligentemente. In un certo qual modo ciò accade anche con le persone: noi abbiamo un’anima razionale che opera in modo intelligente compiendo così atti intelligenti, ma che non abbiamo creato noi, bensì è stata infusa direttamente da Dio. Ma la differenza tra noi e Ameca su questo punto sta ancora nel fattore libertà: noi usiamo di questa intelligenza venuta dall’alto in modo libero, scegliamo quali azioni razionali compiere, Ameca usa dell’intelligenza proveniente dai suoi creatori in modo necessitato, ossia non sceglie quali azioni razionali compiere, bensì sono altri a scegliere per lui tramite codici di programma a cui il robot non può sottrarsi. Ecco perché possiamo dire che gli esseri umani sono enti intelligenti ed invece i robot non lo sono e non potranno mai esserlo.

Un secondo aspetto in merito all’intelligenza che ci distingue da Ameca è il seguente: questa macchina compie alcune azioni intelligenti, ma non potrebbe compiere altre azioni particolarmente intelligenti come l’autocoscienza, la creazione artistica, l’astrazione, l’amare, etc. Questo perché per compiere tali azioni di natura sovrasensibile occorre avere un’anima razionale: effetti metafisici comportano di necessità una causa altrettanto metafisica. E l’“anima” di Ameca è fatta solo di ferro e plastica e non potrà mai avere un’anima razionale. Se compie queste azioni, in realtà sono solo simulate, sono finte: ci sembra che Ameca abbia coscienza di sé, ma è solo un’illusione come un fuoco dipinto su un muro.

Il libero arbitrio e la razionalità sono appannaggio solo delle persone, quindi di Dio, degli angeli e di noi uomini. La persona, come diceva Boezio, è «sostanza individuale di natura razionale» (La consolazione della filosofia. Gli opuscoli teologici – Contra Eutychen et Nestorium, [a cura di L. Orbetello], Rusconi, Milano, 1979, III, 4-5, p. 326). È l’anima razionale che, insieme al corpo, fa dell’essere umano una persona. Lì risiede la nostra capacità razionale (intelligenza) che muove la volontà (libertà) per compiere alcuni atti e che usa del cervello ed eventualmente di altre parti del nostro corpo per porre in essere atti razionali, ossia per attualizzare le proprie potenze/facoltà intellettive. Gli atti comunicativi, di introspezione, quelli artistici, i giudizi morali, etc. mostrano solo la presenza di questa capacità razionale insita nell’anima dell’uomo. Gli enti privi di anima razionale quindi non potranno mai compiere atti razionali in modo autonomo. E quegli enti, tra questi, costruiti da mani umane mostreranno una razionalità la cui causa ultima naturale, come già appuntato, non risiede in loro, bensì nei loro creatori, manifesteranno non una loro intelligenza, ma l’intelligenza di chi li ha costruiti: saranno specchio di una razionalità che non viene da loro. Così come le parole scritte in un libro mostrano non l’intelligenza del libro, ma del suo autore. O come la ragnatela di un ragno appalesa l’intelligenza non del ragno, bensì di Dio. Anche noi, come già detto, mostriamo una razionalità che viene da Dio, ma la possiamo usare in modo libero a differenza degli enti non personali, tra cui i robot. Così si esprime sul punto Tommaso d’Aquino: gli esseri dotati di intelligenza «non sono guidati, ma guidano se stessi nei propri atti al debito fine» (Summa contra Gentiles,III, 1).

Nel campo della roboetica, invece, sempre più si inizia a parlare dei robot come persone, di soggettività robotica, proprio perché i robot appaiono liberi di decidere e capaci di compiere atti intelligenti. Il (falso) sillogismo alla fine è semplice: se persona è un ente intelligente e se un pc compie operazioni intelligenti – ben più intelligenti di quelle che potremmo compiere noi, addirittura sbagliando molto meno di noi umani – allora significa che un pc è persona. Ma, lo ripetiamo, le macchine, pur sofisticate che siano, compiono alcune azioni intelligenti non da sé, per proprio libero arbitrio, ma grazie agli uomini. Non scelgono di compiere queste azioni. Sono solo marionette mosse alla fine da noi umani, mosse da noi persone. E inoltre non potranno mai compiere alcune azioni particolarmente elevate come l’introspezione, i giudizi morali, etc. Un ultimo appunto: tutti i processi rivoluzionari tendono a sovvertire l’ordine del creato. E così abbiamo che i nascituri e le persone non più vigili da anni non sono ancora/non sono più persone e diventano oggetti, invece gli oggetti (Ameca rimane una cosa, un oggetto) sono persone, si umanizzano. Ecco infatti chiamarli umanoidi.

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