La risposta della preghiera nell’epoca del Coronavirus

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(Cristina Siccardi) «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5) dice Gesù e questa è una verità che molti credenti, impauriti, stanno riscoprendo durante la pandemia del Covid-19, così come si riscopre l’importanza della preghiera, della recita del Santo Rosario o della coroncina della Divina Misericordia, come pure si rivitalizzano le antiche devozioni, alle quali nessuno pensava più di dover ricorrere pensando che le pestilenze appartenessero soltanto più al passato (l’ultima pandemia fu quella dell’influenza Spagnola fra il 1918 e il 1920). Anche Papa Francesco, domenica 15 marzo, ha voluto fare un atto devozionale, secondo l’uso tradizionale della Cattolicità, per invocare il soprannaturale, in questa Quaresima di isolamento, di penitenza e di rinunce forzate per tutti, affinché Nostro Signore allontani il carico di dolore, di sacrifici, di morte. Così, il Pontefice è uscito a sorpresa dal Vaticano, accompagnato solo dalla sua scorta, per andare ad inginocchiarsi di fronte al Crocifisso miracoloso che si trova nella chiesa di San Marcello al Corso, nel centro di Roma. Questo Crocifisso, una scultura lignea del XV secolo ed esposto nella quarta cappella a destra, è stato oggetto di profonda venerazione da parte dei fedeli fin dal 1519, quando miracolosamente rimase illeso da un devastante incendio. All’immagine sacra, portata processionalmente per tutti i rioni di Roma, venne attribuita la cessazione della peste nel 1522. Infatti, il Cardinale titolare di San Marcello, Raimondo Vich, spagnolo, per implorare la divina clemenza, promosse in quell’anno una solenne processione penitenziale alla quale parteciparono clero, religiosi, nobili, cavalieri, uomini, donne, anziani e bambini che «scalzi et coverti di cenere a una et alta voce, interrotta solo da singulti e sospiri, di chi li accompagnava, gridavano “misericordia SS. Crocifisso”».

Durante quella processione, durata 16 giorni, il Santissimo Crocifisso fu collocato sopra una macchina portato a spalla per i diversi rioni di Roma e giunse fino alla Basilica di San Pietro. I cronisti dell’epoca concordano nell’affermare che dove passava la processione la peste si dileguava. A seguito di questo secondo miracoloso avvenimento, il Cardinale Vich e molti nobili romani decisero di fondare una Compagnia intitolata al Santissimo Crocifisso, che venne poi eretta canonicamente in Confraternita e i suoi statuti approvati da Papa Clemente VII il 28 maggio 1526. Durante gli Anni Santi, la miracolosa effigie viene portata processionalmente alla Basilica Vaticana e qui esposta alla venerazione di tutti i fedeli.

Nessun omaggio a Lutero, dunque, nessuna preghiera ecumenica o interreligiosa, nessun patto globalista, nessun elogio al Corano, nessun bacio alle scarpe islamiche, nessuna visita alle sinagoghe e nessuna devozione alla Pachamama, come abbiamo drammaticamente visto in questi anni pontificali, ma abbiamo assistito ad un bellissimo gesto cattolico da parte di Papa Francesco: un atto devozionale secondo i crismi della Tradizione, quella che non patteggia relativisticamente con altre religioni o ideologie e che, per sua natura, rimanda, volenti o nolenti, alla Fede autentica. Laddove l’uomo, orgoglioso e superbo, mette disordine, il Dio Uno e Trino rimette ordine, con i Suoi tempi e i Suoi metodi.

Quando il pericolo è grande, tutto il resto viene meno, ideologie ed elucubrazioni, e lo stiamo ben vedendo in questi luttuosi giorni. Ecco, allora, la riscoperta, per molti, delle suppliche e delle preghiere ai Santi protettori contro le epidemie.


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L’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della Conferenza episcopale Italiana ha formulato un’invocazione alla Salus Infirmorum in termini ortodossi; un’accorata preghiera è venuta dall’Arcivescovo di Spoleto-Norcia, Renato Boccardo, rivolta a santa Rita, che curò i malati di peste nel lazzaretto di Roccaporena. Mentre la Madre Badessa del monastero di Santa Rita a Cascia, Maria Rosa Bernardinis, in una supplica rivolta alla Santa degli impossibili e recitata di fronte all’urna che custodisce la salma incorrotta della santa, dice: «In questi tempi difficili che ci vedono fragili e smarriti a causa del virus, mi rivolgo a te amata Santa Rita e chiedo la tua intercessione presso il Signore».

Nel Salento si è esposta la statua di san Rocco di Montpellier. A Galatone, in provincia di Lecce la sua statua è stata esposta sull’uscio della chiesa, stessa cosa è avvenuta nel santuario di Torrepaduli, nel Basso Salento. Fra le preghiere più recitate per chiedere soccorso al pellegrino francese diretto a Roma e che più non fece ritorno in patria per soccorrere gli appestati lungo il suo cammino in Italia, ricordiamo questa: «Rocco, pellegrino laico in Europa, contagiato, incarcerato, tu che hai guarito i corpi e hai portato gli uomini a Dio, intercedi per noi e salvaci dalle miserie del corpo e dell’anima».

Fa capolino, persino, il riscontrare nel Coronavirus l’ira di Nostro Signore, come si può riscontrare a Palermo, che implora la sua patrona, santa Rosalia, che liberò la città dalla peste nel Seicento. In questi giorni tantissimi palermitani salgono sul Santuario del Monte Pellegrino, dove sono custodite le reliquie della “Santuzza” e otto su dieci lasciano sul registro un’orazione alla santa per liberare il territorio dal Coronavirus, come ha rivelato a La Stampa don Gaetano Ceravolo, rettore del santuario. Ceravolo ha sospeso, come in tutta Italia, le Messe pubbliche, ma tiene aperti il santuario e la grotta, ricchissima di reliquie, dove grandi cartelli avvertono della distanza di sicurezza da mantenere.


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Don Gaetano ha spostato le due reliquie della santa, un osso e un dente, più vicino al flusso dei pellegrini, che pregano così: «O cara verginella Rosalia, che con la vostra speciale intercessione liberaste tante volte la nostra patria dai tremendi flagelli dell’ira divina, deh! Intercedete oggi per noi presso il Dio delle misericordie, acciocché non voglia riguardare alla enormità dei nostri peccati per punirci, ma ci accordi invece tempo alla penitenza. Le vostre reliquie che sono in mezzo, ci assicurino della vostra protezione e ci ottengano da Dio la grazia di glorificarlo insieme con voi nel cielo per tutti i secoli dei secoli. Così sia».

Senza più grilli per la testa, la gente sta dando un senso alla vita e alla morte e gli occhi si alzano al Signore della vita e della morte. Il vescovo di Novara, monsignor Franco Giulio Brambilla, ha pregato così davanti all’icona della Beata Vergine del Sangue di Re: «O Madonna di Re, in quest’ora trepida della malattia, che ci minaccia come un male invisibile, siamo venuti qui davanti a Te a pregarti per tutta la nostra gente. Intercedi presso il tuo Figlio, perché allontani il virus che ci insidia, custodisca i piccoli e le persone fragili, soprattutto i nostri anziani che ci donano la sapienza, assista i malati e doni loro la fede nel periodo della prova. Prega il Bambino Gesù che porti tra le braccia, perché Egli benedica le nostre comunità, benedica la nostra terra, benedica il lavoro delle persone operose, benedica la crescita e lo studio dei ragazzi e dei giovani, benedica le nostre famiglie, benedica tutti coloro che non smettono di essere generosi nella carità».

A Gallipoli, in Puglia, all’ingresso del centro storico, è apparsa l’effigie della sua protettrice, santa Cristina, affinché il Coronavirus risparmi la città, già liberata dalla peste per sua intercessione nel 1867.


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Vengono invocati anche san Michele Arcangelo, sant’Antonio abate, san Sebastiano, san Gennaro, a cui il Cardinale Sepe ha compiuto un atto di affidamento, san Cristoforo, santa Giacinta di Fatima, san Giovanni Bosco, che nel 1854 contribuì con le preghiere e l’azione a sconfiggere il colera a Torino. Moltissimi italiani, oggi, corrono con l’anima ai piedi dei santi protettori delle loro città, i cui patronati sono stati a loro assegnati perlopiù perché hanno liberato quei suoli dalle epidemie e dalle catastrofi.

I santi non aspettano altro, che di potersi fare portavoce delle invocazioni delle anime che, umilmente, si sottomettono alla Potenza divina, che esige conversione.

Nella diocesi di Trieste, l’arcivescovo Giampaolo Crepaldi ha composto una preghiera particolare alla Madonna della Salute. Iniziativa specifica anche da parte del Rettor Maggiore don Ángel Fernández Artime, che invita tutti i Salesiani ed i giovani a rinnovare l’affidamento fiducioso a Maria Ausiliatrice. L’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, invece, sulle guglie del Duomo di Milano, ha recitato una supplica, in più lingue, dal titolo «O mia bela Madunina». Nella cattedrale di Bisceglie, ancora in Puglia, è stata allestita un’ostensione straordinaria delle reliquie dei santi Mauro, Sergio, Pantaleone, grazie ai quali la città sconfisse la peste, il colera, le minacce turche e le guerre mondiali.

Le iniziative per implorare soccorso al Cielo si stanno moltiplicando, in un momento in cui non si celebrano Messe, battesimi, funerali, matrimoni, e si spera che con esse si faccia strada la consapevolezza delle coscienze, indicando nei peccati la ragione principale che allontana gli spiriti da Dio, il Sommo Bene. «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13). Dio è Misericordioso perché Giusto: la Sua Misericordia equivale alla Sua Giustizia, che, per Infinito Amore, non smette di chiamare i peccatori alla Salvezza portata da Gesù Cristo attraverso la Croce.

Ha scritto don Davide Pagliarani, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, in una lettera da Menzingen (13 marzo 2020) ai fedeli chiusi in casa e che non possono accedere alla Santa Eucaristia: «Il frastuono mediatico di questi giorni e la paura che noi stessi possiamo avere, non ci devono far perdere questa lezione profonda e facile da capire per i cuori semplici e puri che scrutano i segni dei tempi. La Provvidenza insegna ancora oggi attraverso gli eventi. L’umanità vive – ed ognuno di noi pure – un’opportunità storica per tornare alla realtà, a quella vera e non a quella virtuale, fatta di sogni, di miti, di illusioni. Non lasciamo entrare il mondo nelle nostre case proprio ora che le circostanze e pure le disposizioni governative ci separano dal mondo! Approfittiamone. Diamo priorità ai beni spirituali che nessun microbo può attaccare: accumuliamo i nostri tesori in Cielo, dove né il tarlo né la ruggine consumano. Perché, dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore». 

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