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La richiesta si allarga: “Marino, dimettiti!”

(di Danilo Quinto) Sopiti i clamori di qualche giorno fa – dovuti alla seconda fase dell’inchiesta “Mafia Capitale”, che anche ieri ha avuto i suoi arresti – la richiesta di dimettersi al Sindaco di Roma, Ignazio Marino, è scomparsa dalle prime pagine dei giornali e dai Tg. Il suo “protettore politico”, Matteo Renzi – che ha solo l’obiettivo di evitare lo svolgimento di elezioni anticipate nella capitale, perché le teme – ha difeso a spada tratta un Sindaco che sarà ricordato solo per le sue reiterate e improvvide iniziative a favore del matrimonio tra coppie omosessuali, tanto care anche al suo mentore e che si è dimostrato il peggior Sindaco della storia della capitale.

Eppure, la storia di “Mafia Capitale” intacca profondamente non solo gli anni precedenti la gestione Marino, ma quelli attuali. Ieri, al Comune di Roma si votava la sostituzione temporanea dei quattro consiglieri coinvolti nell’inchiesta. Una “vittoria” per Marino, che ha risposto con sorrisi, applausi e baci ai consiglieri del Movimento 5 Stelle che gridavano «Tutti a casa», «Buffoni», «Dimettiti», «Onestà».

C’è chi ritiene che la mafia a Roma non esista, che si tratti di un caso montato ad arte, che ha riguardato piccoli appalti, che la mafia non è a Roma, ma al Nord. Nulla di più falso e di grossolano, se si legge l’ordinanza del dicembre scorso della Procura di Roma, nella quale si sostiene che “Mafia Capitale” si deve ricondurre all’art. 416bis del codice penale, perché si avvale del metodo mafioso: «Il metodo mafioso viene descritto nella fattispecie attraverso il riferimento alla forza di intimidazione del vincolo associativo e alle condizioni di assoggettamento e di omertà di cui gli associati si avvalgono (…) L’associazione ha conseguito in concreto, nell’ambiente circostante nel quale essa opera, un’effettiva capacità di intimidazione, sino ad estendere intorno a sè un alone permanente di intimidazione diffusa». (…).

Saranno i gradi di giudizio a stabilire il fondamento di quest’impostazione, peraltro confermata dalle motivazioni dei giudici della Corte di Cassazione, che il 10 aprile scorso rigettarono i ricorsi di numerosi personaggi coinvolti nell’indagine con una motivazione nettissima: «Quella che emerge dagli atti dell’inchiesta è un’associazione di stampo mafioso». Del resto, i testi e i video delle intercettazioni diffuse, oltre ai riscontri che sono emersi, convergono ampiamente a considerare coerente la decisione dei giudici.

Se così è – e fino a prova del contrario – non si può non prendere atto dei legami solidissimi che quest’organizzazione ha avuto non con alcuni settori della politica, ma con un intero sistema, che appare al servizio della legalità. Dagli elementi obiettivi che sono emersi, si deduce chiaramente che nulla si poteva fare a Roma – neanche i lavori di ristrutturazione della Sala del Campidoglio – senza venire a patti con “Mafia Capitale”, che poteva contare, in base a quello che raccontano le cronache, perfino di una “talpa” al Quirinale. Per non parlare degli appalti pubblici – quasi al 100% inquinati – del cosiddetto “welfare sociale”, un mondo potentissimo nel nostro Paese e dell’enorme business legato al settore dell’immigrazione.

Se così stanno le cose, che senso ha continuare un’esperienza fallimentare come quella dell’amministrazione guidata da Ignazio Marino, che sotto i suoi occhi ha visto il rafforzarsi di legami strettissimi tra la politica e personaggi che ungendo i loro contatti e così si esprimevano: «una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso». Si può attendere che il Prefetto di Roma concluda la sua inchiesta relativa allo scioglimento dell’Amministrazione, con relativo commissariamento, mentre c’è un Sindaco che vede dissolvere la sua giunta non per l’influenza primaverile, ma per le decisioni della magistratura? (Danilo Quinto)