La realtà supera la fantasia: una gravidanza fa emergere la follia transgender

La realtà supera la fantasia: una gravidanza fa emergere la follia transgender
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Gli ultimi giorni del mese di gennaio sono stati segnati da un’accesa discussione su un caso singolare riguardante una donna che, dopo aver intrapreso un percorso di transizione per poter essere considerata a tutti gli effetti un uomo, è rimasta incinta. I medici hanno scoperto una gravidanza di cinque mesi proprio nel momento in cui si accingevano ad un intervento di isterectomia, ossia la rimozione chirurgica dell’utero. Tale intervento viene eseguito, ad esempio, nell’ambito della ginecologia oncologica, per tipologie di tumori che non rispondono ad opzioni di trattamento più conservative. In questo caso, lo scopo era quello di una volontaria menomazione per adattare il corpo al genere percepito. Se avessero potuto, avrebbero proceduto ad un aborto, uccidendo quell’innocente nel grembo materno, pur di soddisfare l’insana richiesta della donna. Con un accento di malinconico delirio, una giornalista di Fanpage si è spinta a dire che, «essendo all’anagrafe un uomo, non può accedere all’IVG e, se vorrà portare a termine la gravidanza, non è chiaro in quale veste avverrà il riconoscimento del figlio». Ma c’è di più: questo episodio si presenta a valle di un altro, avvenuto il 16 luglio scorso. Un uomo, pur non essendosi sottoposto ad alcun intervento, ha ottenuto di essere definito all’anagrafe con un nome femminile, scavalcando persino il contenuto della pur iniqua legge 164 del 1982, la quale prevede che si possa procedere ad una rettifica di riattribuzione del sesso solo «a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali».

È il caso di osservare che siamo ben lontani dall’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, il quale ci ricorda che non è la realtà a doversi adattare al pensiero, ma è quest’ultimo che deve necessariamente riconoscere la realtà che ad esso preesiste. È questo il senso dell’adagio “Veritas est adaequatio rei et intellectus”: la verità sta nell’adeguamento dell’intelletto alla realtà delle cose (S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 16, artt. 1-2). Seppur nella loro particolarità e assurdità, casi come quello della donna transgender in gravidanza ci insegnano che alla realtà non si può sfuggire: questa donna, a dispetto di quanto asserito dagli accaniti sostenitori delle agende LGBT, non potrà mai essere un uomo. Allo stesso tempo, a nessun uomo sarà mai dato di essere una donna. Questo perché la componente sessuale non è determinata solo a livello di fenotipo (ciò che vediamo esternamente del nostro corpo, come ad es. gli organi genitali) ma anche a livello di genotipo (il corredo genetico tra uomo e donna è sostanzialmente diverso, distinguendosi tra XY e XX, rispettivamente). E questo a voler solo considerare la parte materiale che costituisce l’essere umano. Ma ve n’è un’altra, più nobile, un principio immateriale senza il quale il nostro corpo non potrebbe vivere e che ci determina come persone: l’anima umana razionale. Sta qui la differenza sostanziale e insopprimibile tra l’uomo e la donna. La cultura materialista contemporanea non può tollerare l’esistenza di un’anima; di più, non può tollerare che essa esista per un atto creativo diretto di Dio e che sussista per deliberazione divina in ogni istante tanto che, se per assurdo il Sommo Artefice cessasse di sostenerci nell’essere, ripiomberemmo nel nulla da cui ci ha tratto.

Gli episodi a cui ci stiamo preoccupantemente abituando, ci spingono necessariamente a delle riflessioni sui limiti che l’uomo ha di disporre del proprio corpo. Non possiamo che farlo con le parole di chi ci ha preceduto e che, prima di noi, ha affrontato in profondità questo genere di problemi, pur non immaginando a cosa saremmo arrivati nel giro di pochi anni. Il 12 novembre 1944, il Sommo Pontefice Pio XII, rivolgendosi ai medici dell’Unione Italiana Medico-Biologica “San Luca” affermava che, formando l’uomo, «Iddio ha regolato ciascuna delle sue funzioni; le ha distribuite fra i diversi organi; ha determinato con ciò stesso la distinzione fra quelli che sono essenziali alla vita e quelli che non interessano se non l’integrità del corpo […]; al medesimo tempo Egli ha fissato, prescritto e limitato l’uso di ciascuno; non può dunque permettere all’uomo di ordinare la sua vita e le funzioni dei suoi organi a suo talento, in modo contrario agli scopi interni ed immanenti ad essi assegnati. L’uomo non è il proprietario, il signore assoluto del suo corpo, ma soltanto l’usufruttuario. Da qui deriva tutta una serie di principi, e di norme, che regolano l’uso e il diritto di disporre degli organi e delle membra del corpo e che s’impongono ugualmente all’interessato e al medico chiamato a consigliarlo». E continuava affermando che non è lecito «sacrificare gli interessi eterni ai beni temporali, anche fra i più pregiati, come neanche sarà lecito di posporre questi ultimi ai volgari capricci e alle esigenze delle passioni» (tondi nostri).

Qualche anno più tardi, l’8 novembre 1952, il medesimo Pontefice tornava ad esprimersi sulle verità riguardanti la sacralità del corpo umano in un discorso indirizzato ai partecipanti al Congresso scientifico nazionale italiano dello Sport e della Educazione fisica. In particolar modo, osservava come l’anima e il corpo, pur essendo armoniosamente congiunti in una mutua unione, non sono al medesimo grado di nobiltà: «il corpo non occupa nell’uomo il primo posto, né il corpo terreno e mortale, com’è ora, né quello glorificato e spiritualizzato, come sarà un giorno. Non al corpo tratto dal limo della terra spetta il primato nel composto umano, ma allo spirito, all’anima spirituale».

E proseguiva affermando che il pensiero religioso e morale riconosce l’inesprimibile fascino di bellezza e di vitalità che la natura ha elargito al corpo umano. Ma essa va molto oltre. Infatti, «insegnando a ricollegarlo alla sua prima origine, gli attribuisce un carattere sacro, di cui le scienze naturali e l’arte non hanno per se stesse alcuna idea. Il Re dell’universo, a degna corona della creazione, formò, in una maniera o nell’altra, dal limo della terra l’opera meravigliosa del corpo umano e gli spirò in volto un soffio di vita, che fece del corpo l’abitazione e lo strumento dell’anima, val quanto dire, innalzò con esso la materia al servizio immediato dello spirito, e con ciò accostò ed unì in una sintesi, difficilmente esplorabile dalla nostra mente, il mondo spirituale e quello materiale, non solo con un legame puramente esteriore, ma nella unità della natura umana. Così innalzato all’onore di essere abitazione dello spirito, il corpo umano era pronto a ricevere la dignità di tempio stesso di Dio, con quelle prerogative, anzi anche superiori, che spettano ad un edificio a Lui consacrato». L’episodio ricordato espone in maniera drammatica un radicale allontanamento della cultura odierna dall’antropologia cristiana descritta in queste parole. Eppure, non v’è necessità più urgente che ritornare al modello che essa esprimeva. Se faremo trionfare la grazia di Dio nei nostri cuori, non saranno solo insegnamenti di un lontano passato, ma potranno costituire il nostro radioso futuro.

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