La PAV sulla pandemia: un documento poco cattolico

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(Tommaso Scandroglio) «L’humana communitas nell’era della pandemia: riflessioni inattuali sulla rinascita della vita» è un documento redatto dalla Pontificia Accademia per la Vita (PAV) che mette a tema l’attuale pandemia da Coronavirus.

Sicuramente vi sono molti aspetti condivisibili di questo documento: il ruolo della globalizzazione nella diffusione e nello sforzo di contenere la pandemia, il dramma della morte, lo stravolgimento di alcune condotte sociali, la presa di coscienza della fragilità e della finitezza umana, l’impossibilità ora di dirsi completamente autonomi, la vita come dono, il doveroso accesso universale alle cure e molti altri.

Ma accanto a queste note intonate, ve ne sono altre assai stonate. Non possiamo qui passarne in rassegna tutte e dunque ne evidenziamo solo due. La prima: la causa principale della epidemia, secondo la PAV, andrebbe ricercata nella mancanza di rispetto dell’ambiente: «L’epidemia di Covid-19 ha molto a che vedere con la depredazione della terra e la spoliazione del suo valore intrinseco. Si tratta di un sintomo del malessere della nostra terra e della nostra incapacità di occuparci di essa; […] Saremo in grado di risanare la frattura con il nostro mondo naturale, che troppo spesso ha trasformato le nostre soggettività assertive in minaccia al creato, agli altri?

[…] L’aumento della deforestazione spinge gli animali selvatici in prossimità degli habitat umani. I virus presenti negli animali, quindi, si trasmettono agli uomini, esacerbando, in tal modo, la realtà della zoonosi, un fenomeno ben conosciuto dagli scienziati nella diffusione di molte malattie. La domanda esagerata di carne nei paesi del mondo sviluppato ha dato vita a enormi complessi industriali per l’allevamento e lo sfruttamento del bestiame. È facile constatare come queste interazioni possano alla fine provocare la diffusione di un virus, mediante il trasporto internazionale, la mobilità di massa delle persone, i viaggi di affari, il turismo, ecc.


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[…] Questo virus è il risultato, più che la causa, dell’avidità finanziaria, dell’accondiscendenza verso stili di vita definiti dal consumo e dall’eccesso. Ci siamo costruiti un ethos di prevaricazione e disprezzo nei confronti di ciò che ci è dato nella promessa primordiale della creazione. Per questo motivo, siamo chiamati a riconsiderare il nostro rapporto con l’habitat naturale. A riconoscere che viviamo su questa terra come amministratori, non come padroni e signori».

Qualche riflessione. Ad oggi la causa che ha provocato la diffusione del virus non è nota. Potrebbe essersi verificato un errore di sperimentazione sul coronavirus in qualche laboratorio, potrebbe esserci stato – ipotesi ancor più probabile – colpa o addirittura dolo nell’aver sottovalutato da parte delle autorità cinesi questo virus o nell’aver taciuto la sua pericolosità alla comunità scientifica internazionale, una persona potrebbe essersi infettata involontariamente essendo venuta in contatto con un animale portatore del virus.

La PAV non spreca una parola per queste possibili cause, ma chiama in causa la scarsa coscienza verde di tutti noi. Viene però da chiedersi come la «depredazione della terra» e la relativa avidità finanziaria potrebbero essere la causa della epidemia. Anzi, forse è l’ambientalismo che ha contribuito a provocare il caso zero. Infatti l’ambientalismo predica l’uguaglianza tra uomini e animali: non c’è salto ontologico tra i primi e i secondi. Dunque da sempre l’ideologia verde inneggia alla promiscuità sociale tra persone e animali. Questa confidenza potrebbe, per mera ipotesi di scuola, aver portato alla prima infezione.


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Asserire poi che l’aumento della deforestazione sia concausa del Covid, perché a causa di ciò gli animali si sarebbero spostati nei centri abitati, appare davvero coraggioso. In primis i dati a livello mondiale ci dicono che la superficie boschiva è in aumento. In secondo luogo, dato che la genesi della pandemia è stata individuata in quel di Whuan (ovviamente non manca chi asserisce il contrario), occorrerebbe provare che nei pressi di questa città è in atto un processo di deforestazione e che a Whuan scorrazzano animali selvatici. Infine occorrerebbe provare che questi animali selvatici abbiano trasmesso il virus. Detto tutto ciò, pare che il vettore privilegiato sia il pipistrello o il pangolino che sarebbero entrati in contatto con l’uomo non certo a motivo della deforestazione.

In merito poi ai processi di macellazione, l’espressione «la domanda esagerata di carne» pare sottendere che mangiare carne sia una colpa morale e che il virus sia l’effetto di questa mancanza di moderazione nel consumo di carne.

In breve, chiamare in causa l’ambientalismo appare uno stereotipo che accondiscende al politicamente corretto e nulla c’entra con le cause della pandemia. E per fortuna che il titolo del documento della PAV ci aveva promesso riflessioni “inattuali”.


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Ma la nota più stridente di questo documento è una nota che non si sente perché non c’è. Nelle 4.240 parole di cui è composto il documento non compaiono mai termini come Dio, Gesù, Chiesa, fede, carità, salvezza, peccato, preghiera e simili. La PAV legge la presente pandemia meramente sotto una prospettiva secolarizzata/temporale, non spirituale, immanente, non trascendente (tra l’altro, come visto, usando criteri discutibili e con imbarazzante disinvoltura). Parla sì di conversione, ma non a Dio, bensì «al nostro senso di responsabilità». Dato che il documento proviene da un organismo pontificio ci saremmo aspettati una lettura non simile a quella che poteva fornire un qualsiasi istituto di sociologia, bensì una lettura semplicemente cattolica. La PAV non si interroga su cosa Dio voglia dirci con questa pandemia, non indica connessioni tra il mondo fenomenico e realtà preternaturali, non suggerisce soluzioni di carattere spirituale come la preghiera, il digiuno e la conversione dei cuori. In sintesi l’interpretazione del fenomeno Covid è alieno da qualsiasi riflessione teologica. L’approccio offerto è invece schiacciato verso il basso e si risolve, tra l’altro, in un incolore fervorino, pieno di principi generici e frasi fatte, anche inutile, perché, nella stessa prospettiva, si sono già formulate analisi di ben altro spessore elaborate da centri di ricerca e studi internazionali. Ancora una volta abbiamo un insegnamento in cui la metafisica e la fede vengono sostituite da una certa spiccia fenomenologia e da un anelito alla solidarietà tra le persone. 

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