La nascita dell’Humanae Vitae alla luce degli Archivi Vaticani

(di Roberto de Mattei) All’inizio del 2017, papa Francesco ha costituito una “commissione di studi”, per preparare il 50mo anniversario dell’enciclica Humanae Vitae (25 luglio 2018).

L’esistenza di questa commissione “segreta” è stata portata alla luce qualche mese dopo da due pubblicazioni cattoliche, Stilum Curiae (http://www.marcotosatti.com/2017/05/11/humanae-vitae-voci-su-una-commissione-di-studio-vaticana-per-esaminare-lenciciclica-di-paolo-vi/) e Corrispondenza Romana (https://www.corrispondenzaromana.it/il-piano-di-reinterpretazione-della-humanae-vitae/).

La commissione, coordinata da mons. Gilfredo Marengo, ha il compito di reperire negli Archivi vaticani la documentazione relativa al lavoro preparatorio della Humanae Vitae, che si svolse durante e dopo il Concilio Vaticano II.

Il primo frutto di questo lavoro è il volume di mons. Gilfredo Marengo, La nascita di un’Enciclica. Humanae Vitae alla luce degli Archivi Vaticani, edito dalla Libreria Editrice Vaticana. Altre pubblicazioni forse seguiranno e altri documenti saranno presumibilmente sottoposti, in via privata, a papa Francesco. 

Da un punto di vista storiografico, il libro di mons. Marengo è deludente. Sulla genesi e sulle conseguenze dell’enciclica Humanae Vitae, inserita nel contesto della rivoluzione contraccettiva, il miglior libro resta, a mio parere, quello di Renzo Puccetti, I veleni della contraccezione (Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2013).

Lo studio di mons. Marengo contiene tuttavia alcune novità. La più rilevante è la pubblicazione del testo integrale di un’enciclica De nascendi prolis (pp. 215-238), che, dopo cinque anni di tormentati lavori, Paolo VI approvò, il 9 maggio 1968, fissandone la data di promulgazione per la solennità dell’Ascensione (23 maggio).

L’enciclica che mons. Marengo definisce «un rigoroso pronunciamento di dottrina morale» (p. 104), era già stampata in latino, quando avvenne un colpo di scena. I due traduttori francesi, mons. Jacques Martin e mons. Paul Poupard, espressero pesanti riserve per l’approccio troppo “tradizionale” del documento.  Paolo VI, impressionato dalle critiche, lavorò personalmente a numerose modifiche del testo, mutandone soprattutto il tono pastorale, che divenne più “aperto” alle sollecitazioni culturali e sociali del mondo contemporaneo.

Due mesi dopo, la De nascendi prolis si era trasformata nella Humanae Vitae. La preoccupazione del Papa fu di fare in modo che questa nuova enciclica «fosse accolta nel modo meno problematico possibile» (p. 121), grazie non solo alla riformulazione del suo linguaggio, ma anche alla svalorizzazione del suo carattere dogmatico (p. 103). 

Mons. Marengo ricorda che Paolo VI non accolse l’invito giuntogli dall’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, di emanare una «Istruzione pastorale, per riaffermare senza incertezze l’autorevolezza della dottrina di Humanae Vitae, a fronte del diffuso movimento di contestazione di cui fu oggetto» (p. 128).

L’obiettivo, o almeno il risultato, del libro di mons. Marengo, sembra essere quello di relativizzare l’enciclica di Paolo VI, che appare come fase di un complesso percorso storico, che non si conclude con la pubblicazione dell’Humanae Vitae, né con le discussioni che ad essa seguirono. Non si può «pretendere di dire una parola ‘definitiva’ e chiudere, semmai ce ne fosse bisogno, dibattiti decennali» (p. 11). 

Sulla base della ricostruzione storica di mons. Marengo, i nuovi teologi che si richiamano alla Amoris laetitia, diranno che l’insegnamento della Humanae Vitae non è cambiato, ma va compreso nel suo complesso, senza limitarsi alla condanna della contraccezione, che ne costituisce solo un aspetto. La pastoralità – si aggiungerà – è il criterio per interpretare un documento che ci ricorda la dottrina della Chiesa sulla regolazione delle nascite, ma anche la necessità di applicarla secondo un saggio discernimento pastorale. Si tratta, in ultima analisi, di leggere l’Humanae Vitae alla luce della Amoris laetitia.

L’Humanae Vitae fu un’enciclica sofferta (così la definì lo stesso Paolo VI) e certamente coraggiosa. L’essenza della Rivoluzione del Sessantotto era infatti nella formula «è vietato vietare», uno slogan che esprimeva il rifiuto di ogni autorità e di ogni legge, in nome della liberazione degli istinti e dei desideri.

La Humanae Vitae, reiterando la condanna dell’aborto e della contraccezione, ricordava che non tutto è permesso, che esiste una legge naturale e una autorità suprema, la Chiesa, che ha il diritto e il dovere di custodirla. La Humanae Vitae non fu però un’enciclica “profetica”. Lo sarebbe stato se, ai falsi profeti del neo-malthusianesimo, avesse osato opporre le parole divine «Crescete e moltiplicatevi» (Genesi 1, 28; 9, 27).

Non lo fece, perché Paolo VI, nel suo timore di urtare il mondo, accettò il mito della esplosione demografica, lanciato nel 1968 dal libro di Paul Ehrlich, The population bomb. Nel 2017, lo stesso Ehrilch è stato invitato da mons. Marcelo Sánchez Sorondo a ribadire le sue teorie sulla sovrappopolazione al congresso organizzato dalla Pontificia accademia delle Scienze sul tema Estinzione biologica. Come salvare il mondo naturale da cui dipendiamo (27 febbraio-1 marzo 2017).

 L’autore descriveva in questo volume gli scenari catastrofici che attendevano gli abitanti della Terra se non si fossero presi provvedimenti per contenere la crescita della popolazione. Ciò che l’enciclica giustamente condanna è la contraccezione artificiale, ma senza rifiutare il nuovo “dogma” della necessaria riduzione delle nascite. Alla Divina Provvidenza, che fino ad allora aveva regolato le nascite nelle famiglie cristiane, l’Humanae Vitae sostituì invece il calcolo umano della “paternità responsabile”. 

Il Magistero della Chiesa afferma però, in maniera dogmatica, che la contraccezione non va condannata solo perché metodo in sé innaturale, ma anche perché si oppone direttamente al fine primario del matrimonio, che è la procreazione. Se non si afferma che il fine procreativo prevale su quello unitivo, si potrà sostenere la tesi che la contraccezione può essere lecita quando pregiudica l’“intima communitas” dei coniugi.

Giovani Paolo II riaffermò con vigore l’insegnamento dell’Humanae Vitae, ma la concezione di amore coniugale diffusasi sotto il suo pontificato è alle origini di molti equivoci. Rimando, per quest’aspetto, alle puntuali osservazioni di don Pietro Leone, pseudonimo di un ottimo teologo contemporaneo, nel suo libro La famiglia sotto attacco (Solfanelli 2017).

Negli ultimi cinquant’anni, grazie anche ad una concezione fuorviante dei fini del matrimonio, gli insegnamenti pontifici vennero disattesi, e tra i cattolici si sono ampiamente diffuse la pratica della contraccezione e dell’aborto, le convivenze extra-matrimoniali, l’omosessualità. L’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia rappresenta l’esito di un itinerario che viene da lontano.

Ripetendo quasi testualmente le parole pronunciate il 29 ottobre 1964 nell’aula conciliare dal cardinale Leo-Joseph Suenens. «Può darsi che abbiamo accentuato la parola della Scrittura: ‘Crescete e moltiplicatevi’ fino al punto di lasciare nell’ombra l’altra parola divina: ‘I due saranno una sola carne’», papa Francesco ha affermato nell’Amoris laetitia: «Spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione» (n. 36).  

Capovolgendo queste parole, potremmo dire che negli ultimi decenni abbiamo accentuato quasi esclusivamente la parola biblica «I due saranno una sola carne», fino al punto di lasciare nell’ombra l’altra Parola divina: «Crescete e moltiplicatevi». E’ anche da questa Parola, ricca di significato, che dobbiamo ripartire per una rinascita non solo demografica, ma spirituale e morale, dell’Europa e dell’Occidente cristiano. (Roberto de Mattei)

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