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La nascita del Re dei re

(Cristiana de Magistris) Il vero Re pacifico, il Principe della pace, Colui che doveva insegnarla durante la vita e lasciarla in eredità dopo la morte, volle che la sua nascita fosse preceduta da quella pace universale in cui il mondo riposava sotto il regno di Augusto. «Se guardiamo la storia – nota san Girolamo – troviamo che in tutto il mondo dominò la discordia fino all’anno 28 di Cesare Augusto. Con la nascita del Signore, invece, tutte le guerre cessarono». E in quel giorno benedetto e lungamente atteso, il primo dei tempi nuovi, l’Augusto imperatore non immaginava che sarebbe stato iscritto nei registri nel censimento un nome più grande del suo; ignorava che un Bambino nato in una stalla avrebbe fondato un regno più vasto del suo immenso impero, e che, infine, l’umanità, sottratta alla tirannia dei Cesari, avrebbe datato i suoi fasti gloriosi non più dalla nascita di Roma, ma dalla nascita di quel povero Infante. Celebriamo, dunque, questo giorno che Dio, creatore del tempo, ha fatto per la nascita nel tempo del Verbo generato dall’eternità. Mentre il mondo era immerso nelle tenebre dell’ignoranza e del godimento, venne al mondo il Salvatore, nella solitudine e nel silenzio di un piccolo borgo della Giudea, ignorato e rigettato da coloro che veniva a salvare.

Il Messia era stato promesso più volte col nome di Salvatore nell’Antico Testamento (Is 19, 20; Zc 9, 9). Ma era stato preannunziato soprattutto come Re. Dalla Genesi, che presenta la profezia del patriarca Giacobbe (49, 8), al vaticinio di Natan al re Davide, che annuncia il futuro re messia (1 Cr 17, 11-14); dai Salmi, che a più riprese celebrano la regalità del Signore (Sal 2, 71 e 109), al profeta Isaia, che preannuncia la nascita del Principe della pace il cui dominio non avrà fine (Is 9, 2.5-6); da Geremia, che annuncia i nuovi tempi messianici (Ger 23, 5), a Michea che determina il luogo di nascita dell’atteso re (Mic 5, 1-3), fino a Daniele, che preannuncia la consegna della sovranità universale al Messia: «il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto» (Dn 7, 13-14).

Dunque, il Bambino di Betlemme, che adoriamo tra le braccia della Vergine Madre, avvolto in umili pannicelli, è un re, anzi è il Re dei re, il Re universale. Gli Ebrei dispersi su tutta la terra erano persuasi che dalla Giudea dovesse nascere un re e impadronirsi del mondo. Giustamente attendevano un re, erroneamente pensavano ad un liberatore politico. Egli infatti veniva non a liberare il suo popolo dalla schiavitù dei romani, ma a distruggere il peccato e fondare un regno non politico e temporale, ma spirituale ed eterno, che “non avrà fine”. Se il mondo, immerso nelle tenebre, non comprese la regalità sovrana del piccolo Bambino di Betlemme, il cielo la testificò con due avvenimenti che gli Evangeli si sono premurati tramandarci con ogni più fine dettaglio. Il Signore attraverso un angelo si rivelò ai pastori, attraverso una stella ai Magi: mentre la terra tace, i cieli spirituali e i cieli materiali, gli spiriti celesti e gli astri annunciano le grandezze del nato Re. Nascosto in una stalla, è proclamato dal cielo. Ai Pastori un angelo annuncia: «Non temete: eccomi a recarvi la nuova di una grande allegrezza, che avrà tutto il popolo: perché è nato oggi a voi un salvatore, che è il Cristo Signore. Ed eccovene il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia» (Lc 2, 10-11). Il Cristo è il Messia atteso, ma il Signore è il re divino d’Israele. «Quanto è ammirabile – commenta il Martini – il contrasto che Dio ha voluto che fosse tra le umiliazioni del Verbo fatto carne e i miracoli di grandezza tutta divina che in mezzo alle stesse umiliazioni risplendono! Nasce egli da madre povera ma vergine; nasce in una stalla, è posto in una mangiatoia, ma tutto riempie intorno di luce celeste; è annunciato dall’angelo ai pastori; ha al suo servizio la celeste milizia, la quale lo riconosce e lo predica per suo Dio e Signore»: è dunque un Re divino colui che si nasconde sotto le spoglie di un piccolo bambino, tra le umiliazioni più inaudite di una nascita umana senza splendore e senza gloria. Ma la testimonianza dei Magi che, guidati da una stella, giungono a Gerusalemme inizia a sollevare il velo del mistero, proclamando essi, con una domanda piena di santa parresia, la regalità e la divinità di Colui che ansiosamente cercano: «Dov’è il nato re dei giudei? Abbiamo visto in Oriente una stella e siamo venuti ad adorarlo» (Mt 2, 1-2).

Questi saggi erano partiti dal lontano Oriente per cercare nessun altro che il re dei Giudei. Molto probabilmente avevano conosciuto le profezie veterotestamentarie attraverso i Giudei dispersi, e la teofanica stella li aveva guidati verso quel re che essi avevano compreso esser un re ben diverso dai re della terra. «Molto appropriatamente – afferma Cornelio a Lapide – una stella guidò i Magi a Cristo, il Re dei re, poiché la stella, con i suoi raggi risplendenti, ha l’aspetto di una corona regale, e perciò è l’emblema del re e del suo regno». Erode fu turbato all’arrivo dei Magi, ma inutilmente. «Perché temi Erode – scrive un pio autore –, sentendo parlare di un’altra regalità? Il regno di Cristo non ha nulla in comune col tuo. Il tuo palazzo non potrebbe contenere questo Bambino, e questo Neonato, maestro del mondo, non si contenta della tua potenza, Lui che regnerà su tutta la terra. Ah, maledetti coloro che tremano davanti alla culla di questo bambino: che faranno davanti al tribunale del giudice? E se temono un re il cui regno non è ora di questo mondo, che faranno nel giorno terribile in cui verrà a distruggere i re nella sua ira?».

Giunti a Betlemme, seguendo la stella, i Magi si trovarono ad ammirare uno spettacolo d’arcana bellezza, così lontano dalla maestà e l’eleganza del palazzo di Erode. Ma ai loro occhi, pieni di fede e di amore, la stalla apparve una reggia, la culla un trono, e quel bambino un re. Essi non videro – scrive san Leone Magno – un Dio nella sua potenza, che comandava ai demoni e risuscitava i morti; essi videro un bambino dolce e pacifico sulle ginocchia di sua madre. Nessun segno di grandezza intorno a Lui, ma molti segni di abbassamento; perché tutta la vita di questo Signore, che ha vinto il mondo e l’inferno, cominciò dall’umiltà e si consumò nell’umiltà; e il coraggio della sofferenza non è mancato a quel Bambino più di quanto la dolcezza dell’infanzia abbia accompagnato l’uomo-Dio. E i Magi l’adorarono: si prostrarono a terra come usano gli orientali e riconobbero come loro Re e Salvatore quel piccolo Bambino inerme, avvolto in fasce, tra le braccia della Madre. Ma la fede dei Magi andava ben oltre che ciò che vedevano con gli occhi della carne. Avevano compreso che Egli era l’agnum dominatorem terrae profetizzato da Isaia (16, 1): un agnello, che con la sua mansuetudine avrebbe dominato la terra, al quale offrirono i loro doni: l’oro come a re, l’incenso come a Dio e la mirra come a uomo mortale.

Se la nostra devozione si strugge davanti al Bambino di Betlemme, abbassatosi per noi fino a prendere la nostra debole natura nelle incalcolabili umiliazioni di Betlemme, la nostra fede vede in quel divino Infante non un re, ma il Re dei re, che dalla sua culla, tra il bue e l’asinello, regge il mondo, da vita alla Madre, governa le stelle, domina gli angeli, soggioga i demoni, permette il male, sostiene gli eletti, nutre i suoi crocifissori. È re nella povera stalla non meno che nel Cielo empireo alla destra del Padre. E se pieni di fervore cantiamo a quel Bambino i nostri inni natalizi più toccanti, se intoniamo ai suoi piedi, tra lacrime di commozione, l’immortale “Tu scendi dalle stelle”, la nostra fede, con un colpo d’ala, ci trasporta oltre quell’umano paesaggio e, dischiudendoci i cieli, ci fa inneggiare alla gloria di Colui che a Betlemme come in Cielo regna sovrano nei secoli dei secoli: Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat.