La liceità della pena di morte è una verità di fede cattolica

La liceità della pena di morte è una verità de fide tenenda, definita dal Magistero ordinario e universale della Chiesa, in maniera costante e inequivocabile. Chi afferma che la pena capitale è, in sé stessa, un male, cade nell’eresia.   

 L’insegnamento della Chiesa è stato chiaramente espresso nella lettera del 18 dicembre 1208, in cui Innocenzo III condanna la posizione valdese, con queste parole, riportate dal Denzinger: «De potestate saeculari asserimus, quod sine peccato mortali potest iudicium sanguinis exercere, dummodo ad inferendam vindictam non odio, sed iudicio, non incaute, sed consulte procedat» ( Enchiridion symbolorum,definitionum et declaratium de rebus fidei et morum, a cura di Peter Hünermann S.J., n. 795). (Per quanto riguarda il potere secolare, affermiamo che si può esercitare la pena di morte senza peccato mortale, a condizione che la vendetta sia esercitata non per odio, ma per giudizio, non in maniera imprudente, ma con moderazione).  

La medesima posizione fu ribadita dal Catechismo del Concilio di Trento (Parte terza, n. 328), dal Catechismo maggiore di san Pio X (Parte terza, n. 413) e dal nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2267). Papa Francesco ha firmato ora un rescritto che modifica il Catechismo con questa nuova formulazione: «La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che ‘la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona’, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo».

Secondo il Prefetto della Congregazione per la Fede, cardinale Luis Ladaria, il nuovo testo segue le orme dell’insegnamento di Giovanni Paolo II nell’enciclica  Evangelium vitae, ma la differenza è radicale.  Giovanni Paolo II, in Evangelium vitae,   ritiene che la Chiesa, nelle attuali circostanze storiche debba essere favorevole alla abolizione della pena capitale, ma afferma che la pena di morte non è  per se ingiusta e il comandamento «non uccidere» ha valore assoluto solo «quando si riferisce alla persona innocente» (nn. 56-57). Papa Francesco giudica invece in sé inammissibile la pena capitale, negando apertamente una verità infallibilmente definita dal Magistero ordinario della Chiesa.

Per giustificare questa variazione si fa appello alle mutate condizioni sociologiche. Nel rescritto di papa Francesco si dice infatti che «Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi».

Però la nozione di “dignità umana” non muta, a seconda dei tempi e delle circostanze storiche, così come non muta il significato morale della giustizia e della pena. Pio XII, spiega che quando lo Stato ricorre alla pena di morte, non pretende di essere il padrone della vita umana, ma riconosce soltanto che il criminale, mediante una sorta di suicidio morale, ha privato se stesso del diritto alla vita. Secondo il Papa, «anche quando si tratta dell’esecuzione capitale d’un condannato a morte, lo Stato non dispone del diritto dell’individuo alla vita. È riservato allora al pubblico potere di privare il condannato del bene della vita, in espiazione del suo fallo, dopo che, col suo crimine, esso si è già spogliato del suo diritto alla vita» (Discorso del 14 settembre 1952, in Discorsi e Radiomessaggi vol. XIV, p. 328 ).

Da parte loro, i teologi e i moralisti, nel corso dei secoli, da san Tommaso d’Aquino a sant’Alfonso de’ Liguori, hanno spiegato come la pena di morte non si giustifica solo con la necessità di tutelare la comunità, ma ha anche un carattere retributivo, in quanto ristabilisce un ordine morale violato, ed ha un valore espiativo, come fu la morte del Buon Ladrone, che lo unì  al supremo sacrificio di Nostro Signore.

Il nuovo rescritto di Papa Francesco esprime quell’evoluzionismo teologico, condannato da san Pio X nella Pascendi e da Pio XII nella Humani generis, che non ha niente a che vedere con lo sviluppo omogeneo del dogma di cui tratta il cardinale John Henry Newman. La condizione per lo sviluppo del dogma è infatti che le nuove affermazioni teologiche non contraddicano l’insegnamento precedente della Chiesa, ma si limitino ad esplicitarlo e ad approfondirlo.

Infine, come nel caso della condanna della contraccezione, non ci troviamo qui di fronte ad opinioni teologiche su cui è lecito dibattere, ma a verità morali che appartengono al Depositum fidei e che quindi è obbligatorio accettare per rimanere cattolici. Ci auguriamo che i teologi e i Pastori della Chiesa intervengano al più presto per correggere pubblicamente quest’ultimo grave errore di papa Francesco. (di Roberto de Mattei)

(LifeSiteNews, 3 agosto 2018)

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