La legge 194 tutela l’obiezione di coscienza?

(di Alfredo De Matteo) Il tribunale di Genova ha condannato il ginecologo obiettore Salvatore Felis, in servizio presso l’ospedale San Martino, a nove mesi di reclusione e altrettanti di interdizione dai pubblici uffici per essersi rifiutato, nel 2014, di eseguire le ecografie previste per verificare gli esiti di un aborto farmacologico.

I giudici hanno ritenuto irrilevante il fatto che lo stesso ospedale non ebbe nulla da eccepire in relazione al comportamento del ginecologo obiettore ma attribuì la responsabilità del “disservizio” ad un problema organizzativo inerente la struttura stessa. Tuttavia, la denuncia della donna “vittima” di tale incidente avviò le indagini della procura che sono poi sfociate in un processo contro il coraggioso medico ed alla sua condanna.

Il dottor Felis ha sempre contestato le accuse mossegli dalla procura sulla base di cui l’ecografia non rientrerebbe direttamente nell’atto abortivo, mettendo in evidenza l’unitarietà della procedura abortiva e il suo diritto-dovere morale di non partecipare in alcun modo alla soppressione di un essere umano. In effetti, ben si è comportato il nostro, dal momento che non partecipare ad un aborto significa non prendere parte ad alcuna procedura ad esso collegata, sia essa diretta o indiretta.

Tuttavia, la questione è un’altra: cosa prevede la 194/1978 in merito all’obiezione di coscienza? Essa è garantita dalla legge? in quale misura? L’articolo 9 della legge 194 recita così: «L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento».

Pertanto, al di là della natura chiaramente ideologica e punitiva della sentenza del tribunale di Genova è possibile affermare che l’accusa mossa dalla procura trova fondamento normativo nella stessa legge 194, che di fatto non tutela il diritto all’obiezione di coscienza ma lo limita alla sola partecipazione all’atto abortivo in quanto tale. Del resto, la legge 194 ha inteso trasformare un delitto in un diritto della donna, la quale ha pieno potere di vita e di morte sul bambino che porta in grembo.

La possibilità prevista dal legislatore di esercitare l’obiezione di coscienza da parte del personale medico e ausiliario si prefigge solo l’obiettivo di occultare la natura occisiva della legge, non certo di garantire in modo serio l’obiezione di coscienza; tant’è che dopo quarant’anni e oltre sei milioni di vittime ufficiali c’è ancora qualcuno in ambito pro life che si appella a quella presunta natura garantista della legge che non trova però alcun riscontro nella realtà della sua applicazione né in quella delle aule dei tribunali .

D’altra parte, come ha osservato l’arcivescovo di Trieste Giampalolo Crepaldi in una nota relativa al caso  della farmacista di Monfalcone che si era rifiutata di vendere la pillola abortiva, l’obiezione di coscienza non è un valore in sé, ma solo quando obbedisce alla legge naturale e divina.. “Viceversa, anche una donna incinta potrebbe fare obiezione di coscienza a che il figlio nasca. E non si può contemporaneamente convalidare l’obiezione di coscienza della farmacista che non vuole collaborare ad un aborto e l’obiezione di coscienza di una mamma che vuole invece abortire. Solo il primo può essere un diritto contemplato. Il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza non può fondarsi solo sul diritto ad essere coerenti con la propria coscienza, ma dovrebbe estendersi ai fondamenti oggettivi ed indisponibili della coscienza. Ma questo esula dalle possibilità della cultura giuridica di oggi, purtroppo.” (Alfredo De Matteo)

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