La Kellogg’s tra i maggiori sponsor del Gay Pride d’Atlanta

Kellogg'sAumenta, purtroppo, il numero di imprese “gay friendly” all’insegna del peggior “politically correct”. Oggi anche dar cereali a colazione ai nostri figli potrebbe… provocare qualche mal di pancia. Non tanto per il prodotto in sé (sebbene vi sia chi, come il neurologo David Perlmutter nel libro The Surprising Truth About Wheal, Carbs and Sugar – Your Brain’s Silent Killers, abbia messo in guardia circa il loro effettivo valore nutritivo) quanto per le scelte di campo compiute da una grande azienda del settore, la Kellogg’s. Ch’è stata uno dei maggiori sponsor ufficiali del Gay Pride d’Atlanta, svoltosi ad ottobre. Con tanto di slogan: «Qui alla Kellogg’s – recita la pubblicità predisposta per l’occasione – cresce la cultura che rispetta ed accoglie l’orientamento sessuale dei propri dipendenti, l’identità di genere e la sua espressione, cosicché l’intero organico possa sentirsi autenticamente e pienamente coinvolto». Osservando bene l’immagine dell’annuncio, si nota anche in basso a destra un messaggio, che precisa come l’azienda sia stata indicata dal gruppo attivista gay Human Rights Campaign quale «uno dei luoghi migliori ove lavorare per l’uguaglianza Lgbt».

A darne notizia, è stato il periodico on line Nouvelles de France. Che ha così commentato: «Ci si domanda che ci stia a fare una marca di cereali per bambini ad un Gay Pride, dove esibizionismo e volgarità sono la norma. Tony (la tigre mascotte dei Frosties di Kellogg’s) vuole avvelenare i vostri figli con l’ideologia gay. Giù le mani!».

Forte e vibrata anche la protesta immediatamente giunta dall’American Family Association, che ha lanciato un appello per il boicottaggio di questo prodotto, commentando sul suo profilo Facebook: «Hanno anche messo un annuncio sulla ‘Guida Pride’ ufficiale. A quanto pare la tigre Tony vuole assicurarsi che tutti i vostri bimbi indossino le ‘strisce arcobaleno’ con orgoglio». Un post, che in pochissimo tempo ha ricevuto oltre 800 commenti favorevoli.

Ma l’azienda ha risposto picche alle reazioni indignate, dichiarandosi anzi «onorata d’esser stata nominata nella Top 50 delle società per la diversità di DiversityInc e d’aver ottenuto un punteggio perfetto nella campagna Corporate Equality Index dell’Onu». Nessun ripensamento, nessuna incertezza, nessuna titubanza, insomma. A render ancora più assurda la decisione, è la consapevolezza d’andar così contro i propri interessi di mercato: un prodotto per l’infanzia, che combatte la famiglia e contribuisce a snaturarla sostenendo le lobby Lgbt, pianifica il proprio fallimento. Nel giro di pochi anni.

E se tornassimo a proporre ai nostri figli pane e marmellata?

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