La guerra degli Outhi

La guerra degli Outhi
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Le concessioni commerciali fatte dagli israeliani ai cinesi per il porto di Haifa, se hanno pagato nell’immediato, hanno poi presentato un costo pesante. La guerra degli Outhi di questi giorni ne è la prova eloquente: vengono prese di mira navi container destinate ad Israele che generalmente partono dall’India. Il 26 dicembre l’ambasciata israeliana in India è stata interessata da esplosioni nei suoi immediati paraggi. E le navi container cinesi evitano con questo pretesto di consegnare in Cina. Gli Outhi, secondo quanto riportato da IranNtl la scorsa settimana, sono pagati 100 dollari al mese dall’Iran mentre i militanti di Hezbollah, tecnicamente e storicamente più preparati, ricevono mensilità pari a 1.000 dollari.

Il problema volutamente insoluto è proprio l’Iran. Sebbene il regime dei mullah manovri da lungo tempo finanziando oltre un migliaio di lanci di missili contro Israele, il linguaggio israeliano suggerisce un approccio puramente politico. Purtroppo rimane pervasivo a livello politico inconscio in Israele un approccio semi-socialista e il governo di Netanyahu è stato invitato la scorsa settimana a dimettersi – comprensibilmente – dall’ex direttore del Mossad dalle colonne del Times.

Israele rischia di diventare qualcosa come lo Stato di Fichte. Il professor Pezzimenti ha scritto che «Fichte arriva a considerare la società civile come il risultato di una evoluzione storica inarrestabile. Società civile ritenuta superiore allo Stato ridotto a puro strumento della società stessa». Se prevarranno insomma nello Stato baluardo dell’Occidente in Medio Oriente le pulsioni morbide, Israele diverrà uno Stato fallito.

Di fatto le proposte allestite nelle ultime settimane di far pervenire via terra, da Bahrein ed Emirati Arabi e poi Arabia Saudita, i rifornimenti di generi alimentari e di base, fanno capire bene a quale grado di affievolita percezione dell’interesse nazionale abbiano portato gli ultimi anni, con i conclamati Accordi di Abramo. Ad ogni modo si tratterebbe, per dare un riferimento, di far viaggiare 300 tir al giorno sulla tratta Emirati – Israele (https://www.jns.org/uae-israel-land-corridor-operating-despite-war/). Israele deve concentrarsi sul recupero della definizione nazionale facendo attenzione ai vari processi di elargizione della cittadinanza ai suoi cittadini arabi (circa il 40% della popolazione entro i confini di Stato) e dovrebbe rivedere una serie di questioni relative alle concessioni ai cinesi (porto di Haifa) e ai russi.

Per concludere in tema Iran: gli Outhi, ha detto il portavoce dell’US National Security Council, John Kirby, ottengono «i mezzi, gli strumenti, le tecnologie e le armi dall’Iran per condurre le loro operazioni», anche se poi Kirby non ha risposto quando gli è stato chiesto se fosse l’Iran a dirigerli. Lo stretto preso di mira dagli Outhi, all’imbocco del Mar Rosso, vede il transito consistente di navi container cinesi destinate all’Europa che si trovano già, e sempre più saranno, in una situazione incerta al punto che la maggior compagnia energetica inglese, la BP, ha interrotto le operazioni nell’area. Non dimentichiamo che l’Etiopia ha già colto l’occasione per sfondare verso il mare e riconquistare terreno non a danno dell’Eritrea (quindi senza mettere in difficoltà gli Emirati che hanno una base in quel territorio conteso, da cui si partiva per attaccare gli Outhi in Yemen) ma con un patto con la Somaliland.

In un comunicato riportato da Politico del 19 dicembre, fonti del Pentagono hanno spiegato che il costo di costruzione di un drone yemenita è di 2,000 dollari, mentre per abbatterlo si spende tra 1 milione e 4.3 milioni di dollari. L’Iran è dentro l’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (proprio con Russia, Cina, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, India e Pakistan), e Mosca ha esteso l’invito a Teheran per accedere ai Brics. Se Israele non dovesse tornare sui suoi passi distanziandosi da Mosca e Pechino, sconterebbe gli investimenti russi in Iran pari a 2,76 miliardi di dollari fra il 2022 e il 2023.

Per concludere dobbiamo inquadrare i rapporti attuali tra Stati Uniti e Iran dopo il fallito accordo di settembre per il pagamento di 6 miliardi di dollari all’Iran contro la restituzione di ostaggi importanti. Il Washington Post ha scritto che l’accordo «finanziato con le vendite di petrolio iraniano, e consentiva a vari enti – non al governo iraniano – di accedere ai fondi pari a 6 miliardi, solo a condizione che l’Iran fornisse una documentazione esauriente che dimostrasse che il denaro sarebbe stato utilizzato per scopi umanitari. I funzionari statunitensi avrebbero dovuto approvare ogni transazione. Il denaro era stato trasferito in Qatar da banche della Corea del Sud per facilitare l’accordo» ma l’agenzia di intelligence NSA ha avuto potere dirimente in materia alla luce della guerra in Israele e Gaza.

Gli ostaggi iraniani rilasciati a settembre erano figure di varia identità: un politologo, un soggetto coinvolto nel traffico d’armi, un altro incriminato nel 2019 per aver trasmesso dati sensibili all’Iran e un altro che nel 2021 fu indicato come responsabile per aver esportato hi-tech in Iran; più un tale coinvolto nel traffico illegale di tecnologia informatica. Per United against Iran alla lista dei rilasciati si aggiungevano il businessman Emad Shargi e Morad Tahbaz, un ambientalista di nazionalità tripla, iraniana, americana, inglese. Fintanto che la ragion di Stato non troverà un accordo tra i due Paesi, sarà in pericolo l’esistenza di Israele. Nel frattempo, piace, per così dire, chiudere su una nota locale da parte di chi scrive. Il 29 gennaio in centro a Rimini, in spazi gestiti dalla Curia o perlomeno a lei riconducibili, verrà ospitato un evento organizzato dalla locale comunità musulmana a proposito della Palestina dimenticata – anche con l’apporto di testimoni italiani. Una riprova di quanto l’amnesia identitaria dell’Occidente sia un discorso di lunga durata, che tocca la legge naturale, i valori, ecc.

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