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La fine del berlusconismo (e forse del PD)

(di Danilo Quinto) Il dato più eclatante dell’Italia che cambia – se ai sondaggi si può dare ancora un valore ‒ è contenuto nell’analisi elaborata dall’Atlante Politico di “Repubblica”, condotto da “Demos” nei giorni scorsi. Nella classifica di gradimento dei leader, Berlusconi occupa l’undicesima posizione. Chiude la graduatoria, che è aperta da Letta, seguito a poca distanza da Renzi. Alfano, il “patricida”, è quarto, addirittura dopo la Bonino. Tanto è di moda, la Ministro degli Esteri, che la sua uscita sui due marò ‒ «non sono sicura della loro innocenza», ha detto ‒ non fa alcun effetto sugli italiani.

Dopo la pasionaria radicale, Epifani, il leader dello sconquassato Pd fino a una settimana fa, che ha preso fiato ed energia per celebrare il suo congresso, dove è già decisa l’elezione del Sindaco di Firenze, pronto a sostenere Letta per altri dieci anni, come ha dichiarato, pur di giungere trionfante ad occupare “la sala dei bottoni”, che diviene, dopo vent’anni, di nuovo democristiana.

Chi si schiera per il Presidente del Consiglio, inneggia anche alla “fine del berlusconismo”. Una qualche ragione ce l’ha. Non si sa neanche più come chiamarlo il rassemblement di centrodestra. Partito della Libertà, Forza Italia o Partito della Libertà per Alfano premier? Quagliariello, Sacconi e Formigoni o Santanchè, Brunetta e Capezzone? Diciamo la verità, non è che la scelta – se mai scelta vi dovrà essere – sia entusiasmante. Stiamo parlando di persone – e molte altre ce ne sono – che hanno costruito la loro carriera politica grazie a Silvio Berlusconi e ora, gli uni vogliono farlo da parte, gli altri si aggrappano, da satrapi, al leone ferito. Dal punto di vista elettorale, sia gli uni che gli altri – da soli – possono aspirare ad un risultato da prefissi telefonici. Sbandierano l’adesione di parlamentari alla costituzione di nuovi gruppi, pur sapendo che una cosa sono i “nominati” e gli eletti grazie a Berlusconi, altra cosa sono i voti da prendere alla prossime consultazioni. «Ne ho portato una carrettata di voti al PDL, in questi anni», dice Formigoni.

A parte la volgarità dell’espressione, che accomuna i cittadini agli ortaggi che si trovano sulle bancarelle dei mercati, davvero una persona accorta come Formigoni può ritenere che sarebbe eletto nel prossimo Parlamento senza l’apporto di Berlusconi? Si può, in coscienza ‒ posto che questa esiste ancora ‒ far finta di non comprendere che per come è stato costruito e per come si è proposto, per le cose che ha promesso e non ha realizzato, il centrodestra di Berlusconi non lascia alcuna eredità seria e di prospettiva per il Paese? L’intera sua classe dirigente si è adagiata, in questi anni, sull’esposizione mediatica del suo leader, sulle sue risorse economiche, che sono servite a sostenere le campagne elettorali e a far eleggere persone che in altri tempi non sarebbero stati chiamati neppure alla responsabilità di dirigere un condominio e non ha avuto il coraggio di contrastare ‒ con gli strumenti della democrazia e della politica ‒ l’accanimento giudiziario di settori ampi della magistratura. Ora, Berlusconi è solo, ma fa ancora paura.


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Anche al PD, che senza il “nemico” di questi vent’anni da abbattere, non sa che pesci prendere. «Al Capone è all’angolo, ma può ancora colpire», scrive Eugenio Scalfari, per il quale «il serpente è tramortito, ma ci mette poco a riaversi e mordere ancora». Quindi, dovete farlo fuori definitivamente il “caimano” e prestare attenzione al voto del Senato sulla decadenza. È lì che si gioca il finale di partita. Capirà Berlusconi, forte dei suoi tanti errori del passato ‒ chi non ne fa? ‒ che c’è ancora un’Italia che non vuole essere dominato da una cultura giacobina di questo tipo? Saprà difendere, ancora una volta, coloro che non vogliono morire comunisti e democristiani e tanto meno berlusconiani? (Danilo Quinto)