La festa dell’Esaltazione della Croce

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(Giovanni Tortelli) Nell’ottava della Natività della Beata Vergine Maria, l’8 settembre, il 14 dello stesso mese la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Croce. L’Incarnazione di NSGC, resa possibile dal semplice «fiat» di Maria – un soffio alitato fra incommensurabili purezze – aprì all’uomo la via della salvezza, che è la Verità, che si fece Persona, finalmente a compimento e superamento della Legge. Ma l’Incarnazione non si compì veramente che nell’atto della morte sulla Croce.

Nella sua sapienza, la Chiesa volle fissare la festa dell’Esaltazione della Croce, non solo come memoriale del legno sul quale fu inchiodata e si compì la vita terrena di Gesù, ma come simbolo di spirituale «esaltazione», cioè di innalzamento: il legno, che fu segno di maledizione e di sofferenza, diviene per ciò stesso la gloria di Cristo che sconfigge la morte.

La Croce è dunque un segno che si è sempre accompagnato alla Gloria del Signore: «Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria» (Mt. 24, 30).

E anche l’Apostolo ribadisce il rapporto fra la Croce e la Gloria del Signore: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno [Dt. 21,23]» (Gal. 3, 30). La festa dell’Esaltazione della Croce ricorda dunque il ritorno glorioso di Cristo, ed è la festa che anticipa l’ultimo giorno in cui il Risorto apparirà a tutte le genti nella sua potenza regale per esercitare il giudizio.

Le espressioni di san Cirillo di Gerusalemme nella XX Catechesi Mistagogica dicono bene il senso proprio di questa festa: «Fatto strano e incredibile! Noi non siamo morti veramente, né veramente sepolti e neppure veramente crocifissi; abbiamo imitato questi fatti solamente in immagine; la salvezza invece è una realtà. Cristo fu veramente crocifisso, fu realmente sepolto ed è veramente risorto; tutti questi doni egli ce li ha dati affinché partecipando in immagine alle sue sofferenze, acquistassimo veramente la salvezza. O sovrabbondante misericordia! Cristo ha ricevuto i chiodi sulle sue mani innocenti e sui piedi, e ne ha sofferto; a me invece, senza che io ne soffra o fatichi, è donata la salvezza per la comunione della sua sofferenza».

La Croce ha dunque piantato le radici della salvezza nel mondo, è l’arco che ha congiunto la Morte e la Resurrezione di Nostro Signore così che, come scriveva Divo Barsotti, «la morte non si oppone alla gloria: per questo la morte stessa è, in qualche modo, eterna. Non la morte in quanto è castigo e sofferenza, ma la morte in quanto è consumazione eterna della Creazione nella Gloria infinita di Dio: Deus ignis consumens est (Eb. 12,29)» (D. Barsotti, Il Mistero cristiano nell’Anno Liturgico, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1993, p. 418).

Più ancora che rispetto alla solennità di Cristo Re, Divo Barsotti rivendicava con forza il carattere escatologico della festa dell’Esaltazione della Croce, una festa che egli definiva sommamente festa della Regalità di Gesù: «In questa festa si celebra la manifestazione ultima e definitiva della gloria di Cristo nell’apparizione della Croce». E continuava: «L’arte cristiana antica non dissociava la Gloria dalla Croce; non avrebbe mai rappresentato la Crocifissione col tragico realismo dello Holbein, ma rappresentava la Gloria nella Croce gemmata». E ricordando la liturgia di sempre della Chiesa, oggi colpevolmente abbandonata, Barsotti concludeva: «Anche la liturgia della Chiesa invita tutti i suoi figli ad adorare in Gesù Crocifisso la gloria di un Re, nell’esercizio del suo potere regale: Christum regem pro nobis in cruce exaltatum, venite adoremus» (Barsotti, Il Mistero cristiano, cit., p. 420).

La Croce continua a illuminare il senso della vita dell’uomo e del mondo, di un mondo oggi purtroppo ripiegato alla soluzione e al soddisfacimento di beni tutti racchiusi nell’orizzonte basso della creazione, come se il raggiungimento della giustizia sociale, l’eliminazione delle guerre o della fame oppure l’ambientalismo, fossero beni assoluti e non invece retaggi limitabili, ma ineliminabili, del peccato originale.

Già verso le metà del secolo scorso il gesuita padre Joseph Huby, scriveva che «la Croce – come ultimo atto della Redenzione – non ci riporta al Paradiso perduto, al Paradiso terrestre. La Resurrezione non è il ritorno quaggiù sulla terra a una nuova innocenza che non conosca il dolore, perché la Croce rimarrà eternamente il fondamento della gloria futura e la gloria sarà, non l’innocenza dell’uomo, ma la vita stessa di Dio» (J. Huby, La mystique paulinienne et joannique, Desclée, Lovanio 1946, p. 24).

Purtroppo, vediamo oggi che lo stesso Magistero ordinario è completamente ripiegato e appagato da una spiegazione semplicemente razionale e scientifica delle cose del mondo, e vòlto alla loro affannosa conservazione. Ma anche la creazione, senza la conoscenza della Verità che fu appesa a quella Croce, resta imprigionata da quella caducità di cui dice così bene San Paolo nella Lettera ai Romani (8,20-22).

Preghiamo dunque perché nuovi e solerti operai della vigna del Signore, col loro esempio e con la loro predicazione, separino il grano dal loglio, guidando al sano ed autentico discernimento di ciò che è schiavitù della corruzione e di ciò che porta alla libertà della gloria dei figli di Dio. 

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