La fecondazione artificiale è sempre un atto contro natura

La fecondazione artificiale è sempre un atto contro natura
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Il 9 maggio scorso il Ministero della Salute pubblicava in Gazzetta Ufficiale delle nuove linee guida sulla fecondazione artificiale. Le ultime direttive risalivano al 2015, nonostante la legge 40/04 richieda espressamente un aggiornamento delle stesse almeno ogni tre anni. Si continua ad aggiornare la prassi in rapporto all’evoluzione tecnico-scientifica, ma l’iniquità di fondo della fecondazione artificiale e della legge 40 rimane sempre la medesima. Talvolta però, accade qualcosa che sembra smuovere l’animo intorpidito delle persone: è notizia del 6 giugno scorso che una donna di Viareggio, ricorrendo alla fecondazione artificiale in Ucraina, ha partorito un figlio a 63 anni. Si è giustamente rilevato che quest’ultimo, crescendo, non potrà contare su una madre che sarà già debole e destinata di lì a poco a morire. Verrà privato del decisivo apporto affettivo ed educativo della figura materna nel momento in cui, soprattutto da adolescente, ne avrà più bisogno.

L’indignazione delle persone (almeno, di quelle non totalmente ideologizzate) è dovuta al fatto che tutto ciò è evidentemente innaturale: è proprio la nostra comune natura umana a denunciane la forzatura fisiologica, e ancor più morale. Lo sforzo ulteriore che si deve fare è di astrarre dal caso particolare e comprendere che l’innaturalità risiede solo accidentalmente nell’età della signora ma sostanzialmente nella fecondazione artificiale in sé! Non sarebbe divenuta “più naturale” se a ricorrervi fosse stata una ventenne. Avrebbe solo avuto un diverso grado di iniquità, ma l’illegittimità morale sarebbe rimasta.

In un articolo, pubblicato su Corrispondenza Romana il 12 luglio scorso, è stato già illustrato, con l’aiuto del filosofo Régis Jolivet (1891-1966), in che senso la fecondazione artificiale si configura come una violazione della legge morale naturale. Sembra utile tornare sull’argomento, ricorrendo stavolta all’insegnamento di Papa Pio XII. Stante un pronunciamento precedente del Sant’Uffizio (DS 3323, 17/03/1897), fu lui il primo Pontefice ad esprimersi in modo sistematico su queste tecniche, consolidatesi proprio negli anni del suo pontificato. Per tale motivo, il Magistero di Pio XII, pur risalendo alla metà del ‘900 funge da fondamento per il magistero successivo (Donum Vitae, 1987) e permette riflessioni attualissime. La prima volta in cui il Santo Padre si espresse sull’argomento fu nel suo discorso ai partecipanti al IV Congresso Internazionale dei Medici cattolici del 29 settembre 1949. Anzitutto, Papa Pacelli ricordava come la pratica della fecondazione artificiale, «non può essere considerata né esclusivamente e nemmeno principalmente nell’aspetto biologico e medico, lasciando da parte quello della morale e del diritto». Dopo aver condannato, senza possibilità di equivoco, la fecondazione artificiale utilizzata fuori dal matrimonio, il Pontefice analizzava il caso opposto, affermando che «la fecondazione artificiale nel matrimonio, ma prodotta mercé l’elemento attivo di un terzo, è del pari immorale e, come tale, va condannata senza appello. Solo gli sposi hanno un diritto reciproco sul loro corpo per generare una nuova vita, diritto esclusivo, non cedibile, inalienabile. E così deve essere, anche in considerazione del bambino. A chiunque dà la vita ad un piccolo essere, la natura impone, in forza stessa di tale vincolo, il dovere della sua conservazione ed educazione. Ma tra lo sposo legittimo e il bambino, frutto dell’elemento attivo di un terzo (anche se lo sposo fosse consenziente) non esiste alcun vincolo di origine, alcun vincolo morale e giuridico di procreazione coniugale».

E continuava affermando che, in base ai principii del diritto naturale, «il semplice fatto che il risultato a cui si mira è raggiunto per tale via non giustifica l’uso del mezzo stesso; né il desiderio, in sé pienamente legittimo negli sposi, di avere un bambino, può bastare a provare la legittimità del ricorso alla fecondazione artificiale che appagherebbe tale desiderio». Il Pontefice sottolineava che benché «non si possano escludere a priori metodi nuovi per la sola ragione della loro novità, tuttavia, per quanto concerne la fecondazione artificiale non soltanto si deve essere estremamente riservati, ma bisogna assolutamente escluderla». 

Questo non escludeva apriori l’utilizzo di un mezzo artificiale, purché finalizzato unicamente «sia a facilitare l’atto naturale, sia a procurare il raggiungimento del proprio fine all’atto naturale normalmente compiuto. Solo la procreazione di una nuova vita, secondo la volontà e il disegno del Creatore – non lo si dimentichi mai – porta con sé, in un grado mirabile di perfezione, il raggiungimento dei fini proposti. Essa è, insieme, conforme alla natura corporale e spirituale e alla dignità degli sposi, allo sviluppo normale e felice del bambino».

Pio XII riprese e approfondì ulteriormente questo tema in una allocuzione rivolta ai partecipanti al secondo Congresso mondiale della Fertilità e della Sterilità, svoltosi a Napoli il 19 maggio 1956. Dopo aver ricordato come «i fini particolari dei coniugi, la loro vita comune, il loro perfezionamento personale non possono concepirsi che subordinati al fine principale, la paternità e la maternità» e aver rigettato «ogni concezione del matrimonio che minacci di ripiegarsi su se stesso, di farne una ricerca egoistica di soddisfazioni affettive e fisiche nell’interesse dei soli sposi» il Papa evidenziava come la Chiesa «ha parimenti escluso l’atteggiamento opposto che pretenderebbe di separare, nella generazione, l’attività biologica dalla relazione personale dei coniugi».

Infatti, proseguiva, il figlio «è il frutto dell’unione coniugale, alla cui pienezza concorrono le funzioni organiche, e le emozioni sensibili che vi sono connesse, l’amore spirituale e disinteressato che le anima; nell’unità di questo atto umano devono essere inserite le condizioni biologiche della generazione. Giammai è permesso di separare questi diversi aspetti così da escludere positivamente sia il proposito della procreazione, sia il rapporto coniugale». Non si può negare che «la relazione che unisce il padre e la madre al figlio affonda le sue radici nel fatto organico e più ancora nel gesto deliberato degli sposi di darsi reciprocamente e la cui volontà di mutua donazione si apre e trova il suo vero compimento nell’essere che essi mettono al mondo. D’altronde, soltanto questa consacrazione di sé, generosa nel suo inizio e ardua nella sua attuazione poiché richiede l’accettazione cosciente delle responsabilità annesse, può garantire che l’opera dell’educazione dei figli sarà assolta con tutta la cura, il coraggio e la pazienza che esige».

Papa Pacelli ammoniva i medici sul fatto che «il mezzo con cui si tende alla produzione di una nuova vita assume un significato umano essenziale, inseparabile dal fine perseguito, e capace, se non è conforme alla realtà delle cose e alle leggi inserite nella natura degli esseri, di recare grave danno a questo stesso fine».

In particolare, la fecondazione artificiale «sorpassa i limiti del diritto acquisito dagli sposi in virtù del contratto matrimoniale, vale a dire, quello di esercitare pienamente la loro capacità sessuale naturale nel compimento naturale dell’atto matrimoniale. Tale contratto non conferisce ad essi il diritto alla fecondazione artificiale, poiché un tale diritto non è in alcun modo espresso nel diritto all’atto coniugale naturale e non potrebbe esserne dedotto. Tanto meno lo si può far derivare dal diritto alla “prole”, “fine” primario del matrimonio. Il contratto matrimoniale non dà questo diritto, perché esso non ha per oggetto la “prole”, ma gli “atti naturali” capaci di generare una nuova vita, e a questo scopo ordinati. Ne segue che la fecondazione artificiale viola la legge naturale ed è contraria al diritto e alla morale».

Quanto solennemente insegnato dal Pontefice sia di monito anche per tutti quei cattolici che approvano o praticano la fecondazione artificiale. 

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