Transgender: la dignità delle vite dei cinesi non vale i nostri affari

(di Danilo Quinto) E’ istruttiva l’affermazione di qualche giorno fa del Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, il quale ha affermato: “Nell’epoca in cui molti evocano la paura della Cina, noi lavoriamo per abbattere qualunque muro di pregiudizio e per intensificare questi rapporti. Il futuro della Cina è il nostro futuro così come il nostro futuro è anche il futuro della Cina”.

Il leader di Sinistra e Libertà ha inteso esprimersi così al termine di un lungo incontro che si è svolto a Bari con la delegazione cinese guidata dall’ambasciatore cinese in Italia S.E. Ding Wei e composta da Liu Xiaotian (consorte dell’Ambasciatore), Cesare Romiti (presidente della Fondazione Italia- Cina), Margherita Barberis (direttore generale fondazione Italia-Cina) e Han Qiang (capo ufficio politico e interprete).

Nel corso dell’incontro, si è parlato della possibile individuazione di Bari quale sede di un nuovo Istituto Confucio in Italia, in collaborazione con il sistema universitario pugliese, della preannunciata scelta del governo provinciale del Guang Dong di destinare un quartiere dell’area metropolitana di Canton ad un progetto pilota di riqualificazione urbanistica ed ambientale, da sviluppare insieme al sistema dei distretti pugliesi e della possibile sinergia per l’utilizzo delle infrastrutture aeroportuali pugliesi come una grande piattaforma logistica della Cina in Europa. Di affari, insomma.

Promossi da uno degli ultimi epigoni del comunismo italiano nei confronti di un Paese che rappresenta certamente una delle più grandi economie del mondo, ma anche – e contemporaneamente – una delle realtà più negative per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e della dignità della persona umana.

Sono in pochissimi, ad esempio, a chiedersi, come mai i prodotti cinesi sono venduti sui mercati occidentali sotto costo. Accade semplicemente perchè buona parte di quei prodotti proviene dai laogai. Veri e propri campi di concentramento, dove sono rinchiusi, insieme a criminali comuni, dissidenti, Cristiani, Buddisti, Falun Gong. Tutti coloro che il regime considera “pericolosi sovversivi”: lavorano per 16 ore al giorno, senza nessuna regola, subendo punizioni corporali per inadempienze, con un tempo limitato e cronometrato perfino per espletare i propri bisogni fisiologici.

Un esempio, è il carcere dove è rinchiuso il dissidente Liu Xiaobo, che nel 2010 ha vinto il Premo Nobel per la Pace e che sta scontando una condanna a 11 anni di reclusione, inflittagli per aver promosso il documento “pro-democrazia Carta08”, che è stato firmato da migliaia di cittadini cinesi. Come denuncia la Laogai Research Foundation, il carcere è la Juzhou Prison, situata al n. 86 nanshanli, di Jinzhou City, New Switch Co., Ltd, presente nel database business Dun&Bradstreet, che si fa pubblicità all’indirizzo www.foreintrade.com. Perché i laogai, spesso, hanno due nomi: uno come carcere, l’altro come impresa che agisce sul mercato, interno e internazionale.

Sarebbe ora che il Parlamento italiano discutesse e approvasse la proposta di legge n. 3887 – riguarda il divieto di produzione, importazione e commercio di merci prodotte mediante l’impiego di manodopera forzata e in schiavitù e l’applicazione rigorosa ed effettiva delle norme sulle etichettature e sulla tracciabilità del prodotto all’origine – presentata il 29 ottobre 2010 grazie all’impegno della sezione italiana della Laogai Research Foundation.

Chissà cosa ne pensa in merito il Governo dei tecnici e chissà se il Presidente della Regione Puglia, nel prossimo incontro, porrà questo tema all’ordine del giorno e dirà una parola su come trattati i diritti umani nel Paese che viene scelto come interlocutore privilegiato per rilanciare l’economia del suo territorio.

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