La Cristianofobia in Occidente: strategie e modalità

Il termine cristianofobia ha fatto molta strada. Partito dal niente, sta raggiungendo picchi preoccupanti, anche in Europa. Esso indica l’odio nei confronti del Cristianesimo, che va crescendo in Oriente e in Occidente. Mentre in Oriente la cristianofobia si esprime nel tentativo di soffocare il cristianesimo nel sangue, in Occidente si cerca di estirparne le radici attraverso una persecuzione culturale, psicologica e morale. L’ordine naturale e cristiano è violato dalle leggi e dai costumi e coloro che si levano per difenderlo vengono perseguitati sul piano mediatico e giudiziario, giungendo talvolta all’aggressione fisica. L’autore di questo articolo mostra come vengono preparate campagne di demonizzazione dei cattolici: si prende un crimine odioso, si associa un colpevole al crimine, si estende la colpevolezza del crimine al gruppo, che in questo caso sono i cristiani. È la stessa strategia che fu usata durante le persecuzioni dell’Impero romano e che oggi si rinnova con gli strumenti sofisticati delle nuove tecnologie mediatiche.

La nuova persecuzione descritta da René Guitton e Bat Ye’or
Quando nel 2009 uscì Cristianofobia, tradotto in Italia nel 2010 da Lindau, molti lo intesero come un appello lontano. Troppo lontano. Il libro affrontava in circa 300 pagine la situazione dei cristiani al di fuori dell’Europa, con rapporti dettagliati e spesso drammatici, suddivisi geograficamente. «Anche gli ebrei e i musulmani sono perseguitati», è scritto sin dalle prime pagine «ma il riconoscimento delle loro sofferenze non deve avvenire al prezzo della negazione di quelle dei cristiani». Lo schema è evidente: laddove il cristianesimo non raggiunge la maggioranza della popolazione, ci si trova di fronte a discriminazioni di ogni sorta: nella vita quotidiana, nelle amministrazioni, nel lavoro. In diversi casi il vandalismo e il sacrilegio sono all’ordine del giorno. L’accusa di proselitismo può aprire le porte del carcere. Certo non è così dappertutto, ma a volte è ancora peggio. Attentati terroristici verso chiese cristiane gremite di fedeli, in occasione delle feste liturgiche, sono ormai azioni sistematiche. Stragi di uomini, donne, bambini in preghiera, indifesi, sono sempre più frequenti.

Lo studio di Guitton risulta ancora più allarmante se lo si accosta al libro del 2006 di Bat Ye’or: Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita, sempre edito da Lindau. Qui viene analizzata la situazione europea, imbarazzata dalla propria cultura biblica, in costante lotta per apparire sempre più laica. Ma del tutto permissiva nei confronti dell’Islam. Strumenti come «l’occultamento del jihād»[1], ad opera di intellettuali, di politici europei, e di rappresentanti religiosi anglicani, venivano presentati per la prima volta al grande pubblico. Modalità di predominio come la dhimma, che permette all’Islam di richiedere ad un popolo suddito un riscatto per «la pace a prezzo della sua umiliazione»[2], sembravano adattarsi perfettamente alla situazione europea. A fronte di una vera e propria persecuzione extra-europea denunciata da Guitton, Bat Ye’or presentava un quadro di sconfortante debolezza ideologica intra-europea. Tanto da indurre ad una riflessione seria sulla cristianofobia europea, e alla formulazione di una domanda. Si tratta di Cristiano-fobia o di Catto-fobia?
La risposta dipende dal contesto. In un territorio dove convivono religioni diverse, allora è possibile trovare una generale Cristiano-fobia. Nei luoghi a maggioranza cristiana, c’è una più precisa Catto-fobia. Da notare anche un altro aspetto: nel primo caso c’è uno scontro diretto (impedimento aggressivo); nel secondo, in Europa, è più evidente una lotta mediatica per far allontanare i cristiani dalla fede (allontanamento ideologico). Si può anche pensare che la prima sia un peggioramento dell’altra, come una fase avanzata dello stesso processo.
In ogni caso, contesti diversi richiedono strumenti diversi. Secondo la grammatica che abbiamo illustrato prima, si gioca inizialmente sulla svalutazione dell’avversario. E il modo migliore, per togliere terreno ai cattolici, in Europa si chiama laicismo. È quella stessa laïcité che Guitton definisce il «principio legislativo che gode di un consenso quasi unanime […] ormai sul punto di diventare quasi un testo sacro, almeno a giudicare dagli strepiti che provengono da certi ambienti dell’integralismo laicista quando si affronta l’argomento». Il laicismo è pronto a mettere in discussione tutto, tranne il proprio approccio laico e «chi commette il sacrilegio di non pensarla come loro è regolarmente denunciato come un novello inquisitore»[3].

Iniziative laiche: lo sbattezzo e l’assenza di religione a scuola
Alcune iniziative hanno il gusto del gesto irriverente. Potrebbero sembrare fine a se stesse, ma le motivazioni e la tenacia con la quale vengono condotte fanno capire che ci si trova di fronte a persone ben equipaggiate. Una di queste è la notizia che proviene dal sito Apocalisse Laica: «In tre anni 5mila sbattezzati: boom di abbandoni nella Chiesa cattolica»[4]. L’articolo è un’intervista a Raffaele Carcano, segretario dell’Uaar (Unione atei agnostici razionalisti), che fa il punto sul fenomeno dello “sbattezzo”. Chi desidera tornare indietro dal proprio battesimo e non vuole più associare il proprio nome al mondo cattolico, l’Unione mette a disposizione tutta una serie di possibilità, fra cui un modulo da compilare e uno sportello operativo a Roma.

Secondo Carcano, fino al 2009 in Italia gli sbattezzati erano circa 15.000. Ma dal 2009 al 2012 il numero è cresciuto di molto, raggiungendo i 5.000 in un solo triennio. Per aumentare la propria performance, l’Unione ha organizzato anche le “Giornate Nazionali dello sbattezzo”, per il momento ferme a tre. L’ultima è del 25 ottobre 2010. Pur evitando ogni commento, è interessante sottolineare due aspetti segnalati dall’articolo: la questione dei picchi e i risultati in ribasso.
Uno: l’aumento degli sbattezzi non sarebbe un caso ma, come afferma Carcano, «ci sono stati dei veri e propri ‘picchi’ in corrispondenza del caso Englaro e dei preti pedofili». Non è un’ammissione da poco. Bisogna dunque prendere atto che le narrazioni mediatiche non sono “neutre”, pure notizie, ma conducono le persone a delle scelte. Il modo di raccontare, la credibilità delle fonti, le accuse poi da chiarire sono centrali nella determinazione della debolezza o della forza della fede cattolica. Il martellamento giornalistico sulle questioni etiche e vaticane possono avere un reale influsso sul modo di sentire la propria religione, specie se questa è percepita come un valore qualsiasi. Che poi si tratti di questioni mal interpretate o tutte da verificare poco importa: nel frattempo il danno è stato fatto. Chi le deve controbattere è costretto a giocare in difesa, portare argomentazioni, scusarsi per conto di un altro.
Due: il sito dell’Unione ammette che le Giornate Nazionali hanno avuto una decrescita. E l’hanno avuta proprio perché gli organi di stampa non sono stati vicini. Gli sbattezzi «nel 2008 furono 1.032, nel 2009 820. Il dato 2010 risente un po’ della situazione contingente: nessun organo di informazione ha dato notizia dell’evento»[5]. Probabilmente in questo caso, nonostante la volontà sia quella di sottintendere una cospirazione, i giornali non ne hanno parlato perché non c’era nulla da dire.
C’è però un ulteriore fronte della cristianofobia. Quello che vorrebbe l’assoluta laicità della scuola. La formazione della persona, secondo il fronte laico-scolastico, dovrebbe avvenire solo con l’accumulo di regole civili. I precetti morali e quelli religiosi (soprattutto i suoi simboli) vanno eliminati, un po’ perché altrimenti si è di fronte all’ingerenza della Chiesa, un po’ per non offendere chi non è cristiano. Si sta svolgendo così una lotta a colpi di “togli il crocifisso”, “togli l’ora di religione”, “metti l’ora alternativa” e si dimentica che non si può insegnare il rispetto di una religione svalutandone un’altra. Così, l’unica cosa che si può insegnare è che tutte le religioni sono un semplice accessorio ingombrante, staccato dalla persona come un indumento. Non è una parte di sé, è una parte fuori di sé ed è meglio non farla vedere per non turbare il prossimo.
Uno dei casi più eloquenti degli ultimi mesi è successo a Pordenone. L’articolo è apparso sul “Messaggero” il 2 aprile 2012 [6]. Questo l’episodio: il parroco aveva disposto in donazione al Liceo Grigoletti una ventina di crocifissi. Per accettarli, si è fatta una votazione obbligatoria fra insegnanti. Risultato? Metà voti a favore, metà contrari. Mancava solo il voto del professore di religione che, invece di votare, si è astenuto per un “problema di coscienza”. Alla fine, i crocifissi sono stati rifiutati.
Incredibile, ma il fatto la dice lunga su come devono sentirsi i cattolici in un contesto laico. Talmente circondati dalla cristianofobia da aver paura, loro per primi, di manifestare il proprio credo. O, come in questo caso, il motivo per cui sono stipendiati.

La ricerca dello scontro diretto, comunque
Nel panorama della cristianofobia esistono iniziative che vengono subito utilizzate come uno strumento d’opposizione. Anzi, vengono alimentate proprio dall’opposizione diretta. Fra le tante che si potrebbero raccontare, ce ne sono due dell’ultimo periodo che sono particolarmente eloquenti.
Si tratta della pièce teatrale di Romeo Castellucci, Sul concetto di volto nel Figlio di Dio e il Gay Pride 2012 di Roma, di questo fine giugno. Entrambi nascono in un contesto provocatorio che però, per darsi un tono narrativo, ha tentato immediatamente di collocarsi all’interno di un fronte anti-cristiano.
Per intenderci, prendiamo l’interessante titolo de “La Repubblica” del 23 giugno: Gay Pride sbarca a Roma – Militia Christi contro il corteo. Le edizioni del Gay pride, come ben noto, sono caratterizzate da travestimenti, colori, carri. Quest’anno, secondo gli organizzatori, i partecipanti al corteo sono stati 150mila. L’argomento è così delicato e scivoloso che è punibile persino avere un parere. Beninteso, un parere che non sia identico agli ideatori della manifestazione. E il collegamento del titolo, cercato, voluto, vale come uno scontro diretto. Da un lato il Gay Pride e dall’altro i cattolici. Una barricata utile per dare corpo al proprio il concetto. Dal titolo in poi, chiunque sia cattolico potrebbe essere subito guardato con sospetto e in odore di faziosità. Un utilizzo ancora più abile delle parole proviene dal sito del Gay Pride, alla non casuale pagina “Documento politico”[7], quando si specifica che gli obiettivi sono la «parità, dignità e libertà di vivere e amare senza ingerenze religiose, moralistiche e ideologiche. Nel pride sta la forza di una comunità che si trova unita nell’orgoglio per quello che si è, nella rivendicazione di una piena uguaglianza, nella gioiosa visibilità individuale e collettiva, nell’allegria di un giorno di festa e condivisione».
Il documento è molto più lungo, ma si prendano per un momento le due frasi e si cerchino le parole chiave. Si vedrà che ci sono quasi tutte le pallottole in serbo per chiunque non sia d’accordo. Innanzitutto «vivere e amare… senza ingerenze religiose», inserita senza troppi giri di parole. Un modo diretto di esprimersi che ben pochi cattolici si possono permettere, senza pagarla cara. Ma il senso è anche un altro: chi ha una fede cristiana non è capace di amare con «parità, dignità e libertà». Ed è esattamente quello che interessa certi gruppi: prendere un sentimento universale, l’amore, e spezzettarlo, farne un valore da opporre a qualcun altro. Non condivisione, ma opposizione. Poi la «forza di una comunità… unita… per quello che si è», anche qui come se chi ama in altro modo fosse un ipocrita, un costruito, incapace di essere sé stesso. Infine l’enfasi sulla gioia del gruppo, per sottolineare che chi vive religiosamente è noioso, poco divertente, non in grado di gioire in maniera visibile. Il tutto condito in salsa anticonformista e con il leit-motiv: «Vogliamo tutto, senza più mediazioni, senza più rinunce, senza più tentennamenti».
Si potrebbero dire molte cose, ma il dubbio è che non si tratti né di una questione religiosa, né legislativa, ma solo di una generica intolleranza verso le regole. Sembra il comportamento del monello che vuole il diritto di fare quello che gli pare. E l’atteggiamento cautelativo del monello è quello di sdegnare chi cerca di farlo ragionare e di rivolgersi esclusivamente ad un relatore in apparenza più conciliante. In questo caso sono le “istituzioni laiche” come se, di per sé, lo Stato non fosse costruito su regole, ma possa essere piegato alle volontà di chi alza più la voce.
Decostruire sembra essere la prima legge, l’unica, cieca, magmatica legge, e anni di messaggi subliminali sulla bellezza e sull’intelligenza della trasgressione ci hanno abituato a questo.
Chi si oppone a questa visione è subito etichettato con gli aggettivi più spregevoli, con buona pace di chi vorrebbe il rispetto della diversità.
Lo stesso vale per lo spettacolo di Romeo Castellucci, dal titolo Sul concetto di volto nel Figlio di Dio. Già andato in scena al Théâtre de la Ville di Parigi, dove aveva scatenato una furiosa polemica, è andato poi in palinsesto al Parenti di Milano tra il 24 e il 28 gennaio di quest’anno.
Perché fa arrabbiare uno spettacolo di questo tipo? Per due buoni motivi almeno. Uno: l’oltraggio di vedere sul palco comparse che lanciano escrementi sul volto di Cristo (Salvator Mundi) di Antonello da Messina. Si tratta di un oggettivo atto di blasfemia. Due: l’impossibilità di lamentarsi, perché in un attimo il regista può sentirsi minacciato da una «fatwa cristiana e la cosa è gravissima». Perché quella cristiana è «una cultura che vuole tornare all’inquisizione e alla censura dell’arte. Dello spettacolo non me ne frega niente, è l’atmosfera che mi spaventa»[8].
Ma se non ci si può lamentare, cosa si può fare? Nulla o poco più. Ha ragione allora Sgarbi nel dire che è meglio il silenzio, altrimenti si rischia di passare per «un potere inquisitorio contro la libertà d’espressione» dove «chi viene “inquisito” diventa vittima e ottiene un beneficio, sia di pubblico, sia di consenso»[9]. Ma il silenzio non sempre si può accettare, soprattutto quando l’oltraggio è fatto proprio per creare una frattura fra laicismo e religione. Magari per cercare una polemica futile, creata per aumentare non le sfumature dell’arte, ma gli incassi al botteghino.
La verità è che iniziative di questo genere si squalificano da sole e testimoniano la povertà inventiva e artistica di alcuni registi, tanto da chiedersi: oltre all’oltraggio cosa c’è?
Però il problema è lo stallo comunicativo. Il cristiano non può dire nulla, ma intanto si possono lanciare escrementi sul volto di Gesù.

Strategie svalutative
Per giungere a questi risultati, è necessaria un’abbondante pressione psicologica di massa. Una pressione che non solo fornisce continui modelli sostitutivi alla fede religiosa (modelli sempre proposti come vincenti), ma che costantemente toglie credibilità alla Chiesa di Roma.

Qui non ci troviamo più di fronte all’iniziativa isolata o estemporanea, bensì a manovre che hanno tutta l’apparenza di essere meccaniche consapevoli. Il presupposto è semplice: se la fonte è autorevole e gode di prestigio è difficile smentirla. Se, al contrario, si insinua a più riprese che non è valida, che non è onesta, la si sfiducia. Anche se non è vero, il dubbio si radica nelle menti e nelle coscienze. La gente la ascolterà sempre meno, relegandola nello sgabuzzino delle cose da nascondere.
A dimostrarlo ci sono studi americani degli anni ‘50, non freschissimi ma sempre validi: «Numerose sono le ricerche al riguardo, specie ad opera di Hovland e dei suoi associati ed i risultati – tolte poche eccezioni – confermano l’importanza della fonte, che quanto più è giudicata credibile tanto più ottiene giudizi favorevoli in merito alla correttezza delle conclusioni e tanto più riesce a mutare le opinioni dei membri dell’udienza»[10].
Attualmente è in atto una svalutazione progressiva della Chiesa di Roma. Come da canovaccio, la strategia non affronta direttamente le questioni centrali, ma “colpisce ai fianchi” insinuando atteggiamenti (tutti da dimostrare) che non c’entrano nulla. I passi sono due: da un lato la chiacchiera pettegola, dall’altro il silenzio su iniziative importanti.
È proprio di questi giorni la polemica sul costo presunto del viaggio del Papa a Milano, in occasione del Family 2012. Invece di sottolineare l’importanza dell’evento, molte testate giornalistiche hanno preferito spostare l’attenzione sulle cifre. In rete si sprecano i conteggi: un milione di qui, tre milioni di là, “spese previste”, “soldi stanziati”, “investimenti complessivi”. Chi parla di 10mln di euro, chi di 13 e non si sa mai da dove arrivino questi dati. Il tutto, ovviamente, sovrapposto e collegato alla crisi economica, alle calamità naturali, ai corvi, con parole come “spreco”, “assedio”, “polemiche”. Spesso neanche si nomina l’iniziativa, ma solo il viaggio, come fosse una vacanza.
In molti sostengono che “quei soldi” dovrebbero andare alle zone colpite dal terremoto.
Lo scopo è evidente: si vuole costruire un glossario che toglierebbe convinzioni a chiunque.
Il copione appartiene al settore “opulenza del Vaticano”, un argomento fra i più gettonati, in particolare sui social network. È talmente frequente trovarlo che quasi ci si è fatta l’abitudine e in pochi provano ancora a controbatterlo. Foto delle scarpe del Papa, ritenute di Prada, girano in continuazione fra lo sdegno generale. La superficialità è così estesa da non accorgersi nemmeno che si tratta di una bufala: le scarpe non sono di Prada, sono di un sarto novarese che si chiama Adriano Stefanelli e che, bontà sua, le confeziona a mano e poi le regala al Papa [11]. Ma intanto il messaggio è passato, ha fatto presa e diventa quasi reale. Per cento che hanno visto il brand associato al Papa, in pochi hanno letto la notizia correttiva sul sito dell’Uccr.
Di certo, il problema rimane, e non è un problema da poco. Nel primo volume Gesù di Nazaret, lo stesso Benedetto XVI, che non ignora la questione, segnala questa accusa come fra le più antiche, persino precedente alla predicazione pubblica di Gesù. È la prima delle tre tentazioni del deserto, quella dei sassi in pane: «Se vuoi essere la Chiesa di Dio, allora preoccupati anzitutto del pane per il mondo – il resto viene dopo […] Gli aiuti dell’Occidente ai Paesi in via di sviluppo, basati su princìpi puramente tecnico-materiali […] hanno messo da parte le strutture religiose, morali e sociali esistenti e introdotto la loro mentalità tecnicistica nel vuoto. Credevano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane […] Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio»[12].
Inoltre, quando la Chiesa dà il pane, sono in pochi ad accorgersene. Strepito e clamore per le scarpe, ma silenzio intorno ai 100mila euro destinati dal Papa a favore delle zone terremotate. Oblio sul milione di euro disposti dalla CEI per lo stesso motivo [13].
E questi sono solo alcuni degli strumenti della svalutazione. La perfezione, in realtà, è raggiunta dalle iniziative giudiziarie e mediche.

Iniziative giudiziarie e mediche
È il fronte che nessuno si aspettava fino a qualche tempo fa. È la frangia che consente un’intraprendenza fuori dalle righe contro la Chiesa. I toni si accendono in un attimo, le accuse si fanno vigorose, le pretese sfiorano il limite della prepotenza. Difficile immaginare un fronte più caldo.
Come una poderosa scure, il crimine più odioso, la pedofilia, si è abbattuta sul Vaticano. Abilmente condotta, in una campagna mediatica senza scrupoli, il colpo è arrivato vicinissimo anche al Papa. Si è tentato persino si rivolgere le accuse al fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger, completamente estraneo ai fatti. L’intento è stato chiaro e, anche se non è riuscito, la prova ha avuto comunque luogo. Come la nostra grammatica, il crimine odioso è stato collegato direttamente al Papa. Tutta la cristianità ha dovuto subire l’onta di questo vergognoso accostamento.
Il caso pedofilia si trascinerà ancora a lungo, dando libero sfogo alle iniziative di chi vuole che non esista la Chiesa. Vanno lette in quest’ottica le ipotesi di processo al Papa, mai tentate prima. In Inghilterra si è già tentato di passare dalle parole ai fatti, con le proposte di Richard Dawkins (docente di Oxford) e Christofer Hitchens (scrittore morto il 15 dicembre 2011). I due nel 2010 hanno incaricato degli avvocati esperti nella difesa dei diritti umani «di procedere contro Benedetto XVI in ordine alla sua asserita complicità […] negli episodi di pedofilia commessi da religiosi. […] “Questo è un uomo”, ha inveito l’esimio prof. Dawkins, “il cui primo istinto, quando i suoi preti sono stati scoperti con le mutande abbassate, è stato di coprire gli scandali e di intimare alle giovani vittime il silenzio”»[14].
Va da sé che si tratta di un pretesto, perché a tutti è nota l’avversione e la lotta di Benedetto XVI alla pedofilia. Ma rientra nel copione che abbiamo descritto nel primo paragrafo. Bisogna associare un crimine odioso ad un cattolico e poi sottintendere che “tutti i cattolici” siano complici di quel crimine. Anzi, persino il Papa. Il gioco è fatto e lo scenario non può che peggiorare.
E non è nemmeno l’unico ambito: mettere etichette di questo tipo funziona benissimo anche in contesti diversi. Soprattutto nelle questioni etiche.
Quando si parla di aborto, di eutanasia, di espianto degli organi, se non si ha subito pronta una risposta laica, si è immediatamente tacciati di “essere cattolici”. Il che equivale per molti ad una squalifica, ad “essere di parte”. Perché, è possibile non essere di parte quando si parla di questi temi? Discuterne non sarebbe forse meglio, piuttosto che costruire barricate?
Eppure la cristianofobia permette atteggiamenti così. È preferibile evitare il dialogo, cacciando i dubbi nell’angolo, che affrontare il problema. Discussioni che potrebbero avvenire in contesto neutro, vengono invece “colorate” in un inutile scontro fra laici e cattolici. Non viene il sospetto che ci sia qualcosa di più profondo da analizzare, piuttosto che assegnare etichette?
Il nocciolo della questione, serio, è che dopo una mitragliata di campagne mediatiche sulla pedofilia, sull’aborto, sull’eutanasia, molti cattolici inizino a dubitare. A diventare insicuri, titubanti. E poi, alla fine, non sanno più cosa dire.

La conseguenza della cristianofobia: ho paura ad essere cattolico
L’atto finale della cristianofobia è l’auto-ammissione di debolezza. Non c’è vittoria migliore di quando l’avversario si dichiara sconfitto e si comporta come tale. Oppure quando accelera la propria débâcle costruendo fronti interni, in un processo di cannibalismo fra simili. Mancando la coesione, è ancora più semplice deframmentare le forze e disperdere le energie.
La cristianofobia vorrebbe che i primi ad aver paura fossero proprio i cattolici. Questa paura si dovrebbe tradurre in una continua attenzione alla contestazione altrui, nell’immobilità operativa per non correre il rischio di disturbare nessuno.
Anche quando ci si trova di fronte ad iniziative vincenti, che meriterebbero il plauso di tutti, il cattolico incerto distoglie l’attenzione. Invece di scegliere il sodalizio per una causa comune, costruisce roccaforti solitarie.
È un po’ quello che sembra essere successo nel caso della Marcia per la – Vita del 13 maggio. Nonostante il successo della manifestazione, con circa 15.000 presenze verificate, “Avvenire” ha dedicato pochissimo spazio all’evento. Niente prima pagina, niente seconda, ma un riduttivo articolo al fondo di pagina 14. Al di là del fronte laico, che proprio in quei giorni si è scatenato sul web e sulla carta stampata contro la Marcia, stupisce la reazione di molti cattolici. Ed è ovvio che diversi opinionisti abbiano parlato di difesa del proprio orticello.
Si deve stare attenti a questi errori. Non solo danno l’impressione di fratture interne, ma tolgono credibilità a chi vuole sostenere cause vere, oneste, cristiane. È un’illusione quella di chi pensa che, correndo da soli, si arriva più lontano.
Da soli non si va da nessuna parte, ma si diventa sempre più deboli.

Davide Greco

Note

[1]. Bat Ye’or, Eurabia, Lindau, Torino 2007, pp. 242-247.
[2]. Ivi, p. 29, ma anche pp. 307-328.
[3]. René Guitton, Cristianofobia, Lindau, Torino 2010, p.15.
[4]. Fonte:
http://apocalisselaica.net/varie/ateismo-anticlericalismo-e-libero-pensiero/in-tre-anni-5mila-sbattezzati-boom-di-abbandoni-nella-chiesa-cattolica
[5]. Fonte: http://www.uaar.it/news/2010/10/27/risultati-della-terza-giornata-nazionale-dello-sbattezzo/
[6]. L’articolo non è più disponibile on-line. È possibile comunque trovarlo a questo indirizzo (con qualche commento fra parentesi): http://www.cantualeantonianum.com/2012_03_01_archive.html
[7].
Cfr. http://www.romapride.it/wp/documento-politico/
[8]. Castellucci: contro di me una fatwa cristiana, articolo di Francesco Bonami, “La Stampa”, 21 gennaio 2012.
[9]. Spettacolo blasfemo? L’antidoto è il silenzio, “Il Giornale”, 20 gennaio 2012.
[10]. Giorgio Braga, La comunicazione sociale, ERI, Torino 1969, p. 71.
[11]. Fonte:
http://www.uccronline.it/2012/03/04/il-papa-veste-prada-no-era-una-bufala/

[12]. Joseph Ratzinger Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dal Battesimo alla Trasfigurazione, Rizzoli, Milano 2007, pp. 54 e 56.
[13]. Fonte: http://www.chiesacattolica.it/chiesa_cattolica_italiana/news_e_mediacenter/00030596_Solidali_con_l_Emilia___provata_dal_sisma.html
[14]. Gianfranco Amato, I nuovi Unni, Fede & Cultura, Verona 2012, p. 136.

 

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Per
gentile concessione della “Fondazione Lepanto”

Fonte originale dell’articolo: Greco, Davide, La Cristianofobia in Occidente: strategie e modalità, in “La Cristianofobia in Occidente”, Lepanto, n.185, Agosto 2012, pp. 9-14.

Donazione Corrispondenza romana