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La corruzione dilaga e si fa Stato

(di Danilo Quinto) C’è ancora qualcuno che per fortuna non le manda a dire in questo Paese. È il presidente dell’Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone, che in merito all’indagine promossa dalla magistratura in cui si ipotizza una truffa con soldi destinati ai migranti, ha detto: «C’è da rimanere esterrefatti. Se anche il mondo dell’impegno sociale fa registrare questi episodi è chiaro che il livello di diffusione del malaffare è tale che nessuno da solo ce la può fare nel contrasto alla corruzione».

Pessimista, Cantone? Realista, soprattutto quando registra un dato di fatto: «Non trinceratevi dietro logiche di corporazione. C’è bisogno di uno sforzo complessivo di pezzi della società civile che troppo spesso nella migliore delle ipotesi è rimasta a guardare e in qualche caso è stata complice del malaffare. Se la società civile non fa la sua parte è difficile pensare che ce la si possa fare». Viene così smontata – dati e inchieste alla mano, “Mafia Capitale” insegna – la leggenda di una società civile immune dalla corruzione, che per la quasi totalità dei commentatori sarebbe da attribuire alla classe politica. Certamente questa ha le sue colpe, ma da sola non può obiettivamente “occuparsi” della mole gigantesca del fenomeno corruttivo del nostro Paese, stimato in almeno 60 miliardi di euro all’anno: l’importo di tre manovre finanziarie di medie dimensioni.

Persino il Presidente della Repubblica e il Papa additano i politici come l’esempio da non imitare. Il primo dice che «c’è una corruzione che vediamo diffusa come se ci fosse una sorta di concezione rapinatoria della vita» e aggiunge: «La corruzione, il potere fine a se stesso, sono conseguenza di una caduta della politica. Di un suo impoverimento. I giovani si allontanano e perdono fiducia perché la politica, spesso, si inaridisce. Perde il legame con i suoi fini oppure perde il coraggio di indicarli chiaramente». Il secondo, nell’Angelus di Pentecoste, ha affermato che «rafforzati dallo Spirito e dai suoi molteplici doni, diventiamo capaci di lottare senza compromessi contro il peccato e contro la corruzione, che si allarga nel mondo di giorno in giorno in più».

Un anno fa, durante una Messa celebrata sul sagrato di San Pietro, chiarì meglio il suo pensiero: parlò di una classe dirigente lontana dal popolo, chiusa nelle proprie battaglie intestine: «Da peccatori scivolano in corrotti», disse, «per i quali tornare indietro è molto difficile, perché la logica della necessità nella quale sono scivolati è una strada senza ritorno».

La dicotomia classe dirigente-popolo – cattivi da una parte, buoni dall’altra – è del tutto fuorviante per spiegare la realtà che il Paese vive. La preside di Bari, candidata in una lista di centrodestra alle elezioni regionali, che sembra abbia inviato un sms ai genitori dei suoi studenti per invitarli al voto a suo favore, o la candidata – questa volta del centrosinistra – che sembrerebbe aver organizzato una strategia di reclutamento tramite telefonate di rappresentanti di lista dietro compenso, non vengono da Marte. Il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha detto di quest’ultimo caso: «Non è tecnicamente un voto di scambio ma ci assomiglia molto».

La politica di questi fatti, che sono espressioni della società civile, corrotta e corruttrice, è vittima. Diventa artefice esemplare di corruzione – anche se anche qui il voto di scambio non è tecnicamente configurabile – quando essa stessa segue un metodo eticamente inaccettabile: come l’elargizione di 80 euro nelle buste paga in occasione delle elezioni europee o il bonus di 500 euro promesso a qualche milione di italiani per i primi di agosto. Tutto si tiene, in questo Paese divenuto un colabrodo, dove le parole non bastano più per raccontare quello che avviene. (Danilo Quinto)