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La condanna del cardinale Pell, la Chiesa ed il mondo

(di Roberto de Mattei) La condanna del cardinale Pell, giunta come un fulmine all’indomani del summit vaticano, ricorda una verità che da cinquant’anni si vuole dimenticare: non c’è compromesso possibile tra la Chiesa e il mondo, perché il mondo odia la Chiesa e ne vuole la distruzione. La sentenza dimostra inoltre il fallimento della strategia di questo pontificato, che ha rinunciato ad esercitare la sovranità della Chiesa, confidando nella comprensione del mondo.

 La sovranità della Chiesa si esprime soprattutto nel suo diritto canonico. La Chiesa cattolica, in quanto società visibile, è dotata di un diritto, anche penale, che è il diritto che Essa possiede, di sanzionare i fedeli che hanno commesso violazioni della sua legge. Il delitto è una violazione esterna dell’ordine giuridico della Chiesa, distinto dal peccato che è invece una violazione dell’ordine morale.

Perciò la Chiesa, “per diritto proprio ed esclusivo”, ha il diritto di giudicare la violazione delle leggi ecclesiastiche e il diritto di sanzionare i delitti con pene canoniche (can. 1402 §2). Tra i molti delitti canonici enumerati dal Codice, vi sono l’apostasia, l’eresia e lo scisma (can. 1364), la communicatio in sacris, la profanazione di cose sacre (can. 1376), ed anche una serie di violazioni gravi del sesto comandamento (can. 1395).

La distinzione tra peccati e delitti non sembra chiara a papa Francesco, che proclama la “tolleranza zero” contro i reati civili, quali la pedofilia, ma invoca il “perdono” e la misericordia per i “peccati di gioventù”, quali l’omosessualità, dimenticando la presenza di questo delitto nelle leggi della Chiesa. 

Per le leggi e per il sentire comune di larga parte dei Paesi occidentali, la pedofilia è considerata, come lo stupro, un infamante delitto, non però a causa dell’immoralità dell’atto in sé, ma per la violazione che questi crimini comportano dei diritti, in un caso dei bambini e nell’altro caso delle donne. Seguendo l’esempio degli Stati moderni, le autorità ecclesiastiche sembrano aver derubricato alcuni peccati da delitti contro la morale a delitti contro la persona.

Il peccato non consiste nel violare la legge naturale, ma di impedire con la violenza all’individuo di seguire i propri istinti e le proprie tendenze. Oggi le autorità vaticane trattano i delitti quali la sodomia come se fossero semplici peccati privati, limitandosi, nei casi conclamati, a richieste di espiazioni penitenziali, senza applicare quelle sanzioni penali che i delitti esigono.

Gli unici delitti riconosciuti come tali sono quelli sanzionati dagli Stati laici, ma anche per quanto riguarda questo tipo di crimini, come la pedofilia, le autorità ecclesiastiche oggi si uniformano ai giudizi di colpevolezza e di innocenza dei processi civili, rinunciando ad investigare e a processare per proprio conto, salvo quando ciò si renda necessario per non perdere la “credibilità”, come è accaduto con il “caso McCarrick”. Ma anche la  riduzione allo stato laicale del cardinale Theodore McCarrick, come ha sottolineato in un recente articolo Sandro Magister, è frutto di un processo non giudiziario ma solo amministrativo (“Settimo Cielo”, 15 febbraio 2019).

La Chiesa invece ha il dovere di aprire un regolare processo penale nei confronti degli accusati di abusi sessuali, senza violare i loro diritti fondamentali. Infatti non esistono solo i diritti di coloro che si proclamano vittime, ma anche quelli di coloro che dalle vittime sono accusati.

Essi devono essere giudicati secondo le norme del Diritto canonico, possibilmente prima dello Stato, per appurare la verità dei fatti. Una volta appurata questa verità, se riconosciuti colpevoli, devono subire le giuste sanzioni, se riconosciuti innocenti, devono essere difesi anche contro le autorità civili degli Stati.

La Chiesa, che è dotata di un suo diritto penale e di suoi tribunali, deve avere il coraggio di sfidare il giudizio dei tribunali del mondo, nella convinzione che non è il mondo a giudicare la Chiesa, ma la Chiesa a giudicare il mondo.

    La crisi morale della Chiesa non si risolve con le cosiddette best practices, le indicazioni pratiche date dall’Organizzazione Morale della Sanità, un organismo laico che promuove l’educazione sessuale e vorrebbe includere la contraccezione e l’aborto in tutti i programmi nazionali di pianificazione familiare, né istituendo nuove commissioni o task force di “esperti”, ma con una visione soprannaturale, che purtroppo è totalmente assente dal discorso di papa Francesco che ha concluso il vertice vaticano lo scorso 24 febbraio.

Le conseguenze sono che si sente parlare di una maggiore sinodalità delle chiese locali”, aperta” ai contributi del mondo secolarizzato, e dell’abolizione del segreto pontificio, in nome della “trasparenza”. La “cultura del segreto” è quella denunciata da Frédéric Martel nel suo recente libello teso a “normalizzare” la sodomia all’interno della Chiesa. Ma quale segreto più impenetrabile esiste del segreto imposto ai sacerdoti dal sacramento della confessione? Sembra questa la prossima pietra che i nemici della Chiesa vogliono scalzare e a cui, la sentenza del tribunale di Victoria sembra aver preparato la strada.

In Australia, nel territorio di Canberra, è stata adottata una legge che rende perseguibile il sacerdote che non riporta casi di abuso sui minori anche qualora ne sia venuto a conoscenza durante la confessione.

La legge, che applica le raccomandazioni della Royal Commission, la commissione incaricata dal governo australiano di occuparsi degli abusi sessuali su minori, è stata approvata lo scorso giugno dell’Assemblea Legislativa del Territorio della Capitale Australiana, ed estende la denuncia obbligatoria di abusi sui minori anche alla Chiesa e alle attività della Chiesa, incluso il confessionale. Tra queste raccomandazioni c’era, appunto, l’idea di rendere reato la mancata denuncia da parte di un sacerdote di molestie e violenze su minori di cui viene a conoscenza mentre sta impartendo il Sacramento della Confessione (Acistampa, 29 giugno 2017).

Intanto le Nazioni Unite hanno chiesto all’Italia di istituire una Commissione di inchiesta «indipendente e imparziale per esaminare tutti casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica» e chiedono di «rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza sui minori alle autorità competenti dello Stato».

La richiesta è stata fatta dal Comitato ONU per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza con sede a Ginevra. È stata infine sollecitata la revisione dei Concordati nazionali (come il Trattato del Laterano con l’Italia) nella parte in cui sollevano la gerarchia dall’obbligo di denuncia. In Italia, secondo il Nuovo Concordato del 1984, «la Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici» (Protocollo addizionale n. 2b).

Questo principio andrebbe ora rovesciato, perché l’ONU chiede al Vaticano di dare una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari paesi, fornendo ad esempio tutte le informazioni in possesso della Congregazione per la dottrina della fede.

La questione della obbligatorietà della denuncia alle autorità civili, su cui padre Lombardi ha affermato che: «è giusto che sia un tema affrontato in questo incontro» (il vertice del 21 febbraio, n.d.r.), apre la strada alla richiesta di violare il sacramento della confessione e del segreto pontificio. Un tempo lo Stato era il “braccio secolare” della Chiesa, ora la Chiesa diventerebbe quasi un “braccio secolare” dello Stato.

Ma una legge civile che volesse imporre la violazione del sigillo confessionale per alcuni reati, come la pedofilia, sarebbe una legge ingiusta, di fronte alla quale i sacerdoti dovrebbero opporre il loro “non possumus”, fino al martirio. E’ questa testimonianza, e non altre, che renderebbe la Chiesa credibile, di fronte a Dio, prima che di fronte al mondo. Ma bisognerebbe capovolgere il rapporto che la Chiesa, da oltre cinquant’anni, intrattiene con il mondo secolarizzato e anticristiano. (Roberto de Mattei)