La Chiesa “viva”

(di Cristiana de Magistris) Quando, durante il processo dell’apostolo Paolo, il procuratore della Giudea Festo si trovò nella necessità di spiegare al re Agrippa le imputazioni portate dai Giudei contro Paolo, le riassunse dicendo che gli accusatori avevano contro di lui certe questioni riguardanti la loro particolare superstizione «e un certo Gesù morto, che Paolo affermava esser vivente» (At 25,19).

Con inconsapevole ignoranza, Festo aveva sintetizzato l’essenza della fede cristiana, che si fonda esattamente su un Uomo morto, che è risuscitato ed è vivente: l’uomo-Dio Cristo Gesù. 

Intorno alla verità della resurrezione del Redentore crocifisso ruota tutta la nostra fede, come asserisce senza esitazione lo stesso Apostolo: «Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. (…) Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1 Cor 15,17-19). E S. Agostino: «Non è gran cosa credere che Cristo è morto; lo credono anche i pagani, i Giudei e tutti i malvagi; tutti credono che è morto. La fede dei cristiani sta nella resurrezione di Cristo. Questo riteniamo che sia una grande cosa: credere che è risorto».

Col termine “risurrezione” non s’intende un semplice ritorno alla vita, come avvenne a Lazzaro o ad altri uomini e donne nell’Antico e Nuovo Testamento. A differenza di loro, Cristo risorse per virtù e forza propria per non morire più, ciò che si può dire solo di Lui. La Resurrezione era necessaria per portare a compimento l’opera della redenzione. Con la Sua morte Egli ci aveva liberati dal peccato, ma solo con la Sua risurrezione ci ha restituito i beni che avevamo perduti con il peccato, e ci ha ridonato la vita eterna. Cristo è dunque vivo.

La Resurrezione di Cristo è un avvenimento unico ed inconfondibile, che costituisce il centro e il culmine della storia dell’umanità. Si tratta di un fatto storico, ma anche di un avvenimento che trascende la storia per collocarsi tra le realtà eterna. Essendo dunque un fatto storico e sovrastorico, richiede sia l’assenso della ragione sia l’atto di fede. Ecco perché, con ammirabile ironia, i celesti messaggeri, la domenica di Pasqua, alle donne accorse al sepolcro, alle quali mancava la fede nella Risurrezione, chiesero: «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?» (Lc 24,5).

Benché animate da una coraggiosa e sincera pietà, le donne cercavano il Signore nel luogo sbagliato, perché Egli era ed è vivo. Questo invito ironico delle creature angeliche viene oggi rivolto alla moderna cristianità, il cui errore più fatale è forse proprio quello di cercare Cristo, il Signore del tempo e della storia, Colui che è “il vivente” e che non muore più, tra i personaggi storici oscurati dall’oblio del tempo e soprattutto dall’ineluttabilità della morte. Non si può in alcun modo paragonare Cristo a Budda o a Maometto o ad altri filosofi e pensatori, per quanto illustri. «Non si capisce niente del Cristianesimo – sentenziò il cardinal Biffi – se lo si ritiene una religione paragonabile alle altre. Il Cristianesimo non è, primariamente e per sé, una religione (cioè un insieme di riti, di precetti, di convincimenti che regolano le nostre relazioni con la divinità): è un avvenimento che ha dato un cuore nuovo all’universo; l’avvenimento della Pasqua, appunto, che uno può accogliere e rifiutare, ma non può ridurre a un sistema di idee, di atti liturgici, di norme, e non può assimilare alle altre forme di culto».

Ben lo comprese il grande convertito inglese G. K. Chesterton, il quale, dopo esser approdato alla Chiesa cattolica, ne difese fino alla morte la sua eterna ed inconfondibile unicità, la sua perenne vitalità, che non si fonda su idee, riti o pii pensieri, ma su una Persona morta e tuttora viva. «Questa è la verità – scrisse – che è duro spiegare perché è un fatto, ma un fatto di cui siamo testimoni. Siamo cristiani e cattolici non perché adoriamo una chiave (il Papa, ndr), ma perché abbiamo varcato una porta (la Chiesa, ndr); e abbiamo sentito lo squillo di tromba della libertà passare sopra la terra dei viventi». La Chiesa è dunque viva, perché è il Corpo di una Persona vivente.

L’adesione spirituale e intellettuale che si dà a un defunto, per quanto onorabile, non può in alcun modo confondersi con la comunione di vita con «Colui che è vivo e ormai non muore più, perché la morte non ha più potere su di Lui» (Rm 6,9). Parimenti, l’appartenenza alla Chiesa non può in alcun modo paragonarsi alla partecipazione a qualche associazione religiosa, per quanto nobili possano esser i suoi fini. La Chiesa è sempre vivificata dallo sfolgorante bagliore del Signore risorto e non può in alcun modo essere annoverata tra le organizzazioni umanitarie o caritative o dialoganti o pacifiste.

Essa non è nulla di tutto ciò. La sua caratteristica non è quella di essere bene organizzata nel servizio dei poveri (che tanto stava a cuore a Giuda Iscariota) o di esser aperta ad un non ben definito dialogo o di abbracciare l’uomo contemporaneo non per aprirgli le porte del Cielo, ma per rendergli meno penoso l’esilio terreno. La vera e unica caratteristica della Chiesa è quella di essere – a differenza di tutte le altre istituzioni e religioni – viva, ed è viva perché il suo Signore è risorto e la vivifica costantemente, purché, secondo l’ammonimento degli Angeli, «non cerchiamo tra i morti Colui che è vivo».

Lo si cerca tra i morti quando, per amore di un falso dialogo col mondo, si ignorano i Suoi ammonimenti, che non sono un invito al dialogo, ma un mandato all’evangelizzazione; quando si pretende di stabilire una pace fondata su principi terreni e umanitari, che uniscono, e non sull’unica Verità, che divide, ignorando che il Figlio di Dio è venuto a portare non la pace ma la divisione (Lc 12,51) e la spada (Mt 10,34); quando Lo si parifica agli altri fondatori di religioni, ignorando colpevolmente che Egli è l’unico vivo tra i morti e che «chi cadrà sopra questa pietra che è Lui stesso sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà» (Mt 21, 44).

Se la Pasqua non sembra più produrre, anche nella compagine ecclesiale, il rinnovamento spirituale che le è proprio, è perché evidentemente si cerca Cristo vivo tra uomini o ideali morti. Il monito delle creature angeliche alle donne accorse al sepolcro nel dì della resurrezione è allora, dopo di 2000 anni, ancora di straordinaria attualità, e non mancherà di suscitare lo stupore degli Angeli davanti a tanta umana ostinazione. Essa tuttavia non offusca la luce radiosa della Resurrezione del Signore che, con la sua luce silenziosa e sfolgorante, continua a far nuove tutte le cose (cfr. Ap 21,5).

«Al terzo dì, gli amici di Cristo vennero sul far del giorno al sepolcro e trovarono la tomba vuota e la pietra sepolcrale rotolata da un lato. Si resero conto in varia guisa del nuovo miracolo, ma non capirono che un mondo era morto in quella notte. Quel che essi vedevano era il primo giorno di una nuova creazione, con un nuovo cielo e una nuova terra: e, in sembianza di giardiniere, Dio camminava nuovamente nel giardino, nel fresco non di una sera ma di un’alba» (G.K. Chesterton). (Cristiana de Magistris)

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