La Chiesa senza storia

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(Gregorio De Bonifaci) La pubblicazione del motu proprio contro la Messa tradizionale ha suscitato nel mondo fedele a questa forma liturgica reazioni improntate ad amarezza e sdegno, non a sorpresa. L’ostilità di papa Bergoglio nei confronti di tutta la tradizione cattolica, non solo della liturgia, è palese ormai da otto lunghi anni; durissimo, a tratti veramente feroce, questo documento, e spietato si rivela il pontefice anche nei confronti del suo predecessore: cancellare uno dei documenti fondamentali del pontificato di Benedetto XVI quando egli è ancora in vita è un atto violento e crudele a livelli difficilmente superabili.

Tra gli interventi sulla stampa e sul web prevalgono, com’è naturale, le preoccupazioni di tipo operativo; ed è quindi naturale che sia prima di tutto una domanda pratica quella che spinge gli interventi di molti commentatori. L’articolo di Roberto de Mattei, molto preciso e documentato come sempre (Traditionis custodes: una guerra sull’orlo dell’abisso), e quello del Card. Müller, di ispirazione “ratzingeriana” nel tentativo di individuare aspetti costruttivi nel documento di Bergoglio pur non nascondendo la disapprovazione di fondo, sono i due interventi che hanno cercato, ambedue con successo e ovviamente nella differenza di ruoli e competenze, di portare il discorso oltre il doloroso dato di cronaca. Il documentato articolo del Card. Burke è assai significativo per i dubbi che solleva, soprattutto di carattere giuridico; su uno di questi si dirà qualcosa più avanti. Si moltiplicano le pagine contenenti link alle variegate reazioni al documento.

 

1. Ripensare alcuni concetti ed espressioni

Nei momenti di difficoltà è sempre buona cosa considerare se le proprie azioni abbiano contribuito al sorgere dei problemi che si debbono affrontare. Il cattolicesimo tradizionale è molto scosso dal tono durissimo del documento di Francesco, ma è proprio questo il momento più opportuno per fermarsi ad esaminare le proprie debolezze, che hanno offerto armi agli avversari, con errori fondamentali che (questo potrà stupire, ma è molto evidente) hanno implicitamente accettato di porre la questione in termini sbagliati, favorendo così di molto le tesi antitradizionali. In queste pagine, per brevità, ci si riferisce con “Messa tradizionale” alla forma liturgica stabilita nel Messale del 1962; con “Messa del 1970” o “Novus Ordo” alla forma stabilita da Paolo VI e dai suoi successori.

 

La “Messa in latino”

Definire la Messa tradizionale come “Messa in latino” è molto frequente, soprattutto nel mondo di lingua inglese, dove l’espressione “Latin Mass” è di fatto sinonimo di “Traditional Mass”. È un errore grave: in latino è possibile celebrare anche la Messa del 1970, ma la sovrapposizione concettuale tra “latino” e “tradizionale” ha contribuito alla sparizione pressoché completa della liturgia in latino celebrata secondo i libri correnti: solo poche cattedrali e qualche monastero utilizzano questa forma. Si tratta di un danno non più reversibile, e di gravità notevole, perché spinge molti a pensare che il punto di frizione tra modernisti e tradizionalisti consista nella scelta della lingua della celebrazione. A questo punto si innesta l’usuale argomentazione che critica l’uso del latino perché non compreso dalla maggioranza dei presenti in chiesa e così via; converrà risparmiare al lettore le consuete banalità che derivano da queste errate premesse. La conseguenza estremamente negativa di questa confusione è stata (1) la demonizzazione del latino, visto come espressione linguistica legata unicamente alla liturgia tradizionale e quindi (2) l’ostilità verso il patrimonio della musica sacra cattolica, che dal canto gregoriano al Novecento si è sempre espressa in latino. La sparizione completa del latino dalla liturgia “standard” ha reso inoltre molto più complesso quel “mutuo arricchimento” tra Novus ordo e liturgia tradizionale che è al centro del pensiero di Benedetto XVI e sul quale ha insistito ancora recentemente il Card. Sarah: su queste confusioni cfr. il primo capitolo di La liturgia della Chiesa nell’epoca della secolarizzazione di R. de Mattei; del Card. Robert Sarah, cfr l’intervista al National Catholic Register del 23 settembre 2019, di cui è apparsa una traduzione italiana parziale; il 13 agosto 2021 il Cardinale ha pubblicato è apparso un articolo sul Figaro che sviluppa queste posizioni, in modo apertamente critico nei confronti del documento di Bergoglio, pur mai nominato direttamente.

 

La “Messa tridentina”

Altro grave errore è quello di riferirsi alla Messa tradizionale chiamandola “Messa tridentina” o “Messa di San Pio V”. San Pio V non istituì affatto una “nuova Messa”: si limitò a proporre alla Chiesa universale l’uso “romano” (sostanzialmente l’uso francescano praticato dalla Curia romana), ma senza abolire pratiche e riti diversi, purché di documentabile antichità. Si pensi all’uso domenicano, che anche Ratzinger ricorda come esempio di una molteplicità liturgica che prima del 1970 non scandalizzava nessuno (si veda Nel decennale del Motu proprio Ecclesia Dei, o al rito ambrosiano; nessuno nella diocesi di Milano si preoccupa osservando che a pochi metri di distanza una chiesa celebra secondo il rito ambrosiano e un’altra (ad esempio se affidata ad un ordine religioso) secondo il rito romano. Nel recente passato, i riti neo-gallicani erano diffusissimi in Francia fino al primo terzo dell’Ottocento: ad esempio il “curato di Ars”, san Jean-Marie Vianney, celebrava utilizzando il Messale parigino, non quello romano; la loro cancellazione fu un processo sostanzialmente interno alla Chiesa francese, con l’abbazia di Solesmes in testa a tutti nella spinta per la romanizzazione, non una scelta imposta da Roma, anche se a Roma gradita. Quella di “Messa tridentina” è una denominazione scelta da molti, anche competenti, per semplicità e per rendere chiaro l’oggetto del discorso, ma provoca inevitabilmente un parallelismo: da una parte ci sarebbe la Messa “del concilio di Trento”, dall’altra quella “del concilio Vaticano II”. Ugualmente si dica per l’altra infelice etichetta, “Messa di san Pio V”: se si trattasse di iniziative che vanno attribuite a singoli papi allora non ci sarebbe ragione di valutare differentemente il rito di Montini rispetto a quello di Ghislieri. La “Messa tridentina” è in realtà il risultato di un processo storico lunghissimo, radicato nell’età apostolica e subapostolica: già al tempo di sant’Ambrogio (IV secolo) le parti essenziali del Canone della Messa erano divenute tradizionali; siamo ben documentati sugli arricchimenti liturgici, ad esempio di Gregorio Magno (papa dal 590 al 604); l’età carolingia contribuì alla liturgia con nuovi elementi, e così fecero il Medioevo e le epoche seguenti.

 

2. Sviluppo della liturgia, non creazioni di laboratorio

Si tratta di quello “sviluppo” della liturgia che è al centro della riflessione di Joseph Ratzinger e che corrisponde singolarmente bene al pensiero di un grande convertito, John Henry Newman (di Ratzinger si veda l’Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo 2001, che riprende evidentemente il titolo del celebre testo di Romano Guardini Vom Geist der Liturgie, 1918; il concetto di fondo di “sviluppo” è molto chiaro già nel piccolo saggio La festa delle fede, 1981, ediz. italiana Jaca Book, Milano 1984). Il pensiero di Newman si definì, com’è noto, soprattutto studiando la questione ariana; Newman divenne cattolico proprio perché si rese conto, studiando le grandi controversie dell’età patristica, che la Chiesa cattolica aveva mantenuto l’essenziale delle dottrine stabilite in quelle antiche stagioni, sviluppando queste dottrine attraverso l’approfondimento e l’apporto di tante generazioni di uomini di fede. Nella liturgia accade esattamente la stessa cosa: un nucleo originario si è sviluppato per quasi due millenni, attraverso aggiunte, eliminazioni, modifiche; mai, sino al 1970, attraverso una radicale sostituzione con un nuovo rito, che venne redatto da un gruppetto di professori e di ecclesiastici, cattolici e protestanti. Dunque si contrappongono due oggetti non comparabili: il rito di Paolo VI è il risultato del lavoro di una commissione che in un paio d’anni “inventò” una nuova liturgia, mettendo insieme elementi di variegata origine, nel progetto fondamentale di recuperare le forme che in quegli anni erano ritenute più antiche, e – in evidente contraddizione – aggiungendo testi inventati ex novo.

È inoltre ben noto che definire il Novus Ordo come “Messa del Vaticano II” è semplicemente un falso storico. Chiuso il Concilio nel 1965, già due anni dopo la commissione liturgica propose il nuovo tipo di liturgia, che venne rifiutato a larga maggioranza da un Sinodo episcopale convocato per esaminare la questione (dato testimoniato da tutti i “diari” del tempo). Paolo VI, anche in séguito ad un documento critico redatto dai Cardinali di curia più importanti del tempo, Bacci e Ottaviani, sospese per un anno l’adozione dei nuovi libri, che vennero comunque promulgati e adottati tra il 1969 e il 1970. Si potrebbe semmai definire “Messa del Vaticano II” il Messale del 1965, che ebbe breve vita: questo Messale rappresentava, con l’ampia introduzione delle lingue locali ma con la struttura ancor solidamente tradizionale, l’applicazione effettiva dei dettati conciliari, che mai, in nessun testo, richiedono la realizzazione di nuovi riti.

La terminologia adottata dal mondo tradizionalista è anche in questo caso gravemente errata e produce conseguenze molto gradite al modernismo, che può efficacemente opporre, come equivalenti, una ipotetica “Messa tridentina” ad una inesistente “Messa del Vaticano II”.

 

La “Messa di sempre”?

Ugualmente a-storico è descrivere la Messa tradizionale come la “Messa di sempre”. La Messa tradizionale è, lo si ripeta ancora, il risultato di un processo storico di aggregazione, selezione e combinazione di forme, non una sorta di Atena nata perfetta dalla mente di Zeus. In questa visione di “sviluppo organico” della liturgia (non certo di “evoluzione”), nessuno avrebbe trovato alcunché da obiettare se dopo il Vaticano II si fossero introdotti nella liturgia quel tipo di mutamenti che ha conosciuto tutta la storia della Chiesa; il testo del Vaticano II orientava appunto in questa direzione (ad esempio la possibilità, non l’obbligo, di utilizzare le lingue nazionali in alcune parti della liturgia). Sarebbe continuata davvero la “Messa di sempre”, ma non nel senso di un oggetto statico, congelato per secoli o addirittura per millenni, ma nel senso di una realtà vivente, che delle varie epoche storiche porta traccia ed eredità. I “tradizionalisti” sostenitori dell’idea di una “Messa di sempre” hanno pensato ad un “sempre” fuori dalla storia, mentre la bellezza del “sempre” cattolico consiste proprio nel suo “essere storia”, nel consegnare alla generazione seguente «quello che a mia volta ho ricevuto», secondo la parola dell’Apostolo (tradidi quod et accepi: I Cor. 15, 13), arricchito dalla mia esperienza e dalla mia riflessione: come il “talento” della parabola, che non deve stare immobilmente nascosto, ma deve essere parte della vita di chi lo ha ricevuto.

 

3. Il rapporto tra le due forme del rito

Questi errori di fondo del mondo tradizionalista hanno portato legna al fuoco dell’avversario, accettando implicitamente una posizione almeno “a-storica” sulla questione; posta in questo modo, la “questione tradizionale” non si regge e il testo bergogliano rappresenta una conclusione prevedibile da parte del mondo modernista. Prima di esaminare le conseguenze operative che si affacciano alla riflessione di chi voglia ragionare su queste cose sine ira et studio, non si potrà dimenticare che nel mondo tradizionale esistono due atteggiamenti nei confronti del Novus Ordo: da una parte chi lo ritiene negativo e inaccettabile in quanto tale, rifiutandone spesso la legittimità, dall’altra parte chi ritiene che, pur carico di difetti di fondo e bisognoso di correzioni importanti, tuttavia il Messale del 1970 sia valido e legittimo, e che contenga elementi interessanti e capaci, secondo il pensiero di Benedetto XVI e, tra gli altri, del Card. Sarah, di arricchire la cultura celebrativa di chi preferisce la liturgia tradizionale – così come la conoscenza della liturgia tradizionale dovrebbe fecondare, sempre secondo questa linea di pensiero, la cultura celebrativa di chi segue il Novus Ordo. Il documento vaticano esercita la sua feroce persecuzione evidentemente contro questo secondo gruppo, ossia gli aderenti alle organizzazioni che si riconoscono nella Summorum Pontificum, che non negano né la validità né la legittimità della liturgia del 1970, pur non nascondendone i problemi evidenti.

 

4. Che cosa potrà succedere?

Uno dei punti qualificanti del documento è l’affermazione che solo nei libri liturgici promulgati da Paolo VI e da Giovanni Paolo II si compie il rapporto tra lex orandi e lex credendi della Chiesa. La conseguenza è dirompente: solo i libri liturgici pubblicati dopo il Vaticano II rispecchiano l’identità liturgica della Chiesa. Per altro, come ha notato il card. Burke, tra il testo italiano e quello inglese del documento c’è differenza, perché l’italiano afferma che i libri recenti sono «l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano», mentre la traduzione inglese parla di «unique expression», non di «only expression» (Su Cardinalburke.com si aggiunge la traduzione dell’italiano «devono» con l’inglese «should», che ovviamente cambia il senso). Del testo latino non c’è traccia nel sito web vaticano: un’altra espressione di quel disprezzo verso la lingua della Chiesa che caratterizza il pontificato di papa Francesco.

Implicitamente egli nega che la fede della Chiesa sia espressa dai libri precedenti: ma allora la fede della Chiesa è mutata, con il Vaticano II, al punto tale da non potersi riconoscere in alcun testo precedente quel concilio. La storia della Chiesa non viene esplicitamente negata, ma resa insignificante di fronte ad una “nuova fede”, che non può non riconoscersi in “nuovi libri”. Il titolo, forse involontariamente irridente, del documento di Bergoglio presenta i vescovi come custodes di una traditio che è però limitata a mezzo secolo: una Nova fides che si deve necessariamente esprimere attraverso un Novus ordo liturgico. La posizione è perfettamente coerente: è quella, ma resa ancora più ideologica e semplicisticamente fondamentalista, della cosiddetta “scuola di Bologna”, che vede in quasi tutta la storia della Chiesa, da Costantino in poi, un allontanamento dall’originario annuncio cristiano. Una posizione non solo astorica, come quella di molti, troppi tradizionalisti, ma duramente antistorica, come quella di Lutero, che immaginava una purezza cristiana che cancellasse la storia della Chiesa (riprendendo un’intuizione di Rémi Brague si potrebbe parlare di un “neo marcionismo”, inteso come rifiuto del passato).

Che cosa possa accadere è ora impossibile a dirsi. L’usuale opacità del documento (nulla si sa dell’ipotetico “sondaggio” effettuato in merito alle opinioni dei vescovi sulla questione: importanti prelati hanno dichiarato di non essere stati interpellati) non nasconde l’evidente ragione che ha portato alla sua pubblicazione, abbastanza facilmente leggibile all’interno del tipico tatticismo bergogliano. Si trattava di accontentare i cosiddetti “progressisti”, soprattutto tedeschi, in parte delusi dalla resistenza vaticana di fronte alle richieste dell’ala più chiassosamente estremista di quella chiesa ormai esausta e svuotata di popolo; assestare uno schiaffo ai detestati tradizionalisti poteva apparire la manovra più semplice per ristabilire una sorta di equilibrio. Lo sconcerto che ha suscitato il documento va compreso anche perché mette in luce, come forse mai avvenuto in questo caotico pontificato, il contrasto tra l’autoritarismo autocratico di papa Bergoglio e l’esibito rifiuto dei titoli del Sommo Pontificato, a cominciare da quello di “Vicario di Cristo”, relegati tra i residuati storici in favore del semplice titolo di “Vescovo di Roma”: una contraddizione che è forse alla base di tutta la confusione di questi anni.

Se alcuni vescovi hanno prontamente bloccato tutte le celebrazioni “tradizionali” nelle proprie diocesi, di fatto esiliando una parte spesso consistente dei propri fedeli, molti altri appaiono per il momento prudenti, all’insegna di un diffuso donec aliter provideatur; ma è certo che dal Vaticano, dominato da un servilismo ottuso e attento solo alla carriera, giungeranno inviti ad un’applicazione dura del misericordioso documento; l’idea del Card. Brandmüller, che ipotizza una sorta di naturale oblio del motu proprio, appare quindi troppo ottimista, almeno nei tempi brevi (“Traditionis custodes” bei Licht betrachtet, tradotto in italiano presso il sito Stilum Curiæ). Dall’altra parte, ci si può augurare che il mondo tradizionalista non cada nella trappola di una ribellione aperta, che possa dare a Bergoglio la ragione per dichiarare scismatici e scomunicati coloro che si riconoscessero in un’improvvida posizione di questo tipo. Ostacoli gravissimi, che potranno essere corretti solo da un molto ipotetico saggio successore del papa gesuita, sono la proibizione di accettare nuovi gruppi cosiddetti “tradizionalisti” nelle diocesi e il divieto di celebrare la liturgia tradizionale nelle parrocchie, richiudendola in conventi, monasteri o chiese minori, in vista di una specie di rieducazione di stile sovietico alla quale dovrebbero essere sottoposti i “tradizionalisti”. Può darsi che abbia ragione mons. Schneider, che ipotizza un fiorire di “Messe clandestine”: che ricordano, per chi conosca un po’ di storia, ciò che avveniva nell’Inghilterra protestante, quando celebrare la Messa poteva costare la vita. «Il coraggio, uno non se lo può dare», dice don Abbondio, ma il Cardinale gli risponde: «v’è necessario il coraggio, per adempir le vostre obbligazioni […] c’è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate […] Credete voi che tutti que’ milioni di martiri avessero naturalmente coraggio?»

Coerente, dunque, nella sua rozzezza, il motu proprio; ad esso, in una riflessione pacata e non obnubilata da dolore e indignazione, occorre contrapporre non atteggiamenti ingenuamente astorici, ma prendere sul serio le riflessioni di Newman e di Ratzinger: la Chiesa vive nel tempo che è dato fino al ritorno definitivo di Cristo, e questo tempo è il tempo della storia. Non siamo fratelli solo con chi ci vive accanto, ma anche con coloro che hanno ricevuto lo stendardo della fede e che ce l’hanno trasmesso, qui nos præcesserunt cum signo fidei. Lo sviluppo organico della liturgia esprime mirabilmente questo “essere nel tempo” come caratteristico del realismo cattolico, contrapponendosi alle astrazioni di tipo protestante che sembrano ormai dominare l’ideologismo vaticano. Come ha sottolineato il Card. Sarah nel suo citato intervento sul Figaro, la Chiesa è credibile di fronte al mondo se presenta se stessa come custode di una continuità che la lega all’annuncio di Gesù Cristo; e la continuità liturgica è “segno” di questa continuità essenziale.

Il mondo tradizionalista non deve essere ingenuo; queste battaglie sono lunghe e saranno certamente vinte nei tempi lunghi, perché portæ Inferi non prævalebunt: per vincere, cioè perché vinca la continuità del deposito della fede, occorrono certamente santità personale e buona volontà, ma anche seria consapevolezza culturale e coscienza chiara della natura storica della cattolicità.

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