La chiesa cattolica al tempo del coronavirus

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(Lupo Glori) In questi giorni di reclusione forzata all’interno del mondo cattolico e non solo si è aperto un vivace e appassionato dibattito circa la straordinaria decisione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) di sospendere ogni messa e funzione religiosa fino al 3 aprile in ottemperanza al lockdown deciso dal premier Giuseppe Conte in tutta Italia per frenare l’epidemia di coronavirus. Secondo il partito favorevole alla serrata dei luoghi di culto “senza se e senza ma”, le chiese sarebbero infatti luoghi da fuggire, in particolare per la loro peculiarità di “attirare gli anziani” che rappresentano in questo momento la categoria più a “rischio epidemia”. Per questo, come sono stati chiusi musei, parchi, negozi, ecc., in nome della suprema e prioritaria tutela della salute pubblica, vanno sbarrate anche tutte le chiese, tanto “Dio è più grande di ogni luogo” e ognuno di noi può alimentare l’anima lo stesso in mille altri modi diversi.

Quello che, in sostanza, si chiede alla Chiesa è di abdicare alla propria specifica missione di assistenza pastorale e cura della salute delle anime, “facendosi da parte” in questo momento eccezionale, come che essa non possa dare un proprio contributo utile alla causa. Questa è l’ora degli “esperti” e della “competenza” si sente da dire da più parti. Spazio dunque alla scienza, ai medici e ai diversi tecnici “competenti” e nessuno spazio per la Chiesa e per i sacerdoti giudicati “incompetenti” a gestire la gravità e la complessità della pandemia in corso.

Tali tesi leggono e giudicano la realtà da una prospettiva puramente terrena, senza tenere conto della sua dimensione soprannaturale. Sono punti di vista comprensibili se pronunciati da persone che non credono nell’esistenza di cause e fini che trascendono la realtà. Se infatti Dio non c’entra nulla con il coronavirus, i riti religiosi non servono, i miracoli sono mere superstizioni, allora, certamente, la preghiera, i sacramenti, le benedizioni, ecc., non hanno alcun senso, in quanto non possono apportare alcun beneficio, ed è logico e conseguente essere d’accordo con la chiusura delle chiese alla pari della chiusura dei musei, dei cinema, dei ristoranti, ecc.

Ma se, al contrario, si crede nell’esistenza di una dimensione trascendente e soprannaturale, mai come in questo momento le persone hanno bisogno di incoraggiamento e assistenza spirituale e quindi di chiese spalancate e sacerdoti disponibili a dispensare, ad ogni ora, sacramenti e benedizioni. Accanto alla necessaria cura del corpo vi sta infatti la ben più importante cura dell’anima e, di fronte alla odierna situazione, che vede morire ogni giorno centinaia di persone, la Chiesa con i suoi sacerdoti avrebbe dovuto essere in prima linea a dare il proprio fondamentale conforto e sollievo spirituale.


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Come ha scritto il monaco benedettino dom Giulio Meiattini: «La cosa più triste, e preoccupante per il futuro dell’umanità, è che la stessa Chiesa (o meglio gli uomini di Chiesa) hanno dimenticato che la grazia di Dio vale più della vita presente. Per questo si chiudono le chiese e ci si allinea ai criteri sanitari e igienici. La Chiesa trasformata in agenzia sanitaria, invece che in luogo di salvezza. Ci pensino bene i vescovi a chiudere le chiese e a privare i fedeli dei sacramenti, dell’eucaristia, che è medicina dell’anima e del corpo: chiudere le porte ai cristiani e pensare di potersela cavare con la scienza umana, è chiudere le porte all’aiuto di Dio. È confidare nell’uomo, invece che confidare in Dio».

In una prospettiva cattolica il coronavirus con il suo tributo di morte, può essere interpretato dunque come un richiamo alla realtà che ci mette in guardia nei confronti della odierna effimera ed imperante mentalità del consumo e del benessere, ricordandoci che siamo esseri fragili e deperibili… Al riguardo, in questo giorni Amedeo Capetti, direttore del dipartimento di malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, ha dichiarato: «Io ai miei pazienti ho sempre detto: “Guardate che la battaglia per la salute è una battaglia persa, prima o poi la perderemo tutti quanti, quindi è inutile insistere così su questa… la salute è semplicemente lo strumento per poter incontrare e riconoscere nella vita Chi ci ha dato la vita! E quindi poter rendere anche la nostra vita grande”… lo dico a maggior ragione adesso, ci si rende conto che siamo fragili ma non ci deve far paura questo, ma ci deve far spostare il tiro su ciò che non è una battaglia persa”… Ci sono pazienti che mi hanno scritto: “Ma dottore io non ho paura di morire, quando il Signore mi chiamerà vorrà dire che sarà arrivato il mio momento e io sarò felice di tornare da Lui”… Tutte le epidemie sono un’occasione in questo senso».

In questa ora, per molti drammatica, purtroppo la Chiesa ha scelto di abbandonare l’ “ospedale da campo” e di rinunciare alla propria missione, adeguandosi silenziosamente alle disposizioni governative, senza nemmeno alzare la voce e provare a rivendicare il proprio imprescindibile ruolo. Eppure le soluzioni, garantendo tutti i requisiti di sicurezza, ci sarebbe state: i vescovi polacchi avevano fatto una proposta di moltiplicare le messe così da diradare al massimo i fedeli partecipanti, altri avevano suggerito di celebrare solo nelle chiese ampie, evitando quelle piccole. In Italia abbiamo chiese enormi e i fedeli che partecipano alle messe, ahinoi, sono sempre di meno, quindi si sarebbero tranquillamente potute garantire le distanze di sicurezza. Altri ancora hanno proposto di celebrare le messe all’aperto. Nessuna di queste proposte è stata però presa in considerazione. Si è scelto di non contrattare con lo Stato alcuna soluzione e adeguarsi come se la Chiesa cattolica fosse una banale organizzazione umanitaria qualsiasi.


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Eppure sarebbero bastate poche parole, ricordare i novissimi della tradizione cattolica e la massima “Memento mori”, come recitano le eloquenti parole di san Leonardo da Porto Maurizio, ideatore e propagatore della pratica della Via Crucis, quanto mai attuali in questi insoliti giorni di quaresima : «Vita breve, morte certa, un’anima sola si ha, se si perde che sarà?».  (Lupo Glori)

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