La bolgia infernale del Festival di Sanremo

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(Cristina Siccardi) Blasfemia, brutture estetiche e morali, orrore si sono spartiti l’osceno palcoscenico del Sanremo 2021, trasmesso da Rai 1, Tv pubblica e a pagamento! È stata una vera e propria bolgia infernale, con luci e costumi in sintonia, coronata da Achille Lauro e dai Maneskin, i vincitori di una kermesse, sotto la direzione artistica di Amadeus, non più canora, ma velenosa, perversa e dissacrante. Chi cade nella rete allucinogena (neppure ammaliante per l’orribile messa in scena) di tali personaggi è vittima di idee demoniache, come lo sono stati i cosiddetti “quadri” di Lauro e le performance Maneskin. Bambini e adolescenti – generazione Social – sono le prime vittime di gente di tal fatta, che diventa celebre sulla loro carne, indifesa dalle proprie famiglie e indifesa dallo Stato, che si fa megafono di mondi corrotti e corruttori, che tolgono innocenza, spensieratezza e voglia di vivere a coloro che un tempo chiamavamo “fanciulli”.

Il Vescovo di Ventimiglia e di Sanremo non ha taciuto e ha firmato un comunicato il 7 marzo. Lo riportiamo per intero e ringraziamo Monsignor Antonio Suetta che ha condannato il tragico accaduto: «A seguito di tante segnalazioni di giusto sdegno e di proteste riguardo alle ricorrenti occasioni di mancanza di rispetto, di derisione e di manifestazioni blasfeme nei confronti della fede cristiana, della Chiesa cattolica e dei credenti, esibite in forme volgari e offensive nel corso della 71 edizione del Festival della Canzone Italiana a Sanremo, sento il dovere di condividere pubblicamente una parola di riprovazione e di dispiacere per quanto accaduto. Il mio intervento, a questo punto doveroso, è per confortare la fede “dei piccoli”, per dare voce a tutte le persone credenti e non credenti offese da simili insulsaggini e volgarità, per sostenere il coraggio di chi con dignità non si accoda alla deriva dilagante, per esortare al dovere di giusta riparazione per le offese rivolte a Nostro Signore, alla Beata Vergine Maria e ai santi, ripetutamente perpetrate mediante un servizio pubblico e nel sacro tempo di Quaresima.
Un motto originariamente pagano, poi recepito nella tradizione cristiana, ricorda opportunamente che “quos Deus perdere vult, dementatprius” [“a quelli che vuole rovinare, Dio toglie prima la ragione”, ndr]. Quanto al premio “Città di Sanremo”, attribuito ad un personaggio [lo showman Rosario Tindaro Fiorello, che ha accompagnato un “quadro” di Achille Lauro con una nera corona di spine, ndr], che porta nel nome un duplice prezioso riferimento alla devozione mariana della sua terra d’origine, trovo che non rappresenti gran parte di cittadinanza legata alla fede e dico semplicemente “non in mio nome”».

La presenza LGBT è stata invasiva, dando esempi omosessuali in pasto a milioni di persone e di giovani che hanno udito indegne e blasfeme parole, dette con sfrontatezza inaudita da Lauro De Marinis, alias Achille Lauro, classe 1990, ospite fisso del macabro Festival per cinque sere consecutive, presentando la propria identità: «Sarò un velo di mistero sulla vita,/Sarò la solitudine nascosta in un costume da palcoscenico,/Sarò sessualmente tutto,/Genericamente niente./Sarò esagerazione, teatralità, disinibizione./Sarò peccato e peccatore./Porterò un messaggio del mondo all’umanità/E chiederò che Dio ci benedica»; «Sono il Punk Rock./Icona della scorrettezza./Purezza dell’anticonformismo», facendo riferimento ai Santi e chiedendo la benedizione divina su «chi se ne frega».

Lauro è diventato celebre sui Social con canzoni che parlano, con trasgressione e arroganza, di droga, spaccio, quartieri malfamati, criminalità e tutta una serie di fatti assolutamente negativi e nefandi, un tempo censurati dagli organi d’informazione e che oggi fanno mefistofelica mostra di sé davanti al mondo.


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Figlio di un magistrato della Corte di Cassazione di Gravina di Puglia e dall’attuale amministratrice della «No Face Agency», etichetta discografica indipendente italiana, fondata nel 2016 a Roma dal figlio rapper e dai produttori Dogs Life e DJ Pitch8, con base a Milano, Lauro ha sfornato «Ragazzi Madre», disco in cui il rapper dà toni cupi di quella che considera la sua storia e spiega come si possa uscire da una situazione di degrado grazie alla musica, fino a diventare famosi. «Ragazzi Madre» fa riferimento ai ragazzi che tengono gli ovuli di droga nel proprio ventre e che fanno da “madri” ai bambini di strada. Non ci soffermeremo sui messaggi e sugli “insegnamenti” di Lauro, ma qualche esempio possono farci capire come si è ridotta la Tv di Stato. Un altro successo, «Latte in polvere», il cui produttore è stato suo fratello, fa chiaro riferimento alla cocaina, mimando, nel video, anche i gesti per la sua assunzione. Inni alla spericolatezza, al successo e all’ingordigia di soldi, anche grazie allo spaccio unito alla musica. Talvolta, con occhiali e vestiti da donna, si fa comunque sempre testimone di stili esistenziali spregevoli.

Il clima in cui crescono le nuove generazioni è terrificante, non a caso ci sono bambini che arrivano al suicidio perché altri (adulti, giovani o coetanei) li portano a compiere gesti inconsulti, senza la presenza di educatori. Sulle cronache delle ultime settimane è apparsa la notizia di una challenge social che è costata la vita alla piccola Antonella Sicomero, di dieci anni, morta soffocata dopo una sfida su TikTok. La sfida social si chiama blackout challenge, pass-out challenge o scarfgame, oppure chocking game, ma lo scopo è il medesimo: scoprire gli effetti di una momentanea privazione di ossigeno… Già nel 2018, a Tivoliun quattordicenne perse la vita per la stessa challenge: il ragazzo venne trovato impiccato dal padre in bagno, con un cavo della playstation. Lo scorso settembre, invece, un bimbo di 11 anni si è lanciato nel vuoto presumibilmente per colpa di un’altra challenge collegata ad un personaggio inquietante. Il fenomeno, essendo Social, è globale. Ultimamente è andata “di moda” la benadryl challenge, una sfida ad assumere un farmaco antistaminico che in grandi quantità provoca allucinazioni; così è morta la quindicenne Chloe Phillips di Oklahoma City (Usa). Nel 2019, in Malesia, un’adolescente si è gettata dal tetto di un edificio dopo aver organizzato un sondaggio su Instagram in cui chiedeva ai suoi follower se avesse dovuto continuare a vivere oppure no: il 69% degli intervistati ha votato per il suicidio. Nessuno, logicamente, è stato incarcerato per istigazione al suicidio. Non ci stupisce che, come ha raccontato un sacerdote in una parrocchia del torinese, quando è andato fra un gruppo di giovanissimi alla sua semplice domanda «come state?», uno di loro, dodicenne, abbia dichiarato: «Voglia di vivere zero!».

Per la generazione di coloro che oggi hanno trent’anni, cresciuti con la televisione, i video musicali e i cartoni, si diceva che era uno scandalo perché quei sistemi non potevano sostituire l’educatore. Ma il movimento femminista ha continuato le sue reprimende per stare il più possibile fuori di casa e dalle proprie responsabilità materne, mentre l’autorità paterna è stata esautorata e, contemporaneamente, sulle istanze sessantottine, gli insegnanti sono diventati “amici” dei loro studenti. Famiglie sfasciate e scuole che danno priorità alla “socializzazione”. Così, la figura dell’«educatore» (colui che agisce per educĕre, «trarre fuori») è per lo più latitante e quando si manifestano problemi nei minori li si porta da psicoanalisti o psichiatri, che per loro garantiscono “ascolto” e ricette di psicofarmaci.


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La televisione, intanto, è stata sostituita dai Social, scimmiottati dalla Tv stessa per fare audience e share: lo spirito malefico imperversa e spadroneggia sui “fanciulli”, sempre più soli e in balia degli orchi, che oggi si chiamano anche «Festival di Sanremo». 

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