La battaglia pro-life non compete solo ai laici

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È fatto purtroppo noto che sacerdoti e vescovi in Italia siano, per usare un eufemismo, un po’ distratti sulle tematiche pro-life e pro-family. Le priorità in agenda sono altre, tutte afferenti alla cosiddetta giustizia sociale: ambiente, immigrazione, lavoro, povertà, emarginazione sociale, minori, etc. Tematiche sicuramente importanti, ma che hanno oggettivamente un peso specifico minore rispetto ad altre come aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, divorzio, omosessualità, etc.

Una sopravvissuta sensibilità su queste materie è presente nel mondo laicale. Sono i laici a scriverne, a raccogliere firme per lanciare petizioni, ad organizzare marce o raduni come i family day. Sono loro a rappresentare il lucignolo fumigante della speranza.

Ma questa situazione in cui il clero snobba le tematiche di bioetica e quelle di morale naturale legate all’ambito familiare e sessuale e il laicato, invece, le fa proprie con convinzione, può dirsi una situazione ideale? Appare intuitiva la risposta negativa. Argomenti come l’aborto, l’eutanasia, l’omogenitorialità devono diventare contenuti della pastorale nazionale e locale, ossia diocesana. Che esista una pastorale per la vita e per la famiglia che coraggiosamente rimette al centro (e non in soffitta) tematiche come l’aborto, la contraccezione e il divorzio non è aspetto accessorio sia dell’impegno pro-life sia dello sforzo della nuova evangelizzazione, ma è aspetto fondante di entrambe.

Il laico infatti nel suo impegno per la vita e per la famiglia può infatti spingersi fino ad un certo punto, ciò a voler dire che le sue competenze e soprattutto il suo stato laicale hanno evidentemente dei limiti. Può e deve offrire la sua scienza, le sue mani e gambe, la sua inventiva e la sua esperienza, ma tutto questo per avere una efficacia ancor maggiore si deve innestare in una prospettiva trascendente, teologicamente fondata, innervata dall’aspetto sacramentale. Questo può avvenire certamente con la preghiera e la frequenza ai sacramenti del singolo, ma deve avvenire soprattutto informando queste tematiche con l’azione non solo magisteriale della Chiesa, ma anche sacramentale. Nulla infatti, banale a dirsi, può sfuggire al compito salvifico assegnato da Cristo alla Chiesa.

Pensare quindi ad una sorta di perfetta autosufficienza dei laici in queste materie nei confronti della Chiesa non solo è impossibile sul piano ontologico, dato che il laico battezzato in virtù del battesimo opera come membro della Chiesa, ma è anche errato sul piano dell’efficacia perché condannerebbe l’operato degli stessi, nel breve o lungo periodo, all’insuccesso, alla sterilità d’azione. Questo per più motivazioni. Ne elenchiamo qualcuna. In primo luogo, perché anche in queste materie l’azione santificatrice, soprattutto tramite l’efficacia sacramentale, della Chiesa è imprescindibile. In secondo luogo, per un motivo più pragmatico: la diffusione capillare della Chiesa grazie alle parrocchie e la sua organizzazione sarebbero capaci di smuovere con efficacia le coscienze assopite in primis dei fedeli cattolici. Il cattolico della Domenica ha idee errate sull’aborto e sul divorzio oppure è assolutamente indifferente a tali fenomeni anche perché non ne sente mai parlare in chiesa durante la messa, unico momento di formazione ormai per molti.

Ma vi è almeno un terzo motivo per cui i famosi principi non negoziabili non devono diventare merce rara in ambito ecclesiale: al fondo della morale c’è sempre Cristo. Noi, ad esempio, possiamo correttamente affermare che l’eutanasia è atto moralmente malvagio a motivo del fatto che uccidere una persona innocente contraddice la sua dignità persona, ossia la sua intima preziosità intrinseca. Argomentazione che si muove sul piano naturale. Ma da dove viene questa preziosità se non da un atto creatore di Dio, un Suo atto di amore? Non si può levar mano contro nessuna persona perché, in ultima analisi, in quel volto brilla l’immagine di Dio. E tale divieto di assassinio poggia le sue fondamenta non più sul piano naturale, ma su quello soprannaturale. Parimenti il legame tra i coniugi non può essere scisso perché sono loro stessi che hanno scelto di non rompere mai quel legame, hanno scelto una relazione di tipo indissolubile ed hanno sigillato tale scelta con una promessa solenne. Anche questa è un’argomentazione che si articola sul piano naturale. Ed è vera, corretta, ma il senso pieno e quindi ultimo dell’indissolubilità matrimoniale non può che rinvenirsi sul plesso teologico: Cristo ha sposato la sua Chiesa e le rimane fedele per sempre. Il matrimonio è immagine di questo vincolo sponsale divino e indissolubile. Non solo: qualsiasi legame di autentico amore non può che rimandare alla fine al legame di amore perfetto che è quello che unisce le tre Persone della Santissima Trinità, anch’esso ovviamente indissolubile. In breve e superfluo a dirsi, tutto deve essere riferito in ultima istanza a Dio.

Detto tutto ciò, nella situazione attuale è un dato di fatto che alcune tematiche eticamente sensibili siano difese soprattutto dal laicato (eccezioni ve ne sono però: la diocesi di Novara a breve lancerà un valido percorso formativo di pastorale per la vita). Ma questo scenario dovrà cambiare. E può cambiare, ancora una volta, per impulso dei laici cattolici. Spetta a loro, realisticamente, stimolare sacerdoti e vescovi a prendere coraggio, ad esporsi, a riconoscere che l’impegno del cattolico non può prescindere dalla lotta a favore della vita e della famiglia. Senza l’aiuto di uomini consacrati a Dio e senza la benedizione fattiva della Chiesa sarà come volare con un’ala sola.

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