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La «banalità» del dolore innocente

(di Giovanni Tortelli) Basta «un nonnulla» per abbatterci, secondo la lapidaria pensée di Pascal, il non nulla dell’attimo in cui un ponte crolla o la terra trema, e non c’è più scampo. L’evento nefasto e imprevedibile che si abbatte all’improvviso sul divenire ordinario della vita, e la interrompe, rinnova sempre il mistero del dolore innocente.

L’uomo lo ha sempre percepito come un elemento estraneo di disordine rispetto a un ordine esistente, di fronte al quale ha cercato risposte sia secondo la ragione che secondo la fede.

La morale comune, mentre arriva ad accettare l’idea del male ordinario come retribuzione di una precedente colpa, per assimilare il dolore innocente è costretta invece a trasformarlo da assurdo a ingiusto, da inspiegabile a fuori dalle regole perché illogico, spietato, sproporzionato, superiore a ogni resistenza, perfino a quella della comprensione, quindi dis-umano.

Questo scandalo per la ragion pura che non può accettare il dolore degli innocenti come effetto solidale di una originaria colpa, è magistralmente illustrato da Dostoevskij per bocca di Ivan Karamazov nel suo colloquio col fratello Alëša a proposito del dolore dei bambini: «La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco» (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, parte II – libro V).

Da qui la decisione di Ivan – figura dell’ateo razionalista di ogni tempo – di restituire a Dio il «biglietto d’entrata» in questo mondo, e così rivendicare la signoria della ragione e riappropriarsi del suo libero arbitrio.

Una libertà illusoria però, perché il razionalista non risolve ma si ferma davanti al male oggettivo e aggiunge assurdo all’assurdo quando imputa a Dio – al quale non crede – la colpa di quell’ingiustizia. Al mistero del dolore innocente la Chiesa ha sempre opposto una spiegazione redentiva, principalmente basandosi sulla teologia paolina della sofferenza dell’uomo a completamento, «nella sua carne», di ciò che manca ai patimenti di Cristo a beneficio del suo corpo, che è la Chiesa (Col. 1,24).

In continuità con la teologia paolina, che oltre ai Colossesi si estende a tutte le altre epistole, Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Salvifici doloris dell’11 febbraio 1984 focalizzava il passaggio dal «male oggettivo» dell’Antico Testamento alla «sofferenza salvifica» del Nuovo attraverso l’atto della passione, in primo luogo di Cristo, ma poi anche come condizione sopportata dall’uomo perché «essenziale alla natura dell’uomo», connaturata all’uomo, addirittura appartenente alla trascendenza dell’uomo (cap. 2).

In questa dimensione di riscatto redentivo della sofferenza si pone il beato don Carlo Gnocchi con la sua notissima Pedagogia del dolore innocente che insegna a non far cadere nel vuoto un simile tesoro ma a indirizzarlo verso la passione salvifica di Cristo. La Chiesa ha sempre indicato la Croce come lo sbocco di tutta la sua dottrina redentiva: la Croce è «vanto» per san Paolo (Gal. 2, 20); è «gloria» per la sofferenza stessa di Cristo; è la meta nella quale il dolore di un innocente può perdere valore e trovare giustificazione, secondo don Gnocchi; per Benedetto XVI la Croce è l’offerta del nostro corpo «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio»  (Rom. 12, 1).

Questa continuità della dottrina della Chiesa viene invece completamente disarticolata da scrittori neomodernisti come Vito Mancuso nel suo saggio Il dolore innocente, l’handicap, la natura e Dio (Mondadori 2002) nel quale fin dalla premessa dichiara di rifiutare ambedue le idee tradizionali della sofferenza, sia come pena afflittiva-retributiva che come sofferenza redentiva.

Mancuso affronta il problema del dolore innocente considerando il cristianesimo come una religione che attuerebbe il superamento del principio di non-contraddizione, perché riuscirebbe a conservare in equilibrio vari paradossi: quello dell’«umanità-divinità di Cristo», dell’«eternità-storia», dell’«identità-differenza», del «pensiero di Dio-pensiero dell’uomo», paradossi che svelerebbero certi misteri ma che nello stesso tempo li velerebbero di nuovo in una sorta di «dialettica della Rivelazione», ovvero di una Rivelazione che giocherebbe a disvelarsi e a velarsi di nuovo (Mancuso, p. 179), dando così il benservito a tutta la metafisica almeno da Plotino in giù. In questo generale contesto di paradossi, compare il dolore innocente.

Mancuso presenta infatti il paradosso Dio Creatore e nello stesso tempo assente dalla natura: «In realtà occorre affermare il distacco di Dio della sfera naturale. Dio non agisce nella natura ma solo nella dimensione dello spirito» (Mancuso p. 191). Così che «di fronte al dolore innocente l’onnipotenza divina è quella dell’amore il quale, nell’impatto con la ruvida libertà del mondo, è destinato ad assumere, infallibilmente, la forma della croce» (Mancuso, p. 201), ma gli uomini – prosegue Mancuso – colgono tutto questo «come un’ingiustizia e quel che rimane loro è la ricerca di un senso e ciò lo appagano con la religione, l’arte, la musica, la filosofia» (Mancuso, p. 202).

Anche per Mancuso la Croce è l’epilogo come sintesi fra amor divino e libertà mondana (un omaggio a Hegel?) che però non appaga gli uomini, i quali continuano a ricercare un senso. Tutta la costruzione cade quando, di fronte alla premessa di inscrivere la questione del dolore innocente in un quadro logico di necessità (come il divenire hegeliano imporrebbe), Mancuso decide di rinunciare a qualunque razionalità, e per spiegare il mistero del dolore innocente ricorre all’assurdo di Dio Padre che nella sua onnipotenza permette il sacrificio dell’Agnello (altro paradosso) (Mancuso, p. 156-57).

 In tal modo il mistero resta non spiegato e solo ridotto a un assurdo che a sua volta si inserisce in una Rivelazione contraddittoria dove non c’è posto né per la logica né per la metafisica. A ripetute, precise domande sullo stesso tema, anche papa Francesco ha più volte risposto: «Quando qualcuno si rivolge a me e mi fa domande difficili, per esempio: “Mi dica, padre: perché soffrono i bambini?”, davvero io non so cosa rispondere. Soltanto dico: “Guarda il Crocifisso: Dio ci ha dato il suo Figlio, Lui ha sofferto, e forse lì troverai una risposta”. Ma risposte di qua non ci sono» (ud. gen. 4 gennaio 2017).

Parole, frasi, espressioni papali hanno trovato adeguati ed esaurienti commenti altrove.

Qui mi preme sottolineare che ciò che è un assurdo per la ragione e ciò che è un mistero per la fede, diventa una spiegazione davanti al Crocifisso, quando però lo si presenti corredato da una materia che consoli e corrobori il fedele e che nello stesso tempo marchi il territorio della fede da quello della ragion pura.

Le due azioni, quella della ragione e quella della fede, non sono consequenziali, così come invece appare dalla miscellanea papale: a un Ivan Karamazov di oggi andrà spiegato che la ragione tace perché la sofferenza innocente deve essere ascritta a un ordine trascendente di giustizia, quella stessa giustizia che ha fatto sì che Dio donasse il Figlio Unigenito affinché con la sua sofferenza innocente, dal male facesse fiorire il bene. La Croce non è solo la Croce da contemplare nel silenzio della ragione, ma è Cristo sulla Croce. (Giovanni Tortelli)